La giustizia riparativa

Intervista a p. Guido Bertagna, da anni impegnato nei percorsi della giustizia riparativa, questa sera alle 20.30, nella Cattedrale di San Giusto martire in Trieste, per il secondo incontro della Cattedra di San Giusto.
Caro Padre, sarai ospite alla Cattedra di San Giusto. Puoi presentarti al nostro pubblico?

Sono Guido Bertagna, nato nel 1961, gesuita dal 1986 e ordinato sacerdote nel 1996. Ho ricoperto vari incarichi a Milano, a Padova e adesso a Torino. Mi occupo di giustizia riparativa dai tempi di Milano, quando insieme alle attività del Centro culturale San Fedele avevo anche iniziato una collaborazione come aiuto cappellano volontario del carcere di San Vittore. In questo doppio lavoro del carcere e del centro culturale ho avuto diverse occasioni di incontrare persone che erano in un modo o nell’altro legate alle storie spesso tragiche degli anni Settanta e inizio Ottanta, i cosiddetti anni di piombo o anni del terrorismo. Così ho conosciuto persone che avevano fatto parte di diversi gruppi armati e anche persone del mondo altrettanto vario e difficile delle vittime.

Da questi incontri è nata l’esperienza del gruppo che ha unito – per un cammino durato quasi otto anni – persone che venivano da storie della lotta armata e persone che venivano dai reati e omicidi e agguati fatti in quegli anni. Sono stati incontri importanti, in cui una profonda e ricca umanità si è messa in gioco. A noi che abbiamo aiutato questi cammini è stato dato di poter essere testimoni di come l’incontro tra le persone, il tornare a potersi parlare, riesce a cambiare le storie, soprattutto a salvarle da quel congelamento a cui il dolore le sottopone e le distorce.

Ne è uscito un libro, vero?

Si, questa esperienza è stata consegnata ad un libro, una testimonianza pubblica. È nato “Il libro dell’incontro” che prova a raccontare, come può e nel massimo rispetto della delicatezza delle storie di tutti e senza venir meno al criterio della riservatezza, il percorso di questi anni. Un libro che cerca di dire sia la forza dell’incontro, sia ciò che l’ha reso possibile dal punto di vista della riflessione che c’è dietro.

Quale pensiero e quale metodologia?

Il pensiero e la metodologia che c’erano dietro a questa iniziativa e hanno reso possibile gli incontri sono quelli che si ispirano ai criteri della giustizia riparativa e anche a quelli – non meno preziosi per noi in quel momento – della giustizia biblica, fondata sul ritrovare la relazione, intesa come cuore della giustizia e del recupero della relazione come trionfo della giustizia.

L’uscita di questo libro ci ha permesso di avere tanti incontri in questi dieci anni, nei quali abbiamo potuto incontrare persone le più diverse: dai giovani nelle scuole fino a gruppi e persone di ambienti diversi. Abbiamo cercato di far capire il cammino fatto e il senso di una giustizia che prova non solamente a punire e pareggiare la bilancia, ma prova a ritrovare la relazione possibile tra le persone che hanno sofferto.

Questo è uno dei criteri più importanti che anima la giustizia riparativa, chiamata anche giustizia dell’incontro o giustizia orizzontale. Qualcun altro la chiama anche giustizia dell’ago e del filo, per ricucire relazioni ferite e danneggiate da un reato.

Si tratta di percorsi, quindi.

Si, la giustizia riparativa richiede un coinvolgimento libero e responsabile, che assuma il criterio dell’ascolto dell’altro, del non-giudizio, il criterio della gratuità, del modo di giocarsi in questi percorsi. Essi richiedono una piena consapevolezza della delicatezza di questi incontri. C’è infatti una attenzione da avere, soprattutto in relazione alle vittime, per evitare di avere una “vittimizzazione secondaria”, cioè atteggiamenti e parole che possono ferire di nuovo e ulteriormente persone che sono già state ferite dal reato che hanno subito.

Questi percorsi ormai sono tutelati anche da una legge no?

Si, si tratta della Legge 150/2022, conosciuta come legge di riforma Cartabia, è quella che ha introdotto nel sistema penale le possibilità di un pieno riconoscimento dei percorsi di giustizia riparativa. Questa legge, come ogni legge che va a toccare elementi della cultura della giustizia di un Paese, ha bisogno di lavoro e di anni per poter essere adeguatamente sperimentata e introdotta a sempre più pieno titolo nel sistema della giustizia penale.

La legge 150 fa propria gli orientamenti e i punti fondanti della giustizia riparativa, come sono sanciti a livello internazionale dai documenti dell’ONU e del Consiglio d’Europa. Introduce un’idea della giustizia che è più relazionale e anche di una risposta al male che non sia solamente repressiva e punitiva (che ruota oggi essenzialmente attorno al carcere); c’è invece bisogno di trovare altre strade che rendano più concreto e praticabile lo spirito dell’articolo 27 della Costituzione Italiana che afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono essere, per questa ragione, trattamenti contrari al senso di umanità.

Laddove è sperimentata in un modo profondo e pervasivo della società, effettivamente si è notato che la pratica della giustizia riparativa riduce il tasso di recidiva e dunque di fatto previene la criminalità, rendendo così più sicure le società. Certo, in Italia manca ancora una pratica consolidata, riconosciuta e diffusa di questi percorsi che permetta di fare cammini di questo genere, sperimentando e facendo entrare nella nostra cultura una giustizia che ricuce e recupera le relazioni tra le persone, che possono così tornare a vivere insieme agli altri.

Intervista a cura di don Lorenzo Magarelli

7min519


Chi siamo

Portale di informazione online della Diocesi di Trieste

Iscr. al Registro della Stampa del Tribunale di Trieste
n.4/2022-3500/2022 V.G. dd.19.10.2022

Diocesi di Trieste iscritta al ROC nr. 39777


CONTATTI