Giovanni Paolo II, a 20 anni dalla sua morte

Vent’anni fa concludeva la sua avventura terrena il Papa Giovanni Paolo II, grande traghettatore della Chiesa oltre il traguardo dei due millenni cristiani.

Nato a Wadowice il 18 maggio 1920, diventa sacerdote nel 1946 e vescovo ausiliare di Cracovia nel 1958. Viene successivamente nominato arcivescovo di Cracovia. Da vescovo partecipò attivamente al Concilio Vaticano II. Fu strenuo oppositore al regime comunista. Fu il primo papa non italiano dopo 455 anni: il 16 ottobre il cardinale protodiacono Felici dava notizia alla città di Roma e al mondo intero del nuovo successore di Pietro. Contrariamente a quanto previsto dalla prassi, il novello papa disse qualche parola prima della benedizione.

Il suo pontificato ebbe alcune linee conduttrici molto forti che si svelarono subito nell’omelia di inizio pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo” Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!». Il suo impegno per abbattere letteralmente i muri che separavano l’Europa orientale da quella occidentale – il blocco comunista – fu senza dubbio forte.

Egli indicò, poi, alla Chiesa e al mondo la via della santità (fu il papa che canonizzò e beatificò in assoluto più persone).

Girò per tutto il mondo, segno di una presenza del papa in tutti i luoghi e presso tutti i popoli.

Il 1981 fu l’anno dell’attentato che impressionò il mondo intero, come la visita al suo assalitore che il papa volle fare due anni dopo.

Il ministero del papa polacco si rivolse in modo speciale anche ai giovani, in particolare con l’istituzione delle Giornate mondiali della gioventù.

Il Giubileo del 2000 segnò un importante tappa del suo pontificato, conducendo la Chiesa attraverso i tre anni di preparazione a questo importante compleanno cristiano.

Gli anni del suo ministero furono segnati anche dalla malattia invalidante che il Papa affrontò con grande forza. Fu il Parkinson a minare in modo molto forte la sua salute fin dal 1991. Forte fu la sua testimonianza di accettazione della malattia e del dolore. È nella memoria di tanti il suo affacciarsi alla finestra del suo appartamento nel giorno di Pasqua: si sforzò a parlare e riuscì solo a benedire la folla. Il 30 marzo si affacciò nuovamente. Alle 21.37 del 2 aprile morì, nella vigilia della domenica in Albis – della Divina Misericordia.

Una folla si riversò a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa e per i funerali che si celebrarono il successivo 8 aprile, presieduti dal Decano del Sacro Collegio, il Cardinale Ratzinger.

“Santo subito!”, fu il grido della folla.

È stato beatificato nel 2011 da Papa Benedetto XVI e canonizzato da Papa Francesco il 2014.

Di seguito, alcuni passaggi della prima enciclica di San Giovanni Paolo II, la Redemptor Hominis.

  1. Al termine del secondo Millennio

IL REDENTORE DELL’UOMO, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia. A Lui si rivolgono il mio pensiero ed il mio cuore in questa ora solenne, che la Chiesa e l’intera famiglia dell’umanità contemporanea stanno vivendo. Infatti, questo tempo, nel quale Dio per un suo arcano disegno, dopo il prediletto Predecessore Giovanni Paolo I, mi ha affidato il servizio universale collegato con la Cattedra di San Pietro a Roma, è già molto vicino all’anno Duemila. È difficile dire, in questo momento, che cosa quell’anno segnerà sul quadrante della storia umana, e come esso sarà per i singoli popoli, nazioni, paesi e continenti, benché sin d’ora si tenti di prevedere taluni eventi. Per la Chiesa, per il Popolo di Dio, che si è esteso – sia pure in modo diseguale – fino ai più lontani confini della terra, quell’anno sarà l’anno di un gran Giubileo. Ci stiamo ormai avvicinando a tale data che – pur rispettando tutte le correzioni dovute all’esattezza cronologica – ci ricorderà e in modo particolare rinnoverà la consapevolezza della verità-chiave della fede, espressa da San Giovanni agli inizi del suo Vangelo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», e altrove: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna».

Siamo anche noi, in certo modo, nel tempo di un nuovo Avvento, ch’è tempo di attesa. «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio…», per mezzo del Figlio-Verbo, che si è fatto uomo ed è nato dalla Vergine Maria. In questo atto redentivo la storia dell’uomo ha raggiunto nel disegno d’amore di Dio il suo vertice. Dio è entrato nella storia dell’umanità e, come uomo, è divenuto suo «soggetto», uno dei miliardi e, in pari tempo, Unico! Attraverso l’Incarnazione Dio ha dato alla vita umana quella dimensione che intendeva dare all’uomo sin dal suo primo inizio, e l’ha data in maniera definitiva – nel modo peculiare a Lui solo, secondo il suo eterno amore e la sua misericordia, con tutta la divina libertà – ed insieme con quella munificenza che, di fronte al peccato originale ed a tutta la storia dei peccati dell’umanità, di fronte agli errori dell’intelletto, della volontà e del cuore umano, ci permette di ripetere con stupore le parole della sacra Liturgia: «O felice colpa, che meritò di avere un tanto nobile e grande Redentore!».

  1. Prime parole del nuovo Pontificato

A Cristo Redentore ho elevato i miei sentimenti e pensieri il 16 ottobre dello scorso anno, allorché, dopo l’elezione canonica, fu a me rivolta la domanda: «Accetti?». Risposi allora: «Obbedendo nella fede a Cristo, mio Signore, confidando nella Madre di Cristo e della Chiesa, nonostante le così grandi difficoltà, io accetto». Quella mia risposta voglio oggi render nota pubblicamente a tutti, senza alcuna eccezione, manifestando così che alla prima e fondamentale verità dell’Incarnazione, già ricordata, è legato il ministero che, con l’accettazione dell’elezione a Vescovo di Roma ed a Successore dell’apostolo Pietro, è divenuto specifico mio dovere nella stessa sua Cattedra.

Scelsi gli stessi nomi, che aveva scelto il mio amatissimo Predecessore Giovanni Paolo I. Difatti, già il 26 agosto 1978, quando egli dichiarò al Sacro Collegio di volersi chiamare Giovanni Paolo – un binomio di questo genere era senza precedenti nella storia del Papato – ravvisai in esso un chiaro auspicio della grazia sul nuovo pontificato. Dato che quel pontificato è durato appena 33 giorni, spetta a me non soltanto di continuarlo, ma, in certo modo, di riprenderlo dallo stesso punto di partenza. Questo precisamente è confermato dalla scelta, da me fatta, di quei due nomi. Scegliendoli, dopo l’esempio del venerato mio Predecessore, desidero come lui esprimere il mio amore per la singolare eredità lasciata alla Chiesa dai Pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI, ed insieme la personale mia disponibilità a svilupparla con l’aiuto di Dio.

Attraverso questi due nomi e due pontificati mi riallaccio a tutta la tradizione di questa Sede Apostolica, con tutti i Predecessori nell’arco del ventesimo secolo e dei secoli precedenti, collegandomi via via, secondo le diverse età fino alle più remote, a quella linea della missione e del ministero, che conferisce alla Sede di Pietro un posto del tutto particolare nella Chiesa. Giovanni XXIII e Paolo VI costituiscono una tappa, alla quale desidero riferirmi direttamente come a soglia, dalla quale intendo, in qualche modo insieme con Giovanni Paolo I, proseguire verso l’avvenire, lasciandomi guidare dalla fiducia illimitata e dall’obbedienza allo Spirito, che Cristo ha promesso ed inviato alla sua Chiesa. Egli diceva, infatti, agli Apostoli alla vigilia della sua passione: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò»…

  1. Fiducia nello Spirito di Verità e di Amore

Affidandomi pienamente allo Spirito di verità, entro, dunque, nella ricca eredità dei recenti pontificati. Questa eredità è fortemente radicata nella coscienza della Chiesa in modo del tutto nuovo, non mai prima conosciuto, grazie al Concilio Vaticano II, convocato e inaugurato da Giovanni XXIII e, in seguito, felicemente concluso e con perseveranza attuato da Paolo VI, la cui attività ho potuto io stesso osservare da vicino. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza e dal suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una tranquillità ed un equilibrio provvidenziali anche nei momenti più critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal di dentro, sempre mantenendo un’incrollabile speranza nella sua compattezza. Ciò, infatti, che lo Spirito disse alla Chiesa mediante il Concilio del nostro tempo, ciò che in questa Chiesa dice a tutte le Chiese non può – nonostante inquietudini momentanee – servire a nient’altro che ad una ancor più matura compattezza di tutto il Popolo di Dio, consapevole della sua missione salvifica.

Proprio di questa coscienza contemporanea della Chiesa, Paolo VI fece il primo tema della sua fondamentale Enciclica, che inizia con le parole Ecclesiam Suam, ed a questa Enciclica sia a me lecito, innanzitutto, di far riferimento e collegarmi in questo primo e, per così dire, inaugurale documento del presente pontificato. Illuminata e sorretta dallo Spirito Santo, la Chiesa ha una coscienza sempre più approfondita sia riguardo al suo ministero divino, sia riguardo alla sua missione umana, sia finalmente riguardo alle stesse sue debolezze umane: ed è proprio questa coscienza che è e deve rimanere la prima sorgente dell’amore di questa Chiesa, così come l’amore, da parte sua, contribuisce a consolidare e ad approfondire la coscienza. Paolo VI ci ha lasciato la testimonianza di una tale coscienza, estremamente acuta, della Chiesa. Attraverso le molteplici e spesso sofferte componenti del suo pontificato, egli ci ha insegnato l’intrepido amore verso la Chiesa, la quale – come afferma il Concilio – è «sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

Le immagini della visita di Papa Giovanni Paolo II a Trieste sono tratte dal libro “Sono venuto per recarvi la pace di Cristo” Ed. Vita Nuova

 

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