Una memoria intrisa di irrinunciabile umanità

Con un gesto semplice, nel Refettorio Caritas si è ricordata una persona, Sunil Tamang: 43enne di origine nepalese deceduto nei giorni scorsi a Trieste

Un posto a tavola apparecchiato. Un vassoio con i piatti, un bicchiere, le posate. E un foglio con il nome, la data di nascita, la data del decesso e un pensiero: “May he finally find Peace”. È così, con un gesto semplice, ma carico di significato che gli operatori, la referente e gli ospiti del Refettorio “Giorgia Monti” di via dell’Istria 73 hanno voluto onorare la memoria di Sunil Tamang – la persona migrante di origine nepalese deceduta il 13 gennaio per le conseguenze di un’embolia polmonare massiva – un uomo di 43 anni che era transitato da questo servizio della Caritas diocesana di Trieste.

 

Una vita spezzata, ma una vita che resta presente, non scompare dal cuore di chi lo ha incrociato e certamente da quello della sua famiglia lontana, e diventa un modo per celebrare la vita che ancora, con difficoltà enormi e sofferenze difficili a volte da spiegare, quotidianamente bussa alla porta della città e della comunità locale: quella delle tante persone migranti che qui arrivano dopo un lungo “viaggio” attraverso la cosiddetta Rotta Balcanica e qui sostano o solo transitano in attesa di poter presentare la propria richiesta di asilo politico o protezione internazionale o di proseguire per altre destinazioni.

«Compiere questo gesto del “posto occupato” scrivendo il nome sia in caratteri latini sia in lingua nepalese era un modo per far risuonare il nome di Sunil in questi locali che anche lui aveva frequentato diverse volte»

ci racconta Simona Guarini referente del Refettorio «il suo volto mi era rimasto impresso – e non mi capita sempre – ed era importante non lasciar passare la sua morte senza ricordarlo e renderlo ancora presente qui. Aveva iniziato a frequentare il Refettorio il 30 dicembre scorso e lo ha fatto continuativamente fino all’8 gennaio. Poi le sue condizioni di salute si sono aggravate fino alla morte». Appena saputo del malore, Simona Guarini insieme a Matteo Calucci, operatore dell’accoglienza Caritas, hanno continuato a seguire insieme le notizie che man mano arrivavano dai media locali:

«Anche gli altri ospiti del Refettorio, in particolare quelli di origine nepalese, ci chiedevano notizie e aggiornamenti»

ci racconta Calucci «e quello che dicevamo loro era che finché non c’erano ulteriori notizie, significava che Sunil era ancora vivo, quindi era un bene che non ce ne fossero. Poi, purtroppo, tutti hanno saputo del suo decesso. La mattina in cui è arrivata la notizia io non ero in servizio perché era il mio turno di riposo, ma qualcosa mi ha spinto ad andare comunque al Refettorio. Quando Simona è arrivata, con suo stupore, mi ha trovato lì. E posso dire che è stato importante esserci».

Lavorare a contatto con la sofferenza e la fragilità non è sempre facile. Perché non si tratta solo di lavoro:

quando si lascia spazio all’umanità, il mettersi nei panni dell’altro o dell’altra è inevitabile e non scevro da fatica. Ma offrendo spazio alla relazione umana, il percorso lavorativo si inzuppa delle vite degli altri e diventa anche sostegno reciproco e condivisione.

«L’idea iniziale era di fare memoria di Sunil con i ragazzi nepalesi, anche per capire quale fosse il loro stato d’animo» prosegue Simona «in realtà, però, si sono fermati anche dei ragazzi pakistani, un ragazzo turco, un ragazzo iraniano, un ragazzo afghano, due di origine indiana e quindi abbiamo fatto con tutti loro un’attività per provare a conoscerli un po’ meglio e dargli la possibilità di conoscersi anche tra di loro. Spesso queste persone non conoscono i propri connazionali: percorrono la stessa Rotta, ma non è detto che i gruppi che si formano lungo il cammino li facciano incrociare. Poi magari frequentano gli stessi servizi qui in città e si aggregano per affinità linguistica, ma non si conoscono bene». Grazie alla nuova sala allestita e dipinta nel corso dell’estate, gli ospiti del Refettorio hanno la possibilità, dopo aver consumato il pasto, di sostare e trascorrere del tempo insieme, magari giocando a scacchi o a carte, chiacchierando, conversando anche in italiano e stando al caldo per qualche altra ora. E così martedì è stata offerta loro questa attività di conoscenza e ascolto, in memoria di Sunil. Diverse le proposte: scrivere il proprio nome, il paese di provenienza, una qualità che li descrivesse. «Poi siamo andati un po’ avanti tastando il terreno su quali fossero le sensazioni legate all’aver saputo della morte di Sunil. Abbiamo provato a conoscere quali sono le pratiche legate al culto della morte nei vari Paesi e anche io ho condiviso qualcosa su come funziona dalle mie parti» continua ancora Guarini «E poi, sì, abbiamo chiesto loro di lasciare un pensiero per Sunil e hanno scritto qualcosa che verrà poi messo su un foglio a disposizione di tutti».

Le parole per descriversi sono state: motivato, ottimista “helpless”, “ho freddo”, demotivato, generoso, energico, emotivo, sensibile, umile, gentile. Lo stato d’animo di fronte alla morte di Sunil è stato descritto così: triste, “hearthbreaking”, difficile da capire, lacerante, senso di ingiustizia, rabbia. E un giovane ha scritto: “Tutti dobbiamo morire. Mi auguro solo che in quell’ultimo momento nessuno sia solo”. Più di qualcuno ha espresso un pensiero per la famiglia di Sunil – “Perché sia paziente per la sua perdita”, “Noi siamo con la sua famiglia”, “Riposa in pace, innocente e meravigliosa anima. Sunil, fratello, ci mancherai”, “Ti auguriamo il Paradiso” – e si sono preoccupati di come sarebbe stato trattato il corpo di Sunil, di come avrebbe potuto essere restituito alla sua famiglia e avere degna sepoltura.

Mentre scrivevano e esprimevano le proprie emozioni «i volti di questi ragazzi erano sereni, a tratti sorridenti. Questo mi ha colpita molto».

«Rispetto alla morte di Sunil, durante l’attività, io ho scritto su un foglio “fallimento dell’umanità”» incalza Calucci «trasmettere umanità in questi luoghi aiuta la speranza. E se c’è un messaggio che la morte di Sunil ci ha prepotentemente trasmesso è che è necessario non lasciare indietro nessuno e cercare sempre la relazione. Spesso, come operatori, facciamo i conti con un sentimento di impotenza di fronte ai drammi di queste persone e alle difficoltà che incontrano nel trovare giusta e dignitosa accoglienza. Ma ognuno nel proprio piccolo può fare qualcosa per loro.

Esserci è già molto prezioso.

Quando alla sera noi rientriamo alle nostre case riscaldate e abbiamo un letto caldo nel quale coricarci, pensiamo sempre a loro che non hanno questa possibilità. E tutto questo ci interroga». Si percepisce in Simona e Matteo lo stupore rispetto all’apertura di questi ragazzi nel raccontare le loro difficoltà mentre «trascorrono le giornate a rincorrere il caldo. C’è un enorme bisogno di condividere e il nutrimento per loro non arriva solo dal pasto che offriamo, ma soprattutto dall’ascolto e dalla relazione».

In questi giorni, il vassoio di Sunil è rimasto lì. Nessuno – che fosse nepalese, afghano, pakistano, italiano – si è seduto su quel posto o ha spostato il vassoio. Un segno di rispetto profondo. Più di qualcuno degli ospiti avrà pensato che quanto capitato a Sunil sarebbe potuto capitare a lui. E, nel silenzio di questo umanissimo pensiero, la memoria di Sunil – सुनील nome di origine sanscrita che significa “cielo limpido, azzurro e aperto”, “profondo blu” che porta con sé connotazioni di bellezza e divinità – resta, come monito per ciascuno, a cercare e offrire sempre umanità e, per chi lotta ogni giorno per sopravvivere, come sostegno per vedersi riconosciuto, prima di altri diritti, il diritto fondamentale a essere visto e trattato come persona.

Luisa Pozzar

Foto di Simona Guarini e Matteo Calucci


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