Trieste unita nel culto ecumenico per l’unità dei cristiani

Durante la Settimana di preghiera 2026, le Chiese cristiane di Trieste si sono riunite nel culto ecumenico cittadino, segno di comunione e speranza

Il momento più solenne della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026” è certamente il Culto ecumenico cittadino: qui convergono tutti i pastori e i fedeli delle Chiese cristiane di Trieste per innalzare al Signore un’unica preghiera con una sola voce.

Quest’anno lo abbiamo celebrato nella chiesa della Beata Vergine del soccorso (Sant’Antonio vecchio) il 20 gennaio, con una grande partecipazione di persone ma soprattutto con forte intensità.

Infatti abbiamo appena concluso il 2025, quando si sono commemorati i 1700 anni dal Concilio di Nicea, un evento in cui si ritrovano tutte le Chiese cristiane: è, ancora oggi, la professione di fede confessata in quel Concilio che accomuna tutti i cristiani. Per questo il titolo del Culto del 2026 è “Luce da luce, per la luce”: un richiamo all’unità e alla comune missione di annuncio e testimonianza delle comunità cristiane.

 

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La celebrazione viene organizzata, come sempre, dai pastori delle varie Chiese di Trieste sulla base dei testi preparati congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dalla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) intorno all’icona biblica dell’anno: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,4). 

Quest’anno la stesura del materiale è stata affidata alla Chiesa apostolica armena. Essa, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane al mondo, per quasi due millenni ha avuto un ruolo fondamentale nel guidare l’identità spirituale e storica del popolo armeno. Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, questa venerabile istituzione trascende la semplice organizzazione religiosa; infatti, è simbolo di resilienza nazionale, patrimonio culturale e forza spirituale e ha preservato le tradizioni, la lingua e i valori armeni. Le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C.; tuttavia, fu sotto la guida di san Gregorio l’Illuminatore, il primo Catholicòs (Patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C. l’Armenia fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, un evento che ne contraddistinse il carattere di pioniere della fede molto prima che l’Impero romano aderisse al cristianesimo. 

 

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La matrice orientale ha influenzato la liturgia del Culto ecumenico celebrato a Trieste, che è iniziato con una solenne processione di tutti i pastori, una quindicina, con due vescovi (quello cattolico e quello greco-ortodosso) che dal fondo della chiesa si sono recati verso il presbiterio, ciascuno con una candela accesa. Durante un inno alla Luce, hanno acceso assieme il Cero pasquale, simbolo di Cristo risorto. Un gesto suggestivo e commovente: il fuoco sorto dall’incontro delle fiammelle era robusto e luminoso. E ancora un altro eco di liturgie bizantine: una preghiera, pronunciata dai pastori mentre loro e il popolo erano rivolti verso Oriente e con le braccia allargate, che esalta la luce e l’immensità di Dio (con i toni della Preghiera Eucaristica IV…).

Il centro è stata la proclamazione della Parola di Dio nelle letture (Is 58, 6-11 e Ef 4, 1-13) e nel Vangelo (Gv 12, 31-36), illuminati dall’omelia del vescovo Athenagoras Fasiolo (Patriarcato Ecumenico Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia) che inizia dando il tono alla celebrazione:

“In questi giorni santi, nei quali la Chiesa ci convoca alla preghiera perseverante per l’unità di tutti i cristiani, il nostro cuore si volge con timore e gratitudine al Mistero della comunione. L’unità della Chiesa non è opera dell’uomo né frutto di compromessi storici, ma Dono che viene dall’Alto, opera dello Spirito Santo, che raduna i dispersi, guarisce le ferite del tempo e conduce il Corpo di Cristo verso la pienezza della verità”.

Osserva che il tema della Settimana (Ef 4,4) “ci pone davanti al cuore stesso della fede apostolica”. Questa consapevolezza ci fa comprendere che “le divisioni storiche tra i cristiani hanno ferito la manifestazione visibile di questa unità, senza però annullarne la realtà profonda”. Infatti “l’unica speranza di cui parla Paolo è di natura escatologica: è la partecipazione alla vita del Regno di Dio.

Questa speranza orienta il cammino ecumenico non verso una semplice armonia esterna, ma verso la piena comunione nella verità, che trova il suo compimento finale nel Regno di Dio”.

 

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La concretezza di questo percorso di comunione, graduale ma incessante, si è manifestata anche nella colletta di carità: il ricavato della questua viene devoluto al “pranzo ecumenico per i poveri” di domenica 25 gennaio che conclude la Settimana.

La chiave di lettura, forse, è proprio quella ricordata dal vescovo Athenagoras con le parole di san Giovanni Crisostomo, nel suo commento alla Lettera agli Efesini: «Paolo non dice: sforzatevi di creare l’unità, ma di custodirla; perché l’unità è già stata donata».

Michela Brundu

Foto di Luca Tedeschi

 

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