Nessuno dei presenti nella chiesa della parrocchia Beata Vergine Addolorata di Valmaura poteva pensare, entrando, a come sarebbe uscito, felice e grato, dopo la testimonianza di padre Pier Luigi Maccalli, ovvero pieno di speranza e rafforzato nella fede semplice e umile, ma poderosa di quel missionario della Società delle Missioni Africane (SMA). Rapito da terroristi islamici in Nigeria, padre Maccalli è rimasto ben due anni, in condizioni estreme e violente nelle mani di giovani jihadisti plagiati da capi prepotenti e disumani. Ringraziando Dio, ne è uscito vivo grazie a uno scambio di prigionieri, ma dopo aver sofferto, aver pianto e carico di compassione verso gli ancora tanti amici prigionieri in quel Paese, dove la persecuzione dei cristiani sta arrivando a numeri assurdi di vittime innocenti.
Preso all’improvviso una sera, si è trovato bloccato da una catena che lo legava ad un albero di notte. Piedi incatenati, ha detto padre Maccalli, ma il cuore libero, invocando il Padre e anche interrogandolo sul perché si sentiva abbandonato da Lui come Gesù crocifisso. Ha invocato anche la santa protettrice dei missionari, ovvero Santa Teresa del Bambin Gesù, per essere capace di non reagire con odio all’odio e di percorrere la strada del perdono, sapendo che quei ragazzi africani imbottiti di falsità, non sapevano quello che facevano.
“Mi arrabbiavo con Dio – ha detto padre Pier Luigi – ma lo invocavo per superare la disperazione di vivere senza relazioni, con in mano un rosario fatto in qualche modo dentro un silenzio assoluto del deserto africano”.
Nei suoi libri ora padre Maccalli esalta il ruolo delle relazioni, che sono essenziali per una vita umana piena, insieme alla comunione fraterna e alla libertà.
Nel giorno della liberazione, nell’auto, disse all’autista africano che lui sperava comunque in un futuro giorno in cui ci sentiremo tutti fratelli. Il terrorista, però, rispose che per lui solo i musulmani sono suoi fratelli: padre Maccalli non rispose, o meglio, rispose col silenzio, perché Dio è silenzio che genera la Parola che salva. E così quel missionario è uscito da quel deserto umano e fisico con parole di fraternità per non giudicare, non condannare, non insultare.

Alla fine, dopo alcune domande di un pubblico attento e coinvolto in una generale commozione, di cui si è fatto interprete il nostro Vescovo Enrico – sempre presente in incontri di rilancio dell’autenticità evangelica – padre Maccalli ha benedetto l’assemblea nella lingua degli africani che aveva servito, compresi i suoi persecutori. Uscendo, prevalevano i sorrisi e la gratitudine, espressa bene da un parrocchiano, che ha raggiunto il microfono per dire solo: “Ringraziamo il Signore per quanto abbiamo sentito”.
Silvano Magnelli
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