Maestra fino in fondo: fino all’ultimo giorno

A colloquio con Roberta Gasperini, maestra della scuola in ospedale presso il Burlo Garofolo di Trieste: la sua è una chiamata nella chiamata

Roberta Gasperini è una delle maestre della scuola in ospedale a Trieste. Una realtà che si pone come ponte tra la scuola, nelle consuete aule che tutti conosciamo, e il tempo della degenza in ospedale che bambini e ragazzi possono trovarsi a vivere nelle diverse fasce d’età e cicli scolastici. Questa maestra non ha scelto la scuola in ospedale, ma è la scuola in ospedale che ha “chiamato” lei. E da lei, questa chiamata, è stata poi profondamente accolta. In una conversazione le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza. 

 

Sono una maestra da 35 anni. Sottolineo sono, perché maestra si è e non si fa! Ho studiato scienze motorie, ma poi sono felicemente entrata alla scuola primaria dove ho insegnato per molti anni. Era il lavoro della mia vita. Avevo dei colleghi con cui collaboravo e con cui andavo molto d’accordo. Poi un giorno, nel dicembre del 2018, incontro la professoressa Fabia Dell’Antonia, allora dirigente che curava l’esperienza della scuola in ospedale, che mi chiede: “Ti piacerebbe andare ad insegnare in ospedale? La maestra che ha dato inizio a questa esperienza ormai sta per andare in pensione. Pensaci!”.

Scuola in ospedale? Non avevo neppure idea che esistesse. Eppure, non poteva essere un caso.

Ciò che ho provato, fin da subito, è stata la percezione di essere chiamata. Ma non volevo essere io il centro. La mia risposta aveva bisogno di un tempo per capire nel profondo, attraverso un discernimento spirituale, se questa fosse veramente la mia strada. Un accompagnamento che mi ha aiutato a dare un senso vero a una opportunità che, sapevo, mi avrebbe cambiato la vita. Così ho maturato la consapevolezza che era il tempo di lasciare, era il momento di andare. Non l’ho fatto a cuor leggero, ma con la chiarezza che la scelta era quella giusta. 

A marzo del 2019 ho fatto domanda di trasferimento e ho cambiato vita.

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Con umiltà mi sono avvicinata a un mondo che non conoscevo; ho studiato, approfondito e mi sono man mano formata per affrontare una novità che è un’avventura e una sfida ogni giorno. Per gli insegnanti l’aula è il cuore pulsante del proprio lavoro, con gli alunni, la lavagna, i banchi, i registri, le cartine appese alle pareti. In ospedale è tutto diverso. I banchi sono principalmente i letti. Le aule sono spazi ritagliati presso le sale gioco nei reparti, in particolare voglio ricordare lo spazio scuola voluto fortemente dal dr. Marco Rabusin, direttore dell’Oncoematologia pediatrica. E sono sempre i reparti che danno il nome alla nostra scuola: oncoematologia, neuropsichiatria, pediatria, chirurgia, terapia intensiva. E dentro quei letti, in quei reparti, ci sono i bambini e i ragazzi, dai 3 ai 18 anni, con cui quotidianamente facciamo scuola.

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Siamo un’équipe di 13 insegnanti. Un gruppo affiatato con competenze diverse, dalle lingue alla matematica, dalle lettere all’arte, alla musica, che si è messo in gioco, formandosi e auto-formandosi, per rendere le ore scolastiche utili per ogni bambino o bambina o ragazzo o ragazza con cui entriamo in relazione.

Collaboriamo con i medici, i genitori e tutte le figure che abitano un mondo che non è quello della scuola. Noi lì non siamo il centro. Siamo ospiti graditi, perché il nostro lavoro fa parte integrante del percorso di cura, ma pur sempre ospiti. Il nostro lavoro non si conclude dentro gli spazi dell’ospedale: i fili della vita di apprendimento dei nostri alunni sono costantemente intrecciati con le loro scuole di appartenenza, con cui manteniamo un rapporto di stretta collaborazione. Malattia e salute devono continuare a parlarsi per mantenere un legame tra gli spazi della cura e la vita scolastica fuori dall’ospedale.

Per supportare la formazione specifica abbiamo avviato, sin dal 2019, un master che ha come obiettivo fornire le competenze giuste per essere scuola dentro una struttura sanitaria, accanto e insieme ad alunni e famiglie che vivono la fatica della malattia, il dolore e anche la morte.

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Come si affronta tutto questo? Rimanendo sempre pienamente insegnanti, senza confonderci con le altre professioni che operano dentro l’ospedale. La nostra empatia, l’ascolto, la nostra competenza sono al servizio dell’apprendimento dei nostri alunni che per noi non sono malati, ma alunni che affrontano la malattia. Il nostro lavoro è fare ed essere la scuola per ognuno e ognuna di loro, proprio lì dove si stanno curando. Portare la scuola è portare la vita! Lo facciamo sapendo che accanto ai loro letti dobbiamo affrontare emergenze nuove e inaspettate, talvolta anche la loro morte. Senza mai dimenticare che per i nostri ragazzi la scuola è come una luce, una speranza che aiuta e sostiene, in ogni caso, il loro percorso di vita.

Mi piace ricordare due giovani alunne che ho avuto la grazia di accompagnare fino al loro ultimo giorno. Sveva: con lei e con la sua famiglia, seppure per poco tempo, avevamo instaurato un legame speciale. I suoi genitori hanno poi fondato l’Associazione #IoTifoSveva, per trasformare il loro dolore in amore per gli altri. E Chiara, coraggiosa, vitale e bravissima bambina di dieci anni, che ho seguito per un anno e mezzo. Con loro ho imparato che essere maestra significa proprio questo: esserlo fino in fondo, esserlo fino all’ultimo giorno. Mi chiedi da dove mi viene la forza? Dalla fede.

A cura di Erica Mastrociani

Foto di Roberta Gasperini

Cos’è la scuola in ospedale? Perché esiste? Per chi? Dove? Per trovare risposte a queste domande, per conoscere il senso e i servizi proposti dalla scuola in ospedale  così leggiamo nel sito dell’Istituto Comprensivo Dante Alighieri di Trieste che oramai da anni è tra i protagonisti di questa importante esperienza:

“La scuola in ospedale, che ha sede presso l’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste, offre un servizio gratuito, statale, valido ai fini legali e attivo durante l’anno scolastico. Vi si accede senza particolari formalità, sulla base della semplice richiesta e autorizzazione dei genitori. I docenti collaborano con le équipes dei reparti, le famiglie, le scuole territoriali di appartenenza, le associazioni di volontariato, predisponendo attività didattiche personalizzate adatte alle condizioni psicofisiche degli allievi per garantire il loro diritto all’istruzione, nonostante la situazione di ospedalizzazione, ma anche occasioni di incontro, di formazione e di ricreazione. Il servizio è rivolto a tutti e assume particolare significato per i ricoveri lunghi o ripetuti. In quest’ultimo caso si affianca di norma all’Istruzione domiciliare, con modalità concordate con le scuole territoriali. L’intervento scolastico ospedaliero è infatti generalmente più significativo se viene effettuato in stretto collegamento con le scuole d’appartenenza dei degenti, in quanto assume più chiaramente la funzione di ponte tra la situazione di malattia-ospedalizzazione e la normalità. Nella scuola in ospedale presente nell’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste sono attive quattro sezioni: la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la secondaria di primo grado (lettere, tecnologia, arte e musica), gestite dall’istituto comprensivo Dante Alighieri; quella secondaria di secondo grado (inglese e matematica) gestita dal liceo classico e linguistico F. Petrarca di Trieste. I ragazzi ricoverati possono, previa autorizzazione dei sanitari e in collaborazione con le famiglie, svolgere delle attività al di fuori dall’ospedale, avere momenti di incontro con gli alunni del Dante presso il Burlo o presso le case di accoglienza dove sono ospitati bambine, bambini, ragazze e ragazzi seguiti dall’Ospedale pediatrico triestino. Partecipano inoltre a occasioni e iniziative (quali concorsi, mostre ecc.) che possano contribuire al loro benessere”.

 

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