Dalle ferite ai ponti, i martiri del nostro confine

I Beati Grozde, Bulešić e Bonifacio: tre giovani martiri del confine orientale che, nel Novecento, hanno testimoniato il Vangelo oltre l’odio.

“Sentinella, quanto resta della notte?” La domanda che risuona nel libro di Isaia ha attraversato anche la storia tormentata dei popoli del nostro confine orientale nel Novecento. In queste terre – italiane, slovene e croate – la notte è stata lunga: violenze, guerre, ideologie che hanno sfruttato i nazionalismi per dividere ciò che la vita quotidiana aveva intrecciato.

Eppure, proprio dentro questa notte, il Signore ha fatto sorgere raggi di luce. Sono volti concreti, giovani uomini che hanno lasciato che la fraternità in Cristo diventasse più forte dell’odio: lo sloveno Alojze Grozde, il croato Miroslav Bulešić, l’italiano Francesco Bonifacio. Tre Beati, tre storie diverse eppure unite da un’unica radice: la fedeltà al Vangelo fino al dono della vita.

Alojze Grozde, nato nel 1923 in un piccolo villaggio della Slovenia, cresce in una famiglia poverissima. Studente brillante, trova nella fede una sorgente di gioia semplice e radicale. Durante la Seconda guerra mondiale viene catturato da miliziani partigiani e ucciso a soli 19 anni, mentre portava con sé il libretto ”Imitazione di Cristo” e delle immaginette della Madonna di Fatima: segni di una fede che non aveva paura di mostrare.

Miroslav Bulešić, sacerdote istriano nato nel 1920, vive il suo ministero in anni segnati da tensioni politiche e violenze. È un prete giovane, appassionato, vicino alla sua gente. Nel 1947, nella canonica di Lanischie, dopo le Cresime, viene aggredito e sgozzato. Aveva scritto poco prima nel suo diario: “La mia vendetta è il perdono”. Parole che oggi risuonano come un testamento spirituale.

Francesco Bonifacio, nato nel 1912 a Pirano, è un sacerdote mite e generoso, conosciuto per la sua disponibilità verso tutti. Cammina per chilometri per raggiungere i fedeli sparsi nelle campagne del Buiese. Nel 1946 viene sequestrato e ucciso da miliziani del regime: il suo corpo non sarà mai ritrovato. Ma la sua memoria rimane viva nel popolo che lo ha amato.

Uccisi in modo violento perché cristiani autentici, non si sono piegati alla paura né alle pressioni dei regimi. Hanno testimoniato che il Vangelo è libertà vera, anche quando costa tutto. Le loro vicende – facilmente reperibili, tra l’altro, sul sito www.santiebeati.it – presentano alcuni tratti comuni che meritano di essere meditati:

  • Incontrano testimoni credibili. Da ragazzi trovano nella Chiesa figure che mostrano con la vita cosa significhi seguire Cristo senza compromessi.
  • Riconoscono Cristo nei poveri. Cercano chi è più fragile e nei suoi occhi scorgono il volto del Signore che si nasconde.
  • Vivono della preghiera. L’incontro personale con Dio diventa per loro fonte di luce: adorazione eucaristica, Rosario, meditazione della Parola sono il respiro quotidiano.
  • Si lasciano formare da un libro semplice e profondo. L’Imitazione di Cristo diventa compagno di cammino: non un elenco di norme, ma un invito a uno stile cristiano essenziale, virile, gioioso.
  • Restano. Di fronte alle minacce e alla paura non fuggono. La preghiera dona loro una pace interiore che permette di rimanere dove il Signore li ha posti.
  • Perdonano. Anche quando la morte è vicina, non cedono all’odio: amano i loro assassini e li affidano alla misericordia di Dio.
  • Credono che la morte non è l’ultima parola. I regimi hanno inizialmente nascosto i loro corpi e proibito perfino di nominarli, ma il popolo non li ha dimenticati. La loro memoria è diventata seme, fino al riconoscimento della Chiesa.

Sono storie da conoscere perché nutrono la nostra fede e ci ricordano che la santità non è un ideale lontano, ma una possibilità concreta. Ed è particolarmente bello vedere come sloveni, italiani e croati oggi cerchino non solo i martiri della propria terra, ma anche quelli delle altre etnie: un gesto semplice e potente, capace di costruire ponti di pace a partire dal cuore.

Erik Moratto

 

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