Un’esperienza di servizio: racconta che Gesù è vicino

Intervista a don Giovanni Dolermo, responsabile del Movimento Diocesano Ministranti, in vista della prossima giornata di ritiro in occasione della Quaresima

Molte e molti, da bambini, hanno fatto i “chierichetti”, come venivano chiamati un tempo, o “hanno servito Messa” per citare un’espressione ricorrente nel linguaggio comune.  Oggi vengono chiamati più correttamente ministranti, ma la sostanza non cambia: si tratta di un servizio che ha il suo culmine nella celebrazione eucaristica, ma è anche e soprattutto un servizio alla comunità cristiana. In vista del loro prossimo ritiro – previsto per sabato 28 febbraio a partire dalle 9.30 presso la parrocchia di San Sergio Martire – abbiamo rivolto alcune domande a don Giovanni Dolermo, responsabile del Movimento Diocesano Ministranti.

 

Don Giovanni, può spiegarci chi sono i ministranti?

I ministranti sono bambini, ragazzi e adulti che prestano un servizio all’altare e assistono il vescovo, il presbitero o il diacono nelle celebrazioni liturgiche. Non sono ministri istituiti, ma svolgono un vero ministero liturgico.

Quando è nato storicamente questo ruolo?

La storia dei ministranti è antica, trova una sua precisa collocazione a partire dal V secolo.

In un’epoca in cui le celebrazioni dell’Eucaristia erano molto frequenti, dato l’elevato numero di presbiteri, si delinea quindi la figura del ministrante. Questi fungeva da rappresentante della comunità, per impedire che il presidente celebrasse da solo. Il ruolo del ministrante assume forma ed importanza con il Concilio Ecumenico Vaticano II.

 

⁠Negli anni questo ruolo, prima esclusivamente maschile, è diventato anche femminile: perché secondo lei è importante questa apertura?

L’estensione del servizio di ministrante alle femmine è un frutto del Concilio Vaticano II. Tale Concilio ha ribadito l’importanza dei laici nella Liturgia. È la comunità cristiana che celebra. Ciò avviene in virtù del sacramento del Battesimo. Ogni ministrante svolge il suo servizio non perché legato in qualche modo al sacramento dell’Ordine, ma perché battezzato e quindi facente parte del corpo di Cristo.

Conseguenza diretta è che questo servizio non può più essere strettamente maschile. Più che di un’apertura, secondo me qui si tratta di una più chiara comprensione dei Sacramenti, in questo caso: Battesimo, Eucaristia e Ordine, e del loro mutuo legame e rapporto. Ciò è assai più profondo. 

 

Fare il ministrante o la ministrante non è solo un “compito” relegato alla domenica, per così dire: cosa significa, quindi, “essere” e “vivere” da ministranti?

Il ministrante o la ministrante è colui o colei che gode di una vicinanza privilegiata a Gesù. La Liturgia, in particolare l’Eucaristia, è il luogo privilegiato di tale vicinanza, ma non l’unico. È impossibile relegare la persona di Gesù Cristo a uno specifico momento della settimana: sarebbe come cercare di bloccare un fiume in piena. Egli ha detto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) e realizza questa Parola nella vita di ogni cristiano. Più io entro nella Liturgia e più la Liturgia entra in me. Tutto quello che faccio diventa Liturgia, cioè luogo privilegiato dell’incontro con Cristo Risorto, vincitore della morte. Il ministrante è colui che sempre di più entra in questa dinamica di salvezza. La vicinanza a Cristo diviene sempre più intima e riguarda ogni ambito, ogni momento della vita.

Il ministrante o la ministrante non è da solo o da sola nel proprio servizio: quanto importante è la dimensione comunitaria e del gruppo?

In realtà non è così raro che a una celebrazione faccia servizio un solo ministrante. La dimensione fondamentale rimane però quella comunitaria. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Qualsiasi servizio e carisma è reale e risponde veramente al suo fine solo se edifica la comunità, anche quello del ministrante. È necessaria armonia con tutti i partecipanti alla liturgia, dai lettori, al coro, all’assemblea.

I nostri ragazzi prestano il loro servizio senza cercare di apparire, ma abbelliscono le celebrazioni e le rendono più vive coi gesti che compiono e i segni che portano. Ovviamente poi svolgere lo stesso servizio insieme ad altri è fonte di crescita nelle relazioni e nella collaborazione.

Periodicamente a livello diocesano il Movimento Ministranti organizza dei momenti di ritiro: vuole raccontarci in cosa consistono e perché è importante partecipare?

Sono responsabile del Movimento Diocesano Ministranti da poco meno di un anno. In questo lasso di tempo ho organizzato assieme a fratelli e sorelle che si sono resi disponibili tre eventi: un momento in preparazione al Corpus Domini, il ritiro di Avvento e a breve ci sarà il ritiro di Quaresima. Sono i primi passi. Cerchiamo di aiutare i bambini e i ragazzi a comprendere meglio il servizio che svolgono. Quello che ci sta a cuore non è trasmettere nozioni o tecniche, ma uno Spirito: lo Spirito di Cristo Risorto. Il cuore dei due ritiri dei tempi forti è l’Eucaristia, presieduta dal nostro Vescovo Enrico, a cui va tutta la nostra gratitudine. È stato emozionante vedere più di quaranta ragazzi stretti attorno al Vescovo in bianche vesti. Non mancano momenti di gioco, svago e divertimento.

È importante partecipare perché è bello. È bello conoscere Gesù. È bello conoscere nuovi amici e amiche provenienti da altre parrocchie. É bello vedere che siamo in tanti. Ci fa crescere.

⁠Se dovessimo dare uno sguardo alla Diocesi di Trieste, i ministranti sono presenti e attivi in tutte le parrocchie? Ci sono parrocchie che hanno progetti specifici per questi gruppi?

No, non tutte le parrocchie hanno almeno un ministrante, ma sono molte quelle che ne hanno, anche con gruppi numerosi. In alcune ci sono gruppi radicati da tempo, altri sono rinati o si sono rivitalizzati negli ultimi anni. Le proposte parrocchiali per questi gruppi sono diverse e dipendono molto dalla disponibilità e dall’esperienza di chi li segue: laici impegnati, seminaristi, sacerdoti, ecc… È difficile che ci siano percorsi fissi, ma in alcune realtà si riesce a garantire una formazione abbastanza costante.

⁠Cosa racconta questa opportunità di servizio ai ragazzi e alle ragazze di oggi? Se dovesse sintetizzare la bellezza di questo servizio in alcune parole chiave, quali sceglierebbe?

Come ho già detto, secondo me

la cosa più bella che questa esperienza di servizio racconta ai nostri ragazzi e che Gesù è vicino.

Più noi glielo permettiamo, più Egli entra in ogni ambito della nostra vita, perché ci ama. Sempre più scopriamo che con Lui stiamo bene.

Scelgo tre parole per riassumere questo servizio: Gesù, vita, gioia.

A cura della redazione

Foto di Luca Tedeschi

 

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