Tra ferita e desiderio. Infertilità: cure e prospettive

Un pubblico attento e numeroso ha preso parte all'incontro a Palazzo Gopcevich. Apprezzati gli interventi di monsignor Trevisi e della dr.ssa Pingitore

Sabato 7 febbraio, presso la sala Bazlen del palazzo Gopcevich di Trieste, si è tenuto un importante incontro organizzato dalla Commissione diocesana per la famiglia e la vita, con il patrocinio del Comune di Trieste, in occasione della Giornata Nazionale per la Vita.

“La ferita e il desiderio. Accompagnare l’infertilità di coppia: una prospettiva spirituale, medica e umana”. Questo il titolo dell’evento sul quale si sono confrontati il Vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, e la dottoressa Raffaella Pingitore, medica ginecologa di Lugano, esperta in cure per l’infertilità, con anche alcune testimonianze di famiglie che sono state seguite da lei.

È stato così messo a fuoco il tema dell’infertilità, che dovrà essere anche in futuro posto al centro di riflessioni e strategie:

sono infatti sempre più diffusi i casi di infertilità nelle coppie che cercano una gravidanza, sia per i fattori di inquinamento ambientale, sia per stili di vita e sensibilità culturale mutata, che influenzano sempre più la salute riproduttiva delle persone.

Il Vescovo, nella profonda e lunga riflessione offerta in apertura, ha richiamato tutti a chiedersi: “Siamo una cultura che ha paura del generare […] come abbiamo trasmesso le priorità della vita ai nostri giovani?”.

Ma dall’altra parte ci sono tante coppie che hanno il desiderio di un figlio che non arriva e ne soffrono.

“Desiderio: dice mancanza. Significa, etimologicamente, sentire la mancanza delle stelle. La mancanza delle stelle, dei punti di riferimento, è qualcosa che crea un’attesa, talvolta una nostalgia e una sofferenza… Il desiderio di un figlio, dice di un tempo di attesa che non sembra essere esaudito”.

La dottoressa Pingitore, da anni, spinta da questa sofferenza che incontrava nelle proprie pazienti – non trovavano, infatti, una strada per individuare le cause dell’infertilità e una possibile cura – è andata in giro per il mondo, nei centri di medicina per l’infertilità, per imparare come affrontare queste situazioni. In particolare, si è resa conto della necessità di un approccio olistico, che tenesse conto di tutta persona per poter abbattere a una soglia inferiore all’1% quell’insieme di casi ritenuto di infertilità “inspiegata”. Cercando, così, le cause dell’infertilità – che ha ben elencato e spiegato nella propria relazione: dall’endometriosi, alle problematiche legate all’ovulazione, alle carenze ormonali… – il suo approccio può offrire dei trattamenti personalizzati e mirati per riequilibrare i diversi fattori della salute della coppia e metterli nelle condizioni ideali per poter ottenere una gravidanza naturale e spontanea.

Il vescovo, sul punto, ha introdotto alcuni aspetti di bioetica significativi. Non tutti i mezzi sono leciti per soddisfare il desiderio di avere un figlio:  “Fabbricarne come oggetti in laboratorio ci pone dei limiti che dobbiamo darci… si tratta di vita umana, dell’originalità della vita umana, i diritti degli altri sono doveri da rispettare; è compito degli adulti, invece, rispettare i diritti dei bambini (come hanno sottolineato i Vescovi proprio in occasione della Giornata per la Vita).

Il bilanciamento tra il superamento delle difficoltà nella fecondità e il porsi dei limiti etici è a salvaguardia dei diritti nostri e dei bambini?

Non è fatalismo, ma consapevolezza che stiamo parlando di qualcosa di grande”.

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Anche su questo aspetto la dottoressa ha spiegato come queste tecniche, da lei approfondite – che raggiungono lo stesso grado di successo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) –

hanno diversi sviluppi positivi: la cura delle patologie delle coppia; il fatto che nei nati da gravidanze spontanee si sono riscontrati meno casi di malformazioni e patologie congenite; la sostenibilità etica dei trattamenti proposti, che, tra l’altro, sono molto meno onerosi economicamente di quelli di PMA.

La ginecologa ha riportato i dati precisi di una lunga ricerca portata avanti dal 2008 al 2018 su 222 pazienti, ai quali si aggiungeranno i casi seguiti negli anni successivi. Una proposta, quindi, ragionata e supportata da evidenze scientifiche.

La dottoressa ha concluso il proprio intervento, arricchito anche da molte riflessioni sul tema della prevenzione e della trasmissione di una cultura di sensibilizzazione sulla cura e sulla custodia della dimensione della salute riproduttiva anche ai giovani, promuovendo e confidando che venga accolta questa sua esperienza anche da professionisti, affinché venga approfondita e non si perdano competenze medico-chirurgiche oggi acquisite, ma non scontate.

La dottoressa Pingitore ha voluto, quindi, terminare il proprio intervento con un richiamo sul fatto che c’è

“una fecondità che va oltre alla fertilità, che è partecipare alla vita, ma non per forza fatta da me, ma la vita che è data. Una coppia che non può realizzare il proprio sogno porta una ferita grandissima, ma la vita è un dono che dobbiamo accudire e non farne un possesso. La maternità più grande è quella gratuita: il figlio non è mio biologicamente, ma è mio perché partecipo gratuitamente alla sua educazione, alla sua felicità. Bisogna superare le barriere dell’individualismo perché solo in una comunità diventiamo fecondi”.

Queste riflessioni fanno da eco alle conclusioni del nostro Vescovo che così ci ha sfidato:”Come Chiesa mi piacerebbe che assumessimo la postura di chi sta vicino. Una postura condivisa con tutti, che accompagna e ha una riflessione da proporre alla ricerca per il vero bene della coppia e dei bambini. La chiesa sinodale confida nell’apporto specifico di uomini e donne che sanno accompagnare i nostri desideri”.

Abbiamo, quindi, constatato che davanti all’infertilità esiste la proposta di una via per una possibile cura, che a volte si realizza, altre volte no, ma “apre ad altre possibilità che all’inizio non erano parte del nostro desiderio, ma che diventano una realtà bella e santa nella quale percorrere la nostra esistenza”.

Francesca Cantarini

Foto di Luca Tedeschi

 

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