Il Mercoledì delle Ceneri: la soglia austera della speranza

Nel giorno che dà inizio al periodo di Quaresima, un approfondimento sul significato del rito delle Ceneri, occasione di verità su se stessi

C’è un gesto, semplice e severo, che apre ogni anno il tempo della Quaresima: l’imposizione delle ceneri sul nostro capo. Il Mercoledì delle Ceneri non ha l’allegria dei riti festivi né la solennità luminosa delle grandi celebrazioni: è una soglia. Una soglia austera, che invita a rientrare in sé stessi e a misurarsi con la verità della propria condizione.

La formula (oggi la meno utilizzata) che accompagna il gesto — «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» (Gen 3,19) — ci introduce in una realtà e ci consegna una promessa: non è un memento mori disperato, ma un richiamo alla realtà. La cenere, segno di fragilità e penitenza, attraversa tutta la Scrittura come linguaggio del cuore che si converte. In essa convivono memoria e promessa: memoria della nostra finitudine, promessa di una vita rinnovata.

 

Un rito antico, un linguaggio universale

Storicamente, il Mercoledì delle Ceneri si afferma tra il VI e il X secolo come inizio della Quaresima romana.

La cenere, ottenuta bruciando i rami d’ulivo benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente, è già di per sé un simbolo circolare: ciò che aveva accolto l’ingresso regale di Cristo a Gerusalemme diventa ora segno di conversione. La gloria e l’umiltà si tengono insieme. Bruciando questo segno pasquale noi lasciamo spoglie le nostre case, quasi come segno di sobria preparazione alla Pasqua che ritorna con la sua potente forza.

Ma la cenere è anche archetipo: indica lutto, penitenza, purificazione; nella letteratura evoca precarietà e passaggio. Non a caso, uno dei testi poetici più intensi del Novecento porta proprio questo titolo: Ash Wednesday di T. S. Eliot (1930). In quella lunga preghiera in versi, segnata dall’esperienza della conversione, Eliot scrive: «Because I do not hope to turn again…» — “Poiché non spero di tornare ancora…”. È l’inizio di un cammino spoglio, che rinuncia alle illusioni per aprirsi alla grazia. La cenere, in Eliot, è il punto in cui l’io si svuota per poter essere riempito.

Anche la nostra tradizione letteraria conosce accenti affini. Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, la conversione dell’Innominato non è spettacolare: è un travaglio interiore, un crollo delle false sicurezze. «Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora, comprendo chi sono!» esclama, nel momento in cui la durezza si scioglie. Non siamo lontani dallo spirito quaresimale: riconoscere la propria miseria per lasciarsi raggiungere da una misericordia più grande.

 

Cultura della misura, pedagogia del limite

In un tempo che esalta la prestazione, l’immagine e l’autoaffermazione, il Mercoledì delle Ceneri introduce una controcultura della misura.

La cenere “sporca” la fronte, interrompe l’estetica levigata, ricorda che non siamo autosufficienti. È una pedagogia del limite. Ma il limite, nella prospettiva cristiana, non è negazione: è spazio di relazione. La cenere, allora, non umilia: libera. Togliendo il superfluo, restituisce l’essenziale.

La stessa etimologia di “Quaresima” rimanda al numero quaranta: i giorni del diluvio, gli anni dell’esodo, i giorni di Gesù nel deserto. È il tempo della prova e dell’ascolto. Nel deserto, luogo biblico per eccellenza, si impara che la vita non si possiede, si riceve. La cenere segna l’ingresso in questo spazio simbolico.

 

Una speranza che nasce dalla polvere

C’è un’altra forza evocativa: il segno della fine – ciò che resta dalla combustione – diventa inizio: è anche ciò da cui Dio plasma l’uomo (Gen 2,7). Se siamo polvere, siamo anche impasto di promessa. La cenere non chiude, apre. In un celebre passo dei Pensieri, Blaise Pascal descrive l’uomo come «una canna, la più fragile della natura; ma è una canna che pensa». Fragile, sì — come la cenere — ma capace di coscienza e di infinito. La grandezza dell’uomo sta proprio nel sapere di essere fragile.

Per questo il Mercoledì delle Ceneri conserva una sorprendente attualità culturale.

In un’epoca segnata da crisi ambientali e sociali, il richiamo alla polvere può diventare anche invito a una nuova sobrietà, a un rapporto più umile con il creato. “Ricordati che sei polvere” significa anche: non sei padrone assoluto, ma custode.

All’inizio della Quaresima, la Chiesa non offre ricette facili, ma un segno elementare. Un pizzico di cenere dice tutto: siamo creature, non creatori; siamo fragili, ma amati; siamo polvere e, tuttavia, destinati alla vita.

Così il Mercoledì delle Ceneri si rivela per ciò che è: non il giorno della tristezza, ma il giorno della verità. E la verità, quando è abitata dalla misericordia, è sempre l’inizio di una speranza.

La cenere non è solo memoria della fine, ma memoria di un’origine custodita dall’amore.

A cura della redazione

 

Foto di Massimo Silvano

 

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