La penitenza nella confessione, cammino di libertà

Un atto che non è una punizione, bensì uno strumento di crescita interiore e di riconciliazione con Dio per riparare al male compiuto

Continuiamo il nostro approfondimento sul sacramento della riconciliazione, sottolineando l’importanza della penitenza.

La penitenza, spesso vista solo come un atto imposto ed esteriore, ha in realtà una profondità spirituale che risale agli albori del cristianesimo. Durante la confessione sacramentale, il sacerdote propone una penitenza da non intendersi come una punizione, ma come strumento di crescita interiore, di conversione, di riconciliazione con Dio: un invito concreto a riparare al male compiuto.

 

La penitenza nella storia della Chiesa

Fin dai primi secoli, i cristiani praticavano la penitenza pubblica: i peccatori, dopo aver confessato davanti al vescovo e a tutta la comunità la grave colpa, erano obbligati a compiere gesti concreti di espiazione. Questi potevano consistere in digiuni, preghiere prolungate o opere di carità.

L’obiettivo non era ovviamente il castigo, bensì la trasformazione interiore e il reinserimento nella comunità, ferita dal peccato grave compiuto da uno dei suoi membri.

Con il passare dei secoli, e soprattutto a partire dal V- VI secolo, si sviluppò la pratica della penitenza privata, più riservata, che si avvicina a quella che conosciamo oggi. Sull’esempio di quanto i monaci vivevano nelle loro comunità, si diffuse la forma individuale del sacramento della riconciliazione, celebrato col solo sacerdote. Ciò comportava un discernimento più personale e si allargava anche ai peccati più piccoli e quotidiani. Il penitente poteva ascoltare la Parola, riconoscere i propri limiti e ricevere indicazioni concrete per vivere in modo più autentico la vita cristiana.

 

La funzione della penitenza

Nel contesto della confessione e prima dell’assoluzione, la penitenza che il sacerdote affida al penitente ha almeno quattro dimensioni fondamentali:

  1. Riparare il male: attraverso gesti concreti, il fedele manifesta la volontà di non fermarsi al solo rimorso interiore, ma di trasformare le conseguenze del peccato in bene;
  2. Espiare e purificarsi: la penitenza aiuta a liberare il cuore dal peso del peccato, favorendo una vera pace interiore.
  3. Crescita spirituale: digiunare, pregare o compiere atti di carità non sono solo obblighi, ma strumenti per rafforzare la volontà, sviluppare la virtù e avvicinarsi a Dio.
  4. Accompagnare il passaggio dal rimorso alla penitenza. Di questo vogliamo parlare più diffusamente.

 

Il piano psicologico e il piano teologale

Una distinzione che non è sempre facile fare e cogliere quando si parla di peccato è la distinzione tra il piano psicologico e quello spirituale. Spesso considerati come sinonimi, sicché è molto complesso cogliere la differenza tra senso di colpa e senso di peccato, è essenziale porre una distinzione (anche se non è possibile separarli completamente).

Con la nascita della psicologia nel 1800, una parte della riflessione e della comprensione dell’anima è stata tolta dal piano teologico-spirituale ed è stata analizzata attraverso lo strumento psicologico. Non vogliamo entrare adesso nella questione più propriamente fondativa dei due discorsi, ci sembra però utile approfondire quanto detto nel quarto punto.

Il senso di colpa è un concetto psicologico: è un’emozione che nasce quando una persona percepisce di aver fatto qualcosa che viola i propri valori, norme sociali o aspettative personali. È interno alla coscienza individuale, dipende dall’educazione, cultura, personalità e contesto sociale, può esistere anche senza religione, può essere razionale o irrazionale (ad esempio sentirsi colpevoli per cose che non dipendono da noi).

Il senso del peccato appartiene invece alla riflessione teologica. È la consapevolezza di aver offeso Dio o violato una legge divina. È un concetto relazionale: riguarda il rapporto con Dio, presuppone una legge morale rivelata. Porta a pentimento, conversione e richiesta di perdono, non dipende solo dal sentimento soggettivo ma da un criterio morale oggettivo (la legge divina).

Mentre il senso di colpa tiene chiusi se stessi, il senso del peccato apre ad un amore più grande che ci accoglie e ci perdona.

 

La penitenza si sviluppa nel tempo

Vi è però un’importante continuità tra i due piani che deriva dall’unità interiore dell’uomo. La conversione, che è dono della grazia di Dio, avviene nel tempo secondo le leggi dell’umano. È così che la conversione va accompagnata e approfondita nel tempo. Ed è così che

la penitenza si trova all’intreccio di queste due direttrici: la grazia viene da Dio, ma l’appropriarsene segue la legge del tempo e della gradualità.

In talune circostanze, quindi, il sacerdote può (e deve) affidare al penitente una penitenza più lunga nel tempo. Una tale cura medicinale non va intesa come una punizione più grande, bensì come l’accompagnamento orante che si affianca al cammino di liberazione interiore. Facciamo un esempio: se una persona confessa di aver ucciso qualcuno, il sacerdote dovrà dare una penitenza lunga nel tempo perché la persona, che convive con questa specie e tragedia, possa essere aiutata a maturare la riconciliazione del cuore.

Il lavoro sul proprio cuore, per usare un termine forse un po’ generico, è complesso perché si deve creare una osmosi tra il piano umano e il piano divino, tra il piano psicologico e quello teologale. Osmosi, quindi, è una legge fisica e spirituale!

 

Importanza della penitenza

Il tipo di penitenza che il sacerdote affida al penitente varia a seconda del tipo di peccato e secondo il giudizio del confessore. Spesso vengono assegnate delle preghiere da fare. Anche in questo caso non si deve prendere sottogamba quanto ci viene affidato.

Facciamo un esempio: se ci venisse detto di recitare un Padre Nostro, dobbiamo ricordare che esso serve per la nostra crescita spirituale. Quelle parole, però, devono essere dette con intensità, con profondità, con lentezza. Il senso è di accogliere la paternità di Dio, non semplicemente dire delle parole, pur belle.

Dobbiamo infatti ricordare che la penitenza è obbligatoria. Essere tenuti a fare ciò che il sacerdote ci affida è accogliere un’azione medicinale contro il nostro egoismo, nella direzione di un’apertura del cuore verso l’accoglienza del perdono che gratuitamente Dio ci ha donato.

Tanto è fondamentale l’obbligo della penitenza che, nel caso in cui riteniamo pesante ciò che il sacerdote ci affida da fare, dobbiamo dire al confessore di darci un’altra penitenza e il sacerdote è obbligato a modificare la penitenza con una meno gravosa.

 

Un invito personale

Quando il sacerdote indica una penitenza, invita il penitente a un impegno concreto. Può sembrare piccolo o simbolico, ma racchiude un messaggio profondo:

Dio ci chiede di collaborare alla nostra trasformazione, di non lasciare il peccato senza risposta, e di sperimentare la gioia della riconciliazione. La penitenza, quindi, diventa un atto di amore: verso Dio, verso se stessi e verso gli altri.

Avvicinandosi la Pasqua, prendiamoci del tempo per vivere questo incontro gioioso con il perdono di Dio.

A cura della redazione

 

Foto in evidenza: Siciliani-Gennari/SIR

 

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