Insieme all’arte verso la Pasqua

Nel tempo di Quaresima, si fa compagna di cammino anche l'arte: linguaggio che attraverso la luce e i colori racconta il Mistero e lo rende accessibile - 6

Avvicinarsi alla storia della Salvezza attraverso la pittura e l’arte in generale ha un sapore antico. Già le prime chiese rupestri, delle quali in varie parti d’Italia resta un’ampia testimonianza, erano, di fatto, veri e propri “libri” di catechesi che narravano – e continuano a narrare ancora oggi – episodi biblici, pagine del Vangelo, vita degli Apostoli e dei Santi che nei secoli hanno testimoniato con la vita la fede in Cristo e dai quali, anche chi non era istruito è stato toccato. La Quaresima è anche un tempo in cui provare a ricavare degli spazi franchi da impegni e attività per sostare in contemplazione del Mistero Pasquale. Due insegnanti di storia dell’arte ci aiuteranno in questo percorso alla scoperta dei tesori dell’arte che tanto hanno da comunicare alla nostra vita di cristiani in cammino.

 

Affresco 203 x 217 cm di Giotto di Bondone, Cappella degli Scrovegni – Padova (immagine tratta da cappellascrovegni.padovamusei.it)

 

Gesù entra in Gerusalemme

Fra il 1303 e il 1305, su richiesta del nobile Enrico Scrovegni, che voleva riabilitare la propria  famiglia e impetrare  il perdono  per il peccato di usura, Giotto si trova ad affrescare la bellissima Cappella dell’Arena, rappresentandovi la vita di Cristo, il Giudizio universale e le allegorie dei vizi e delle virtù. Questa Cappella sarà inaugurata nel giorno dell’Annunciazione,  25 marzo, e proprio alla Madonna annunciata verrà dedicata.

È sulla parete sinistra andando verso l’altare che incontriamo l’episodio dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, che oggi ricordiamo, e che ci introduce al cammino di Passione della settimana Santa.

La vicenda si staglia su uno sfondo azzurro lapislazzulo solo in parte rovinato (questa pietra macinata dà un colore bello e prezioso, ma anche delicato), rivelandoci subito che Giotto inventa il cielo e il paesaggio, abbandonando, almeno in parte, lo sfondo d’oro di matrice bizantina.

Gesù sembra avanzare lentamente e in modo solenne, sul dorso di quell’umile cavalcatura, l’asino grigio chiaro, e procede benedicendo coloro che lo festeggiano, ma che a breve lo consegneranno mandandolo a morire. Il Cristo, qui,  ha un volto regolare, elegante e proporzionato, colto rigorosamente di profilo.

Anche la visione di lato, come quella di tre quarti, sono delle novità e il nostro artista ricomincia a disegnare l’occhio in maniera corretta, non frontale. Diciamo ricomincia, perché Giotto di Bondone sta ri-creando, recuperando dall’antichità classica, il naturalismo della figura umana, la visione da molti punti di vista, il paesaggio e lo spazio intesi, almeno empiricamente, come ambienti in prospettiva.

Come ebbe a scrivere già il suo contemporaneo Dante Alighieri, Giotto aveva adombrato la fama del maestro Cimabue, ma è d’obbligo riconoscere che senza le prime drammatiche movenze e i primi tentativi di rilievo plastico dei suoi Crocifissi, l’allievo non avrebbe raggiunto tali vette. Non bisogna poi pensare che Giotto fosse l’unico isolato protagonista di questo importante sviluppo: da Roma Pietro Cavallini e altri stavano maturando un’innovazione simile  del linguaggio figurativo.

Osserviamo, dunque, la figura di Gesù che si pone, più alta di tutte, fra due gruppi di folla: quello a sinistra, più compatto, dei discepoli che lo accompagnano, contraddistinti dal nimbo dorato attorno alla testa, e l’altro, di persone disposte in vari atteggiamenti, che lo accolgono, stendendo i mantelli dove Lui deve passare.

Uno di loro, in particolare, ha il drappo verde ancora sopra la faccia, se lo sta sfilando per appoggiarlo, o forse, come è stato ipotizzato, simboleggia chiunque voglia rendersi cieco (cioè incredulo, refrattario) all’incontro col Signore.

Dietro al gruppo di destra, ecco le porte di Gerusalemme (perché è lì che Cristo sta entrando) che ostentano due merli medievali del tipo ghibellino a coda di rondine e le alte torri che somigliano ai campanili delle chiese coeve. Non dimentichiamo che Giotto era anche architetto e che a lui si riferisce il progetto del campanile del duomo fiorentino. 

Le singole figure sono scultoree, ci pare di vederle scolpite da Arnolfo di Cambio: a volte presentano dei  volumi squadrati, ammorbiditi  solo dallo sfumare lieve  del colore. L’occhio va quindi alle due figure sopra gli alberi – che, in equilibrio precario, sembrano reggerle – raffiguranti

i ragazzi che staccano i rami per sventolarli in segno di festa per Gesù. Al di sotto, le varie persone (specialmente quelle a sinistra) si coprono una con l’altra, chi sta davanti e chi dietro, perché Giotto non sente più il bisogno di scaglionarle sul piano bidimensionale.  

Un’ultima  considerazione occorre fare se ci soffermiamo sui singoli volti dei personaggi, che sono espressivi e  veramente umani: Giotto vuole comunicarci anche i sentimenti più profondi e drammatici del cuore dell’uomo.

Il linguaggio è essenziale e mai oscuro: la disposizione delle figure, del paesaggio e di ogni particolare è sempre volta a far convergere la nostra attenzione sul punto focale, cioè Cristo che ci viene incontro.

Marina Gobbato

 

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