Sono iniziati a marzo di quest’anno i lavori di restauro per l’adeguamento dell’impianto elettrico e illuminotecnico della chiesa di San Vincenzo de’ Paoli, una delle parrocchie più popolose della diocesi di Trieste, che conta oltre 14mila abitanti.
«L’impianto elettrico era obsoleto» ci spiega il parroco, don Umberto Piccoli «quando il Vescovo, Enrico Trevisi, era venuto qui in parrocchia ci aveva segnalato la necessità di procedere a un suo adeguamento, ma aveva anche proposto di cogliere l’occasione per sistemare l’impianto di illuminazione. Chi frequenta la nostra chiesa sa, infatti, che la luminosità dell’aula liturgica non è particolarmente favorevole».
Così, dopo i necessari passaggi burocratici, con la presentazione del progetto, le richieste di finanziamento e tutto ciò che in questi casi è necessario, l’incarico è stato affidato alla ditta Elettrosystem di Padova che ha avviato i lavori.
L’intervento – finanziato per 200mila Euro dai fondi dell’8xmille alla Chiesa Cattolica, cui si aggiunge un contributo di 76mila Euro della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, mentre la copertura di altri 50mila Euro rimane in capo alla parrocchia e alla sensibilità della comunità – è in corso di svolgimento,
tanto che la chiesa è aperta alla comunità solo il sabato e la domenica per le celebrazioni festive, mentre, durante la settimana, la liturgia viene celebrata in una cappella. I primi risultati, però, sono già visibili e vorremmo cogliere l’occasione per – è proprio il caso di dirlo – “mettere in luce” alcuni aspetti anche storici di questo importante luogo di culto.
L’erezione ufficiale della parrocchia, con il titolo “San Vincenzo de’ Paoli”, porta la data del 1° aprile 1908, ma la storia che portò alla sua nascita è ampia e piuttosto tormentata. Come spiegava bene il compianto professor Giuseppe Cuscito nel suo volume-studio “La chiesa di San Vincenzo de’ Paoli a Trieste – Un secolo di storia e arte” – risalente al 1992, molto desiderato dall’allora parroco, don Bruno Speranza, e con l’introduzione dell’allora vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Eugenio Ravignani – “Dopo le modificazioni apportate all’ambiente fisico tra il XVIII e il XIX secolo per acquisire nuove aree edificabili — l’interramento delle saline nel Borgo Teresiano, l’erosione al mare di nuovi spazi in quello Giuseppino e l’urbanizzazione del settore orientale al di là del Torrente, coperto fra il 1835 e il 1849 (l’attuale via Carducci), in quello Franceschino —, la crescita demografica di Trieste venne assorbita da uno sviluppo edilizio che interessò i rilievi circostanti. Fra le dodici borgate e contrade territoriali sorte nella cerchia di tali colline, Chiadino è quella che registra il più sensibile incremento nel numero delle case e degli abitanti fra i censimenti del 1804 e del 1884”. E Chiadino è proprio il territorio nel quale, alcuni anni più tardi, sorse la chiesa di San Vincenzo de’ Paoli. “Tale zona – proseguiva ancora Cuscito – che nell’arco del suo sviluppo non ebbe mai limiti alle spalle e conquistò via via terreno nuovo all’edificazione, vide crescere numerosi quartieri operai e popolari col relativo spostamento del baricentro geografico, economico e sociale della città. Poliaggreganti di questo nuovo tessuto urbano alla periferia orientale diTrieste si possono considerare la Caserma della Marina in piazza della Barriera Vecchia, le scuole popolari di Barriera Vecchia (1847), di via Ferriera (1872) e di via Donadoni (1892), il giardino d’infanzia «Arciduca Rodolfo» in via Manzoni (1880) e la chiesa di S. Vincenzo de’ Paoli, «unica chiesa della zona»”.

Un punto nevralgico, quindi, per la popolazione residente che negli anni si era stabilita in quella zona della città.
I “tormenti” legati alla sua storia riguardavano, tra fine ottocento e primo novecento, il rapporto tra autorità religiosa e autorità civile, reso difficile dalla questione nazionale allora particolarmente acuta: fu, infatti, solo grazie all’impegno dei fedeli che iniziò a essere costruito un primo edificio di culto, che poi fu ampliato per poter meglio accogliere la popolazione che continuava a crescere. Il 1° ottobre 1905 vi fu la solenne benedizione della nuova chiesa, non ancora del tutto completata.
Venendo alle opere artistiche presenti, sempre Cuscito riportava la descrizione pubblicata dall’“Osservatore Triestino”: «Di stile basilicale del Rinascimento italiano, l’edificio è bello e pregevolissimo tanto nella facciata quanto nell’interno, per la perfetta armonia di linee e per la eleganza accoppiata alla grandiosità e maestà del tempio»: sopra due filari di quattro pilastri, adorni di capitelli corinzi, si curvano eccelse le tre navate. La navata di mezzo misura 31 metri di lunghezza, che si estende a metri 47 dal pronao esterno, ch’è di classica venustà, fino all’abside; la larghezza totale delle tre navate è di m. 23,50.78 Il pavimento in pietra bianca del Carso, segata e levigata, fu un dono dei coniugi Kamensik. Di rilevante valore artistico erano ritenute quattro grandi vetrate a colori raffiguranti San Federico, San Francesco, Sant’Alfredo e San Marco, tuttora conservate ed eseguite da un rinomato stabilimento di Innsbruck: due donate con rilevante spesa dalla baronessa Nina de Morpurgo e una dalla baronessa Emma de Seppi». A questi si sono aggiunti poi i dipinti del Wostry e, in epoca decisamente più recente, le opere dell’artista livornese, ma triestino di adozione, Folco Jacobi. Di grande pregio anche l’organo a canne della casa Mascioni (1971) che troneggia in cantoria.
«La comunità parrocchiale è molto contenta di questa opera di restauro e ammodernamento» conclude don Piccoli «perché una migliore illuminazione valorizzerà la bellezza dell’aula liturgica e delle opere artistiche che adornano l’abside e il presbiterio».
Firmare per destinare l’8xmille alla Chiesa Cattolica significa anche questo: rendere più accogliente e curata, anche nell’accesso alla bellezza, una chiesa con una storia importante, per la diocesi e la città, sotto molti punti di vista.
E, attraverso questo, prendersi cura di una comunità che ha cuore questo luogo come spazio privilegiato di incontro con Dio e di crescita nelle relazioni fraterne.
Luisa Pozzar

Foto Cei










