Un cuore che ama non si stanca mai

La testimonianza di monsignor Christian Carlassare, vescovo di Bentiu (Sud Sudan) alla Veglia Missionaria diocesana promossa dal Centro Missionario Diocesano

Il 1° ottobre 2026, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, si è svolta la Veglia Missionaria diocesana, presieduta dal vescovo di Trieste, Enrico Trevisi, con la testimonianza di monsignor Christian Carlassare, vescovo della diocesi di Bentiu, in Sud Sudan, che proprio ieri ha festeggiato il suo 49° compleanno.

L’iniziativa è promossa dal Centro Missionario Diocesano ed è stata presentata dal suo direttore, don Alessandro Amodeo. In sintonia con la lettera pastorale di monsignor Trevisi, “Sulla tua parola”, il vescovo Christian ha condiviso con la Chiesa tergestina la sua esperienza missionaria, con le sfide poste dall’evangelizzazione. Monsignor Enrico Trevisi ha presentato il vescovo Carlassare, invitandolo a dare ragione di una scelta di vita che potrebbe apparire insensata, secondo le logiche mondane, considerato che egli svolge il oggi suo ministero episcopale in una delle aree più depauperate dell’Africa.

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2021 fanno irruzione nella sua canonica due uomini armati che prima lo picchiano e poi gli sparano alle gambe. Il 25 marzo 2022, rimessosi in salute, riceve l’ordinazione episcopale, nella cattedrale della Sacra Famiglia, nella diocesi di Rumbek. Monsignor Christian Carlassare viene nominato in seguito primo vescovo di Bentiu, il 3 luglio 2024, da papa Francesco.

Nato a Schio (Vicenza) nel 1977, dopo la maturità entra nei missionari comboniani del Cuore di Gesù, nel 2004 viene ordinato sacerdote e inviato in Africa, nel Sudan del Sud. Monsignor Carlassare ha raccontato la vita di «una Chiesa giovane, povera, ma animata da un desiderio di pace. È una Chiesa che aveva bisogno di tutto, perché era stata abbandonata». 

 

All’inizio, egli pensava di agire come il buon Samaritano, salvo scoprire che in realtà è stata questa popolazione africana ad accoglierlo con spirito “samaritano”, per sovvenire alle sue necessità:

«Per me è stato un grande dono essere mandato ai più poveri, a quanti avevano più bisogno di un pastore. È una Chiesa piena di speranza» e ha poi proseguito raccontando di «una vita missionaria fatta di piccole e umili cose: di speciale c’è solo la chiamata di Gesù, che non esclude nessuno. Da bambino ero attratto dai racconti di un mio zio religioso, che operava in terra di missione, così ho pensato, il giorno del suo funerale, nel 1991, che sarebbe stato bello donare la propria vita per gli altri. La fede vissuta è un’altra cosa».

Prima di impartire la benedizione finale, monsignor Carlassare ha raccontato un episodio significativo. Un giorno, giunto in un villaggio, invitò una bambina del luogo a riposarsi, in quanto da molte ore si stava dedicando a preparare le bevande e il cibo da offrire ai missionari, ma lei gli rispose che «il cuore che ama non si stanca mai»; le opere compiute con tenerezza e compassione sono generate da un’energia inesauribile.

La veglia di preghiera è stata accompagnata dalle meditazioni musicali eseguite all’organo dal maestro Mauro Macrì e dai canti di Taizé, animati da don Valerio Muschi.

Di seguito, alcuni passaggi dell’intervento di mons. Carlassare.

 

"Dal 1994 al 2004 ho percorso la mia formazione presso i missionari comboniani, fino all'ordinazione sacerdotale, poi sono stato inviato in Sud Sudan. L'Africa è un continente in crescita, pieno di vita. Il Sud Sudan ha risentito del dominio Anglo- Egiziano, che ha governato l'intero territorio del Sudan dal 1899 al 1956, ed è il Paese più giovane del mondo, con alle spalle un conflitto di cinquant'anni con il Nord Sudan. La popolazione è dedita in prevalenza alla pastorizia, sono genti semi nobili, suddivise in clan, le relazioni sono ostacolate dalla contesa per le aree di pascolo dei rispettivi greggi. Ho operato per sedici anni in una parrocchia con un territorio esteso quanto il Friuli Venezia Giulia. È bello sentirsi missionari per queste persone, bisognose soprattutto di istruzione: solo il 6% dei giovani maschi, infatti, frequenta la scuola secondaria superiore, mentre le ragazze sono ancora confinate nell'ambito domestico. Ho cercato di rimanere fedele al mio motto episcopale - “Uniti in Cristo” - perché siamo tutti fratelli dell'unica tribù umana. In questo Paese la terra appartiene a tutti, cerchiamo nelle sette parrocchie della mia diocesi - con una decina di sacerdoti e una comunità di religiosi polacchi - di promuovere l'impegno per la giustizia e la pace. Ciò significa innanzitutto vivere la logica del perdono e assumere il senso della comunità. Cerchiamo di favorire un'economia sostenibile nell'agricoltura, che abbia cura dell'ambiente, per il bene comune. La Chiesa di Bentiu rappresenta dal 10 al 15% della popolazione locale, che per oltre la metà è sfollata a causa delle inondazioni. Abbiamo impostato una pastorale della relazione e tutta la nostra comunità ecclesiale segue il modello della solidarietà. L'Eucaristia è naturalmente il fondamento della nostra vita di fede, con la grazia della sua consolazione, ma bisogna anche incentrare la vita cristiana sulla parola di Dio, che ci sfida a tradurre il vangelo nella nostra quotidianità. Il messaggio di Gesù deve incarnarsi nella realtà, le sue parole attendono di divenire vita concreta. A questo fine, abbiamo istituito delle comunità di base, animate da gruppi di famiglie. È una prassi pastorale che ci consente di affrontare i problemi molto concreti che ci interrogano, alla luce del vangelo, che può trasformare la nostra vita, se ci lasciamo convertire dall'incontro personale con Cristo». 

don Manfredi Poillucci

Foto di Luca Tedeschi

 

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