Interessa ancora a qualcuno l’ecumenismo?

L’ecumenismo non è opzionale: unità dei cristiani, pace e testimonianza del Vangelo oggi. Una riflessione sul cammino ecumenico e la Settimana di preghiera

Interessa ancora a qualcuno dell’ecumenismo? Al di fuori di coloro che si occupano per dovere di ministero, di quei pochi vetero-entusiasti di un’epoca ormai lontana in cui si credeva che l’unità della chiesa fosse possibile, al di fuori dei leader di chiese di ogni confessione che devono mostrare atteggiamenti diplomatici, magari facendo buon viso a cattivo gioco perché hanno abbastanza problemi internamente che il dialogo con gli “altri”, gli esterni alla propria chiesa, in fondo non interessa davvero? Eppoi, che cos’è l’ecumenismo? Non è una questione per soli addetti ai lavori, che il 90% e più dei cristiani nemmeno sa che esista, e una buona parte degli altri non lo ritiene interessante?

Per citare la Bibbia, «la pensano così ma si sbagliano»! Il titolo di un libro recente recita “l’ecumenismo non è opzionale”: tra le mille espressioni della fantasia dello Spirito per ravvivare la chiesa, insieme ad una riscoperta della responsabilità dei laici e delle donne in particolare, insieme a una rinnovata passione per l’annuncio del vangelo, alla ricerca di comunità che desiderano vivere relazioni autentiche, famiglie di famiglie, rilevanti nel mondo, di una liturgia più vissuta e capace di dar senso al vissuto dei credenti, di un servizio ai poveri efficace, tra tutto questo la ricerca della pace tra i cristiani è certo una via suggerita dall’Alto. Papa Leone con il suo insistere su una “pace disarmata e disarmante” indica anche la via della riconciliazione tra le chiese come una delle priorità, e non solo per la gerarchia ecclesiastica, ma, in senso sinodale, per ogni diocesi, parrocchia, associazione e singolo cristiano.

“Ecumene” significa “terra abitata” nel senso di “ovunque c’è qualcuno”. L’ecumenismo è un movimento nato – le date suggerite sono più d’una – oltre un secolo e mezzo fa in seno al protestantesimo anglicano, che proprio per prendere sul serio l’afflato missionario si rendeva conto che i cristiani divisi non sono credibili. Sembra di sentire il motto agostiniano di papa Leone, “In Illo uno unum”, siamo una cosa sola nell’unico Cristo. Perché la Chiesa cattolica vi si coinvolgesse ufficialmente ci vollero parecchi decenni, nei quali il movimento si ampliò e percorse tre vie: quella del confronto teologico, quella del servizio ai poveri e quella già ricordata dell’unità nella missione. Mentre anche in seno al cattolicesimo alcuni pionieri quasi clandestinamente si avviavano per questa strada, giunse finalmente con papa Giovanni il tempo del Concilio Vaticano II (1962-65), che poi col supporto di Paolo VI delineò lo stile dialogante che la Chiesa avrebbe dovuto far proprio. Da lì tanta strada si è compiuta. 

Oggi le iniziative ecumeniche, sostenute anche dall’ormai definitiva compresenza in ogni territorio di molteplici forme di cristianesimo, dai cattolici latini a quelli orientali, dagli ortodossi ai valdesi, dagli anglicani ai pentecostali, dai luterani alle chiese libere, sono anche solo in Italia centinaia ogni giorno. E la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio di ogni anno, è il tempo intensivo e privilegiato per far parte di questo anelito dello Spirito.

Ha scritto recentemente papa Leone: «Condividiamo infatti la fede nell’unico e solo Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio Gesù Cristo e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo. Davvero quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide! Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace» (In unitate fidei, 2025). I cristiani, dopo secoli di inimicizie, divisioni e “confessionalismo”, impegnandosi oggi per l’unità visibile, testimoniano che è possibile riconciliarsi, perdonarsi, trovare vie possibili di pace a partire da un ideale comune, e dalla convinzione che c’è un’unica pace possibile per chi condivide lo stesso pianeta: quella che non esclude nessuno.

Il tema del 2026 è proposto dalle Chiese cristiane dell’Armenia e prende le mosse dal testo di Paolo ai cristiani di Efeso (4,4) «Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati». In mezzo a tanti umani motivi per chiudersi nel proprio orticello, salvo lamentarsi poi di quanto sia disastrato, continua a farsi strada la preghiera di Gesù che nel Getsemani pregò “perché tutti siano uno”.

 

sac. Valerio Muschi
Delegato diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Diocesi di Trieste

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