L’amore definitivo di Dio che libera e dona una vita buona

La suora canossiana originaria del Darfur è la patrona delle vittime della tratta: l’8 febbraio la Giornata mondiale di preghiera e riflessione

Nel nostro mondo, lacerato da guerre, ingiustizie, omicidi, femminicidi … e molto altro, un esempio di vita, non schiacciata dalle situazioni e dal potere di altri, ma libera da ogni schiavitù e paura, è la testimonianza di una piccola suora canossiana sudanese, Santa Giuseppina Bakhita.

Nata nei pressi di Olgossa (Darfur) circa nel 1869, all’età di sette anni è stata rapita e venduta da diversi mercanti di schiavi. I suoi rapitori l’hanno chiamata “Bakhita”, che significa “fortunata” in arabo, perché, per i traumi, le sofferenze e angherie subite, non ricordava più il suo nome. Ha sopportato cattiverie, fustigazioni, più di 140 incisioni profonde sul suo corpo che le sono rimaste per tutta la vita. Ha raccontato lei stessa che “da schiava non mi sono mai disperata, perché sentivo una forza misteriosa che mi sosteneva.

Questa forza era el Paron” – come Bakhita chiamava sempre Dio – che per vie a noi incomprensibili, l’ha guidata e nel 1885 l’ha portata in Italia, a Zianigo (Venezia) dove incontrerà l’Amore Misericordioso e Grande di Dio in suo Figlio, Gesù Crocifisso.

Qui ha conosciuto Illuminato Checchini, uomo di carità e di fede, che è diventato per lei benefattore paterno: le ha regalato un piccolo crocifisso che ha sempre conservato come un tesoro geloso. Guardandolo, sperimentava una liberazione interiore perché si sentiva compresa e amata, capace di comprendere e di amare gli altri. Così lei stessa ha confermato:

“L’amore di Dio mi ha sempre accompagnato in modo misterioso; il Signore mi ha voluto tanto bene. Sono definitivamente amata e qualunque cosa accada, io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona”.

Solo il 29 novembre 1889 viene dichiarata legalmente libera dal procuratore del re.

Nel frattempo con un percorso di Catecumenato si è preparata a ricevere i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (9 gennaio 1890) e dopo tre anni è entrata nel noviziato delle Madri Canossiane. Così ha raccontato più tardi:

“Quando ho capito che il Signore mi chiamava alla vita religiosa, ho sofferto tanto perché non sapevo come spiegarmi. Mi sentivo indegna, ed essendo di razza nera ero convinta che avrei fatto sfigurare l’Istituto e che non mi avrebbero accettata. Ricordo che ho pregato tanto la Madonna che mi ha dato la forza di raccontare al confessore la mia angustia e la mia lotta che duravano da due anni”.

Molti anni della sua vita religiosa canossiana li ha trascorsi a Schio (VI) svolgendo lavori semplici in sacrestia, in cucina o in portineria del convento. Ma in tutto quello che ha fatto, “Madre Moretta” – così come veniva chiamata da tutti con grande affetto – ha rivelato l’amore di Dio per ogni persona che incontrava e la cercavano come vera sorella nella fede. Per questo motivo Papa Giovanni Paolo II il 17 maggio 1992, nella messa di Beatificazione, l’ha definita “sorella universale.

Nel 1946 si è ammalata gravemente di broncopolmonite e l’8 febbraio 1947 è morta a Schio, considerata dall’intera popolazione già santa. La sua santità verrà proclamata da Papa Giovanni Paolo II il 1 ottobre 2000.

Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi (2007) l’ha definita un esempio luminoso di speranza e di come la fede possa trasformare la sofferenza in perdono.

Papa Francesco ha richiamato più volte la figura di Santa Giuseppina Bakhita e per lei aveva un riguardo particolare: l’8 febbraio 2015 l’ha dichiarata patrona delle vittime della tratta. Nell’Udienza Generale dell’8 febbraio 2017 ha sottolineato come, nonostante le sofferenze e le umiliazioni subite, non abbia perso la speranza e abbia portato avanti la fede, diventando un esempio per tutti i migranti, i rifugiati e gli sfruttati che soffrono. Più tardi (11 ottobre 2023) ha sottolineato che la vita di Madre Moretta è diventata una “parabola esistenziale del perdono”, mostrando come il perdono non toglie nulla, ma dà dignità alla persona e la rende libera. Il 7 febbraio 2025 Papa Francesco l’ha definita “ambasciatrice di speranza”, esortando tutti a camminare insieme contro la tratta, mettendosi al fianco delle vittime e dei sopravvissuti.

Al termine riportiamo il ricordo di una Consorella:

«Bakhita era un bel tipo di donna africana con le caratteristiche somatiche della sua razza, ma armoniose e regolari. Nerissimi i capelli lanosi, nera la pelle, marcate labbra brune, abitualmente atteggiate al sorriso. Era di statura alta e snella; il passo pareva marcare un lieve difetto: conseguenza irreversibile delle lacerazioni sofferte quando era schiava. Aveva tratto gentile e garbato. Tenerissima di cuore, reagiva prontamente alla simpatia: gioiva con chi era nella gioia, si rattristava fino alle lacrime con chi era nel dolore. Pronta di intelligenza, sapeva risolvere ogni situazione e accettava con buon umore uno scherzo. Era a suo agio con i bambini e sapeva accogliere con empatia lo sfogo di una madre in angoscia; sapeva tenere a bada e dar consigli a militari e ufficiali, al tempo in cui era infermiera nell’ospedale militare».

Santa Giuseppina Bakhita proteggi tutti noi, la nostra Diocesi e tutti coloro che soffrono.

 

Suor Vittorina Cinque

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