Siamo nel 1946, la guerra è finita ma non è ancora chiusa e per la Venezia Giulia, il palcoscenico in cui si recita questo ennesimo assurdo umano, il presente significa occupazione straniera: l’Istria, di fatto, quasi tutta alla Jugoslavia di Tito, Trieste e Gorizia, non perdute, ma in amministrazione militare anglo-americana e Pola, anch’essa non perduta, ma enclave sotto governo militare inglese. Siamo al 18 di agosto e sulla spiaggia di Vergarolla, subito fuori Pola, un’enorme folla si è raccolta ed è la non solo per fare il bagno ma anche per assistere alle competizioni sportive in mare per la classica – era stata ideata nel 1913 – coppa Scarioni e si tratta di gare di livello nazionale che coinvolgono le realtà natatorie giovanili. Dietro l’organizzazione c’è la società sportiva nautica polesana “Pietas Julia” di cui, fra l’altro, si celebrano i sessant’anni di costituzione. La “Pietas Julia” è un emblema di patriottismo e di italianità. E la sera, su quella spiaggia e in quella bella pineta, ci sarà una grande festa. Sulla riva, accatastate ai bordi della pineta, un cumulo di mine, enormi residuati bellici, recuperate e disinnescate, sembrano testimoni ingombranti e senza ricordi di un cruento già stato. E invece no: all’improvviso, subito dopo le 14, scoppia tutto, i corpi volano a brandelli e la carne dell’uomo diventa il pasto più macabro e truculento per l’inconsapevole gabbiano.

Diranno, poi, i tanti polesani testimoni che ciò che li colpì immediatamente fu un odore acre, dolciastro e terribile, quello della carne umana bruciata. Un odore che non avevano mai sentito e che non sarebbe mai più uscito dalle loro menti. Pezzi di corpi straziati caddero sui rami dei pini, altri finirono in mare. L’acqua si tinse di rosso. Per mesi, a Pola, nessuno avrebbe più mangiato pesce.
È una strage, non fortuita ma provocata da una mano infame, che dir maligna è poco. Una mano che va ad innescare ciò che era disarmato, che dà la chiave per liberarsi al mostro imprigionato. Più di cento sono i morti e senza numero i feriti: tonnellate di carne umana martoriata che arrivano all’ospedale Santorio di Pola dove Geppino Micheletti, unico chirurgo in servizio e che sta sostituendo il primario, professor Carravetta, in quel momento in licenza, opera per ore ed ore. Non si ferma neanche quando gli dicono che i suoi due unici bimbi, Carletto, nove anni, e Renzo, solo quattro, sono fra i morti. E così suo fratello Alberto e sua cognata Caterina che stavano là con i piccoli: Micheletti non crolla davanti al dolore, sa che altre vite sono nelle sue mani. Solo nelle sue.
All’ospedale Santorio accorrono tutte le autorità di Pola e il 20 agosto, giorno del funerale. È una tragedia cittadina paragonabile al primo bombardamento del 9 gennaio 1944, ma questa ha la calcolata forza di annichilire la popolazione in un momento di illusoria serenità. Dirà Radio Venezia Giulia: «Le mine non potevano scoppiare per autocombustione o da sole. Era necessario applicare uno o più detonatori». Un atto criminale, un attentato e una strage. Ancora: «Chi lo ha fatto? Chi ha avuto la mostruosa idea di un attentato contro la popolazione italiana di Pola?».
Per i morti, dopo due giorni, viene proclamato il lutto cittadino e le esequie funebri sono celebrate dal Vescovo Raffaele Radossi. Dirà, il vescovo, nella sua omelia:
“Quello che ho visto con mio grande sgomento proprio mi ha fatto venir meno le forze. Ma come mai, dopo un anno abbondante che c’è qui un Governo Militare, che ha il dovere sacrosanto, Dio benedetto, di esaminare palmo a palmo tutto il terreno per escludere – anche se c’è una sola spoletta – ogni pericolo, come mai non si è potuto ancora pensare neanche di mettere sul posto una semplice tabella che indicasse a gente ingenua e non tecnica che quella era una zona pericolosa, per scongiurare questa catastrofe? Io come vescovo non accetto nessuna scusa e nessuna attenuante. Le famiglie, le care famiglie che io ho potuto avvicinare, vorrei pregarle di compatire questo povero Vescovo che non può, non ha il dono dell’ubiquità, non può essere in cento posti. Io ho cercato di avvicinare tutti, vedere, sostenere, indirizzare; di dire a tutti quello che potevo dire. Ma, lo so, tutta la nostra opera è ben piccola cosa, perché i morti sono morti ed i dolori sono piaghe che mai più potranno essere cicatrizzate. Questa è la tremenda verità.

Fra tutti i casi pietosi – vi parlo come una persona che ha l’anima proprio sulla lingua ed il cuore in mano -, fra tutti i casi pietosi di famiglie intere scomparse, di brandelli di carne, io non ho mai visto uno simile e scongiuro le autorità alleate, nel nome del Dio vivente, che non permettano che mai più si ripetano simili stragi. Essi sono impegnati in coscienza davanti a Dio, hanno la possibilità ed il sacro dovere di farlo. Cito fra tutti i casi pietosi, quello del povero dott. Micheletti. Proprio mi trovavo lì in reparto di chirurgia, quando incontro il povero dottore che usciva dalla sala operatoria e apprendeva di aver perso due creature”.
Solo 65 salme sarà possibile ricomporre nelle bare e, fra queste, il corpicino straziato di Carletto e niente, tranne una scarpa e i suoi giocattoli, in quella di Renzo.
Se da Pola, in principio, nessuno avrebbe voluto andarsene perché “qua siamo tutti italiani!”, quella strage spalanca la visione del baratro e la sorte di Pola, allora, nella testa della sua gente, entra in una prospettiva senza rimedio: se l’Italia perderà anche Pola, si va via tutti. E così sarà, dopo quel fatidico 10 febbraio 1947, quando, con la firma del Trattato di Pace (Pace?), la città passerà alla Jugoslavia di Tito.
Addio, Pola. Nei mesi che seguirono, per il tempo stabilito a che entrasse in vigore quel trattato, un solo rumore, costante, inarrestabile, aleggerà in città: quello del martello che batte i chiodi per costruire i cassoni dove si imballano le masserizie, tutto quello che si può e si va via. Ma non ci vorrà molto perché anche quel rumore sparisca. Un altro lo sostituirà, molto più pesante: il silenzio. A Pola non c’è più nessuno. Addio, Pola.
Piero Delbello
Direttore IRCI
Geppino Micheletti (nato Michelstaedter), cugino del filosofo Carlo Michelstaedter, morto suicida nel 1910, era figlio di Giuseppe e Irma Majer ed era nato a Trieste il 18 luglio del 1905. Si sarebbe laureato in medicina nel 1929 specializzandosi, con il massimo dei voti, in chirurgia nell’anno accademico 1937/38. Un’altra specializzazione, in ortopedia e traumatologia, la otterrà nel 1945/46. Sarà aiuto chirurgo all’ospedale Santorio di Pola a partire dal 1935 e là continuerà ad operare sino alla chiamata alle armi nel 1941. Dopo il congedo del 30 giugno 1945, rientrerà ancora in servizio all’ospedale di Pola.
La mostra “LA STRAGE DIMENTICATA. Vergarolla e il suo eroe, il dottor Geppino Micheletti”, curata dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata e allestita presso la sede dell’IRCI/Museo istriano in via Torino 8, a Trieste, inaugurata il 9 febbraio, resterà aperta sino al 29 marzo 2026 ogni giorno, sabato e domenica compresi, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 18.30. Ingresso libero.
Foto: Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata



