“Esclusa una falsa e distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo. Ho deciso di raccontare il mio percorso perché da questo momento mi sacrificherò interamente alla ricerca della felicità, e vedrò se la mia vera vita è in Lui o no.”
Parto da queste parole di un giovane di 17 anni, Marco Gallo, scritte qualche mese prima di trovare la morte in un incidente stradale, per parlare di don Giussani, di cui si chiude oggi, 14 maggio 2026, la fase diocesana della causa di beatificazione, con una celebrazione presieduta dall’arcivescovo mons. Delpini, nella basilica di S. Ambrogio a Milano. Sempre nella diocesi milanese, qualche mese fa si è aperta invece la fase diocesana della causa di beatificazione dello stesso Marco Gallo, che proprio nell’esperienza iniziata da don Giussani ha trovato l’alveo per il suo personalissimo cammino di santità, in quella GS a cui il sacerdote milanese aveva dato vita tra i banchi del liceo Berchet negli anni ’50. Trovo questa concomitanza temporale significativa: penso che non vi sia niente di più espressivo, per capire la santità di don Giussani, di guardare il tipo di cammino alla santità che ha proposto e continua a proporre alle decine di migliaia di persone che ne sono rimaste affascinate.
Come dice lo stesso Marco Gallo nei suoi scritti, “il movimento è segno della presenza di don Giussani: una presenza che veglia su di noi”. Comunque si consideri il movimento di Comunione e liberazione, la persona di don Giussani e la sua proposta di vita interrogano. E interrogano sempre più, man mano che il tempo avanza e le sfide per la nostra fede – da lui colte in tempi non sospetti, quando le chiese erano ancora piene – diventano più evidenti, mostrando una consistenza che certamente ha solo iniziato a manifestarsi. “La potenzialità del vostro carisma è ancora in gran parte da scoprire” – disse Papa Francesco al movimento nel 2022.

Di certo non è una santità classica, da santini con l’aureola, quella di don Giussani. L’idea di un uomo “spirituale”, che non commetta peccati e ogni giorno sia sacrificato all’ideale del perfezionamento di sé è molto lontana da lui. Piuttosto egli invita a essere sempre profondamente se stessi, anche a costo di scontrarsi con gli altri, pur di non cedere di fronte alle esigenze di felicità che dimorano nel profondo del cuore dell’uomo. Solo una autentica serietà con se stessi può aprire a un cammino di fede autenticamente umano, fatto per persone che non si accontentano di niente di meno che di Cristo, perché da Lui sono conquistate. E Giussani era proprio così, un uomo totalmente conquistato da Cristo, in cui il riconoscimento della presenza del Signore qui e ora è l’unica strada per il compimento della persona. Niente lo appagava che fosse meno di Lui, e di quello sguardo di Cristo da cui lui era investito investiva tutta la realtà che incontrava, ogni persona e ogni circostanza. Un amore talmente bruciante da consumare persino le mancanze e le cadute, trasformate misteriosamente in tappe fondamentali per conoscere fino in fondo il proprio cuore e chi è davvero il Signore.
La preoccupazione pedagogica che mosse don Giussani fin dagli inizi fu quindi quella di far fare un percorso che possa portare, nell’incontro col Signore presente e nella vita della comunità, ad una pienezza sempre più grande della propria umanità. Giussani era una proposta inesausta alla libertà della persona, sempre sorprendentemente chiamata in causa. In chi prende sul serio il suo cammino, si può vedere quella fioritura dell’umano che è per Giussani la santità, proprio come in Marco Gallo, “consacrato alla ricerca della felicità”. La verifica della proposta di santità che Giussani incarna è quindi alla portata di tutti, ed è proprio la possibilità di questo cammino l’argomento più persuasivo sulla sua santità. Cento volte più dei miracoli.
don Rudy Sabadin
Foto Archivio CL / F.B.
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