Con la Lettera pastorale del Vescovo Enrico Trevisi alla Diocesi di Trieste, “Sulla tua Parola” per l’anno 2026-2027, ci riscopriamo uditori e destinatari di una Parola che ci aiuta a vivere questo tempo bello e complesso con tutte le sue sfide. Una Parola amica a cui dare fiducia perché ci dà fiducia e dalla quale possiamo sempre ripartire, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, il Vivente, e conformandoci a Lui… che è questa Parola incarnata, rivolta a ciascuno, nella nostra condizione umana e storica.
In un tempo di paure e incertezze diffuse abbiamo bisogno di una Parola liberante e illuminante che come Vangelo diventi criterio e risorsa di valutazione di ciò che accade, delle relazioni che viviamo, di una partecipazione possibile,
connettendoci “alla verità che ci strappa dalle illusioni e dalle ideologie (cfr. Gv. 14,6)” (Sulla tua Parola, p. 1). Solo l’ascolto di questa Parola di Gesù, come atteggiamento costante, può riportarci al cuore della nostra fede e unirci tra di noi nel modo più profondo e autentico, senza mortificare le differenze.
Riscoprire la centralità della Parola di Dio in tutte le esperienze e attività ecclesiali personali e comunitarie è in vitale continuità con un fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione, Dei Verbum (1965): nelle Sacre Scritture, regola suprema della fede della Chiesa, che comunicano la Parola di Dio, “il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale” (Dei Verbum 21).
L’identità profetica ricevuta col Battesimo abilita e impegna ogni membro della Chiesa all’annuncio e alla testimonianza della Parola di Dio (cf. 2Tim 4,5).
C’è urgenza di tale annuncio di senso definitivo dell’esistenza nei diversi ambienti di vita, con la testimonianza di ciascuno, senza proselitismi, ma come risorsa per superare individualismi, ipocrisie, conflittualità distruttive e stabilire relazioni di amore gratuito e generoso in forza dell’essere amati da Gesù (cf. Gv 15,12-17). “Non si evangelizza per allargare i ranghi della Chiesa. Si evangelizza per seminare speranza e rendere più vivibile il mondo.” (S. Dianich).
Ciascuno è interpellato personalmente a portare questa Parola senza cadere nella trappola dell’inadeguatezza e dello sconforto, ma mettendosi
in dialogo amichevole e personale col Signore, perché in fondo è da testimoniare la relazione con Lui, il Suo essere con noi in tutto ciò che viviamo.

In una società “liquida, in cui tutto perde consistenza e stabilità”, sottolinea il Vescovo a conclusione del cap. II della Lettera, i giovani hanno bisogno di adulti e anziani che sappiano mostrare i punti di riferimento trovati in Gesù e nella Sua Parola: “…se li aiutiamo a connettersi a Cristo…troveranno la direzione in cui spendersi con amore”.
Nel cap. III siamo posti di fronte agli orizzonti che la Parola del Signore apre a qualunque situazione umana in cui ci si trova. Dell’apertura a questi orizzonti siamo corresponsabili nella Chiesa in un’ottica sinodale in cui possiamo
contare gli uni sugli altri, ciascuno con le proprie fragilità, con i propri doni e proprio per questo senza logiche di prevaricazione, concorrenza e dominanza.
Il Vangelo che siamo chiamati a trasmettere è custodia della “magnifica humanitas”, sfidata con la sua limitatezza e relazionalità costitutiva dall’avvento delle varie forme di Intelligenza Artificiale, da vivere cristianamente perché ci sia promozione dell’umano, assunto dal Verbo incarnato per essere portato alla pienezza. Ogni esperienza del limite, di quella “carne” che il Verbo di Dio si è fatto (cf. Gv 1,14) può diventare occasione di annuncio del Vangelo (cfr. Papa leone XIV, Magnifica humanitas, 12.118).
Come intercettare la sete, il bisogno di Dio, “di un Qualcuno che trascenda la banalità del male e della vita” (Sulla tua Parola, cap. IV)? Come rispondere a questo bisogno presente in tanti giovani, e non solo, con ciò che offriamo nella Chiesa anche quando “le reti delle relazioni, della comunità, della formazione sembrano rompersi”? Non abbiamo formule o strategie che garantiscano risposte, ma la prospettiva di essere liberi dalle pretese di successo ed efficienza, liberi dai risultati, con la fedeltà alla missione che Dio affida a ciascuno e in cui s’impegna ad accompagnarci, e l’umile disponibilità a convertirci personalmente al Vangelo di Gesù Crocifisso e Risorto.
Vivere un legame di amicizia stretta con Gesù caratterizza la postura dei “pescatori di uomini” (Lc 5,10), chiamati per annunciare con il bagaglio di luci e ombre della propria storia.
Il contesto è quello in cui il Vangelo non è più un punto di riferimento assodato per orientare la vita, in cui la trasmissione della fede non è scontata. “La Chiesa cattolica non è più oggi in Italia il principale soggetto di elaborazione di ethos e cultura diffusa, è solo uno dei tanti soggetti, anche se ancora dotato di una rilevanza e influenza riconosciutele da molti” (S. Noceti).
Proprio questo contesto ha bisogno di un annuncio che, riprendendo con il Vescovo Enrico le parole di papa Francesco, comincia “lì dove viviamo. E non comincia cercando di convincere gli altri… ma testimoniando ogni giorno la bellezza dell’Amore che ci ha guardati e ci ha rialzati e sarà questa bellezza, comunicare questa bellezza a convincere la gente, non comunicare noi, ma lo stesso Signore… Bisogna mettere in contatto Gesù con la gente, senza convincerli” (Catechesi, 11 gennaio 2023).
Nel solco del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, la trasmissione della fede chiede comunità vive e ospitali, dove la Parola di Dio illumina le scelte, dove “le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura” (Leone XIV, Discorso alla Conferenza Episcopale Italiana, 28 maggio 2026). Lo stile sinodale è mettere in gioco i doni dello Spirito ricevuti da ciascuno per l’edificazione comune, è metodo, responsabilità e verifica di comunione e di missione, è aver cura della qualità evangelica dei nostri incontri in cui ascoltarsi con libertà e umiltà (cf. Papa Leone XIV, Discorso a conclusione dei lavori del Concistoro straordinario, 27 giugno 2026). Attuare il Sinodo, in cui ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo in prima persona, è riconoscere il Vangelo al centro dei pensieri e dei cuori, coltivare l’amicizia con Gesù nelle concrete esistenze e nelle concrete relazioni interpersonali, ed è un processo alimentato e sostenuto dalla preghiera. Proprio il rapporto e il dialogo col Signore permettono un discernimento chiaro e fedele alla Scrittura su ciò che lo Spirito sta dicendo e facendo nelle nostre comunità, impediscono di lasciarsi sopraffare dallo sconforto o dall’euforia.
Attuare il Sinodo interpella la nostra capacità di relazioni, di fiducia da dare e ricevere, sia nel valorizzare il carisma di ciascuno, nella corresponsabilità da suscitare, nelle decisioni da prendere, affinché non prevalga la procedura, la strategia, la tecnica, la managerialità a scapito delle persone.
Ogni periodo storico – ce lo insegnano i santi – e ogni situazione della vita possono essere occasione per testimoniare e trasmettere, con dolcezza e rispetto, la fede che connette a Cristo come risorsa di senso e gusto per la vita e per le relazioni da rianimare.
Il Vescovo Enrico evidenzia al cap. VI che “il punto di partenza, lo ripeto, è il nostro legame personale con Gesù: solo se ci rimotiviamo in questa relazione diventeremo preti e laici, giovani e adulti, ragazzi e anziani che profumano di Vangelo vissuto, e non di moralismi o di dottrine che appaiono distanti dalla vita”.
Un nuovo sguardo, alla luce della Parola di Dio, sull’iniziazione cristiana permette di farsene carico corresponsabilmente con le comunità di tutta la Diocesi come di un accompagnamento nella bellezza della vita cristiana in tutto il suo spessore esperienziale, che non si riduce alla preparazione, spesso molto scolastica, ai sacramenti. Si tratta di una continua riscoperta concreta e di approfondimento esistenziale dell’identità e relazionalità battesimale con tutti i suoi effetti nei diversi passaggi della vita. Il Vescovo Enrico condivide la consapevolezza che adolescenti e giovani sono sempre più scettici e lontani dalle nostre liturgie e dalla comunità cristiana e questo ci interroga tutti. Essenziale anche per il catecumenato degli adulti è il radicamento concreto nella comunità cristiana di appartenenza.
La richiesta dei sacramenti dell’iniziazione diventa un’occasione importantissima da non perdere e da non svendere per far gustare la bellezza del kerygma cristiano per le scelte della vita.
Le linee presentate nel cap. VII per i percorsi di iniziazione e per i soggetti coinvolti in essi tengono conto delle caratteristiche dei destinatari, dei loro bisogni formativi in vista di un percorso che faccia intravedere orizzonti sensati, belli, concreti, pieni di vita vera ai bambini e ai ragazzi. Nel contesto psico-sociale attuale di tanti ragazzi, sono richieste più che mai alleanze educative.
Ora è il tempo di prendere il largo e di gettare le reti sulla Parola del Signore (cf. Lc 5,4-5), non solo sulla base delle nostre forze o capacità, è “il tempo del nostro libero prenderci cura dei fratelli fragili e vulnerabili (e tramite loro lo Spirito ci insegnerà tante cose), del mondo acciaccato e pieno di problemi”, senza lasciarci vincere da pretese illusorie e senza lasciarci vincere da sensi di impotenza come se tutto dipendesse da noi, o da quello che riusciamo o non riusciamo a fare. Soprattutto non percependoci da soli nel pianificare e realizzare performance pastorali e caritative, ma “stretti al Signore, illuminati dallo Spirito, sperimentando la fraternità che è la Chiesa.”, come ricorda il Vescovo all’inizio del cap. VII della Lettera.
Lo stile che la Parola di Dio ci ispira è di portare i pesi gli uni degli altri (cf. Gal 6,2), di abitare le istituzioni, di costruire nella legalità ponti tra popoli e culture. Tutti e ciascuno con le proprie soggettività ecclesiali responsabilizzati a far diventare, coordinando le iniziative con questo tema in un calendario condiviso, le comunità che abitiamo “casa e scuola di dialogo e di pace”, non con motivazioni ideologiche, ma animati dal Vangelo in cui Gesù crocifisso e risorto ci lascia la pace, la sua pace: “non come la dà il mondo io la do a voi” (Gv 14,27).
Con i capitoli IX e X della Lettera pastorale “Sulla tua Parola”, il Vescovo di Trieste apre lo sguardo della Chiesa locale sul futuro della città. È un passaggio che si colloca in modo particolarmente significativo dentro l’esperienza sinodale: una Chiesa chiamata non a ripiegarsi su se stessa, ma, lasciandosi muovere dalla Parola del Signore, ad abitare la storia, ascoltarla, discernere ciò che accade e assumere la responsabilità di contribuire al bene comune.
Il titolo del capitolo IX, “Dal parteggiare al partecipare: il bene della città”, raccoglie una delle intuizioni consegnate da papa Francesco alla Chiesa e alla città di Trieste nel luglio 2024, a conclusione della Settimana sociale dei cattolici in Italia. In una realtà segnata dalla sua vocazione di frontiera, dall’incontro tra popoli e culture, ma anche da fragilità sociali, solitudini, inverno demografico e nuove povertà, il Vescovo invita a non lasciarsi imprigionare dalle polarizzazioni. La fede, al contrario, spinge a partecipare, a dialogare, a proporre, a prendersi cura.
È una prospettiva profondamente sinodale. Partecipare significa riconoscersi corresponsabili, imparare ad ascoltare posizioni diverse senza rinunciare alla verità, cercare insieme ciò che costruisce la comunità. Significa anche accettare la fatica del confronto e il rischio di non essere immediatamente compresi, quando ciò che è in gioco è la dignità della persona, la cura delle famiglie, dei malati, dei migranti, dei più fragili. In questo orizzonte trova posto anche l’impegno dei cattolici nella vita sociale e politica: non come contrapposizione di appartenenze, ma come servizio alla città e ricerca del bene comune.
Il capitolo X allarga ulteriormente la prospettiva. “Di nuove narrazioni ha bisogno l’umanità”. Una lettura della realtà per non rassegnarsi alle logiche dello scontro che attraversano la società, la politica, il mondo del lavoro, le relazioni familiari e persino la vita ecclesiale. La risposta non è una nuova ideologia, ma una diversa forma di umanità, plasmata dal Vangelo e capace di pazienza, mitezza, giustizia, fortezza, temperanza, perdono e responsabilità.
Anche qui il riferimento al cammino sinodale è evidente: il futuro della Chiesa si costruisce educandosi all’ascolto dell’altro e al discernimento comunitario, ad una ricerca del meglio a cui il Signore ci chiama. La sinodalità, prima ancora di essere un metodo, diventa così uno stile di vita ecclesiale, una scuola di alterità: imparare a stare insieme, riconoscere i doni e le fatiche del cammino, lasciarsi interrogare dalla realtà e cercare con umiltà i passi che lo Spirito indica per custodire il desiderio di una umanità in cui la dignità di ciascuno sia difesa e fatta fiorire.
don Sergio Frausin
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