Salute mentale: sapienza ecclesiale e intelligenza sociale

Al Buon Pastore – che cerca nuovi volontari – giornata di riflessione sull’accompagnamento, la cura e la vicinanza alle persone con disagio psichico e delle loro famiglie

In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale 2026, la Commissione diocesana per la Pastorale della Salute e delle Persone Anziane di Trieste ha organizzato venerdì 9 ottobre, in collaborazione con l’Area Dipartimentale Salute Mentale e Dipendenza di ASUGI, gli enti del Terzo Settore e il Vicariato di Gesù Buon Pastore, una giornata di riflessione sull’importanza dell’accompagnamento, della cura e della vicinanza alle persone in situazione di disagio psichico e dei loro familiari.

Dopo la celebrazione della Santa Messa nella Chiesa del Buon Pastore – presieduta dal Vescovo monsignor Enrico Trevisi, in ricordo delle persone defunte seguite dai Centri di Salute Mentale e delle Dipendenze, delle loro famiglie e degli operatori sanitari – alle 17 si è tenuta una Tavola Rotonda sul tema “Persona, salute e famiglia – Accompagnamento e inclusione alla luce della sapienza ecclesiastica e dell’intelligenza sociale”, nella adiacente sede di Asugi, dedicata alla formazione aziendale.

L’iniziativa è stata illustrata da don Benedict Chidiebere Nwankwo, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute e delle Persone Anziane, cappellano dei Centri di salute mentale e dipendenza dell’Asugi, oltre che vicario del Buon Pastore. Ha ricordato come nel disagio psichico, la sofferenza di molte persone rimanga spesso nascosta e non riconosciuta anche da chi sta accanto, dalla famiglia, ma anche dalla sanità pubblica, dai servizi e nelle relazioni: «Tutti possiamo fare qualcosa, affinché questo disagio venga riconosciuto e la persona accompagnata. Come ha più volte ricordato Papa Leone XIV, chiunque può trovarsi malato, povero, straniero, ma resta creatura amata da Dio, persona con la sua dignità. Vanno trovate soluzioni adeguate, luoghi capaci di accogliere, piccole comunità di persone, non ospedali psichiatrici. Occorre rafforzare gli organismi che già funzionano bene e va prevista una collaborazione sinergica fra famiglia, società civile e operatori dei servizi pubblici. I servizi della diocesi e della Caritas già operano in tale direzione, ponendo attenzione alla salute intesa non solo come benessere fisico, mentale e sociale, ma anche spirituale».

Il direttore amministrativo di Asugi, Eugenio Possamai, nel portare i saluti del direttore generale, Antonio Poggiana, ha ricordato che «gli operatori sono persone che si occupano di persone» e, citando S. Agostino, che «solo i fatti danno concretezza alle parole».

Da parte sua, monsignor Enrico Trevisi ha fatto osservare come ci sia un’affermazione ricorrente e ripetuta per giustificare la mancanza di attenzione verso le persone che vivono una condizione di disagio: «“Non ho tempo”. Una frase smentita dal fatto che, rispetto al passato, abbiamo molti più supporti che ci fanno risparmiare tempo, basti pensare agli elettrodomestici e agli altri strumenti tecnologici. La verità è che anche noi siamo fragili e ascoltare le persone che soffrono ci risulta faticoso. Inoltre, con l’allungamento della vita, si sono presentate nuove patologie, come, ad esempio, l’Alzheimer. Anche le sensibilità sono diverse rispetto al passato: allora si costruivano grandi istituti di ricovero e le persone con malattia mentale erano oggetto di stigma.

Oggi si parla di accompagnamento, inclusione. C’è stato un cammino, che deve essere continuato, perché le sofferenze delle persone e delle famiglie sono ancora presenti».

E ha offerto alcune indicazioni operative: «Occorre anzitutto riconoscere che nella nostra umanità si può anche sbagliare e che è necessario riconoscere la stanchezza dei familiari, la possibilità che anche gli operatori non siano perfetti, perché umani. Questo ci riconcilia di fronte alle persone che soffrono, riconoscendo che anche noi siamo fragili, non così amorevoli e non sempre abbiamo la forza per affrontare tutto. Ci può essere di aiuto il chiedere scusa, la preghiera, ma anche il ritrovarsi insieme, per dire che il cammino è stato bello, ma resta altro da fare, non solo da parte degli specialisti, ma anche da parte della società civile, dei politici, del popolo di Dio.

Occorre superare le paure reciproche, cercare di inventare nuove soluzioni, accompagnamenti e nuove modalità di cura».

Il dott. Pietro Zolli, psichiatra, si è poi soffermato sull’approccio medico nei Centri di salute mentale e nei servizi per le dipendenze, tra cura, relazione e speranza:

«La diagnosi medica non può essere frettolosa, perché richiede una analisi della persona, del contesto familiare, sociale e dello stile di vita. 

Il Centro di salute mentale va inteso come luogo di libertà, dove, cioè, la persona possa esprimere liberamente i propri sintomi, liberare la tensione, porsi in posizione di distanziamento dalla famiglia, di accettazione di sé, di libertà nel poter esprimere la propria crisi e di stabilire relazioni nuove». Nel Csm si svolgono colloqui formali e informali, sia con la persona sia con i familiari e i caregiver, partendo dal riconoscimento della sofferenza della persona e della famiglia intera o di singoli membri e di eventuali rotture presenti». Una particolare attenzione va posta agli operatori che devono essere «capaci di lavorare in squadra, di creare alleanze, ponti, di stare bene con se stessi e avere colleghi che rispondono ai messaggi, come avviene nei giochi di squadra». E qui diventano importanti, ha concluso, le riunioni e le attività formative di empowerment.

Il dott. Massimo Semenzin, direttore del Dipartimento Attività integrata Dipendenze e Salute mentale Asugi, ha ricordato che i pazienti in carico attualmente sono circa 8mila:

«Non è facile lavorare nel campo della salute mentale, perché richiede un impegno emotivo, non facile per chi non è psichiatra o psicologo. Inoltre, si devono fare i conti con i continui attacchi da parte dell’opinione pubblica e questo non aiuta».

Si è quindi passati alle testimonianze. La dott.ssa Marisa Semeraro, ex dirigente scolastica e membro dell’Associazione Familiari Sofferenti Psichici (A.Fa.So.P) ha posto l’accento sull’importanza del riconoscimento dell’identità della persona che soffre, del ruolo della famiglia e del rapporto con gli operatori sanitari. Ha, così, descritto un caso concreto, di una persona che ha avuto nel 2014 una crisi psicotica. La rete familiare si è subito attivata, rivolgendosi al Csm: fondamentale lo sguardo attento degli operatori che sono andati “oltre”, immaginando un percorso di ricostruzione della persona. Grazie a questo, ora questa persona è autonoma, lavora e ha buone relazioni. Oggi, forse, tutto ciò non sarebbe attivabile perché «numerose telefonate ai Csm sono a vuoto, i tempi di attesa per i colloqui sono lunghi, i ritmi di lavoro troppo intensi per gli operatori. Mentre sono in aumento i giovani bisognosi di aiuto».

Infine, ecco gli interventi di una psicologa e una medica, della Commissione Pastorale della salute, che

hanno rispettivamente ricordato l’importanza della relazione di aiuto – «Chiedere aiuto richiede coraggio: occorre qualcuno che aiuti a dare parole al dolore, per sentirsi accettati, rispettati» – e l’importanza dei concetti base dai quali partire, ovvero “fare del bene”, “voler bene”, “accompagnare”, “curare” e “prendersi cura”.

Tiziana Tomasoni, vicepresidente di A.Fa.So.P., ha letto la lettera di una paziente rivolta ai servizi di salute mentale, a nome degli utenti:

«Noi abbiamo bisogno che gli operatori stiano bene, che abbiano calma e tranquillità con cui poter lavorare. Se l’operatore è stanco, se è in affanno, se è costretto a correre da una visita all’altra, da una telefonata all’altra, da un’emergenza all’altra, è molto difficile che non lavori sotto stress. E stiamo male anche noi utenti, molto male… La relazione, nella salute mentale, è la cura stessa. Noi “matti” non guariamo con una ricetta. Guariamo perché qualcuno ci ascolta con una calma assoluta».

La giornata si è conclusa con un appello di don Benedict, affinché nuovi volontari possano unirsi al vicariato del Buon Pastore per offrire presenza e ascolto alle persone fragili che vivono situazioni di disagio psichico. Per manifestare la propria disponibilità, scrivere a buonpastoretrieste@libero.it.

 Raffaello Maggian

Foto: 

 

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