“San Giusto, prega per noi!”: testimonianza, giustizia e cura

Nella Solennità di San Giusto martire, il Vescovo Trevisi ha pronunciato un'omelia densa di richiami alla concretezza nel testimoniare il Vangelo

«San Giusto prega per noi!» ha esclamato più volte il Vescovo Enrico durante l’omelia in occasione della Solennità di San Giusto martire, ascoltata con attenzione dai numerosi fedeli che hanno affollato la Cattedrale e dalle autorità civili e militari presenti. È stata una accorata riflessione sul senso della testimonianza cristiana e sulla responsabilità morale della comunità credente e civile.

Prendendo le mosse dall’esempio radicale di San Giusto, la cui fede integrale spinge il Vescovo a un esame di coscienza personale e comunitario, l’intervento mette in luce come il senso dell’esistenza risieda nella capacità di donare e di prendersi cura degli altri sull’esempio del Vangelo. Al tramonto della nostra vita terrena, infatti, l’unico vero metro di giudizio sarà la misura dell’amore concretamente vissuto e condiviso.

In apertura, il Vescovo Enrico

ha richiamato le parole di Sant’Agostino “Davanti a te stanno la mia forza e la mia debolezza: conserva la prima, guarisci la seconda”, per evidenziare la fragilità umana di fronte all’eroismo dei martiri. E per sottolineare come tale esempio debba renderci capaci di vincere la tiepidezza e l’indifferenza della società contemporanea.

Società che, ha detto Trevisi, «deve ritrovarsi nelle parole di Papa Leone XIV, che nella Magnifica Humanitas dice che “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri sia una dimensione importante del nostro essere umani”». Parole che saranno il riferimento di tutta la riflessione affidata alla Chiesa di Trieste.

La parte centrale dell’omelia è stata dedicata alla piaga della persecuzione religiosa dei cristiani dei giorni nostri, spesso ignorata dall’opinione pubblica occidentale. Il Vescovo cita i dati del Report “Perseguitati e dimenticati?” della Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, ove si evidenzia che sono 220 milioni i cristiani oggetto di violenze e circa 413 milioni quelli che vivono in Paesi con gravi violazioni della libertà religiosa. In particolare, viene citata la testimonianza di Solomon Ako, trentatreenne nigeriano, rapito da miliziani estremisti islamici, torturato, immerso per ore in acqua gelida e incatenato per non aver rinnegato la propria fede. Il Vescovo delinea una geografia delle persecuzioni che spazia dall’Africa subsahariana (focolaio di violenza islamista e pulizia etno-religiosa) all’Asia, dove si sommano la pressione totalitaria dei regimi comunisti (Corea del Nord, Cina) e il nazionalismo religioso radicale (India, Pakistan), caratterizzato dal dramma dei rapimenti e delle conversioni coatte di minorenni, avallate dai tribunali religiosi. Da non dimenticare, inoltre, i contesti critici del Medio Oriente e del Nicaragua.

Il Vescovo, quindi,

ha denunciato come l’odio anticristiano venga spesso derubricato dai media e dalle diplomazie a dispute etnico-economiche, evitando di considerarne la componente religiosa. Questa distorsione comporta la mancata attenzione verso i profughi cristiani in fuga, ad esempio pakistani, che giungono a Trieste o in altre città italiane, e di cui non vengono creduti i racconti delle loro persecuzioni.

E ancora il concetto di cura, sollecitato dalle parole di Papa Leone XIV, va calato nelle emergenze quotidiane del territorio e della società contemporanea, con particolare riferimento ai giovani e alle loro paure per il futuro, cui va data risposta con un’alleanza educativa di tutta la società.

Il Vescovo Enrico ha rivolto poi il pensiero alle famiglie, al tema delle conseguenze del lavoro precario e sottopagato, confrontato con l’iniqua accumulazione di ricchezza di pochi, che godono di monopoli, sgravi fiscali e paradisi fiscali. E, ancora, ha ricordato l’isolamento degli anziani e dei malati e l’emergenza abitativa. Infine, ha rivolto un invito a superare le paure verso i migranti e a compiere passi concreti di civiltà attraverso il dialogo. Monsignor Trevisi ha concluso invocando l’intercessione del Santo Patrono al fine di convergere sull’assunzione di responsabilità individuale e collettiva ed avere il coraggio, ciascuno, di fare la propria parte.

L’omelia pronunciata in occasione della Solennità di San Giusto martire di quest’anno è riassumibile come

un richiamo a rompere il silenzio dell’indifferenza, trasformando la memoria liturgica del martirio in un impegno concreto per la tutela della libertà religiosa, della giustizia sociale e della cura verso ogni persona vulnerabile.

Roberto Gerin

 

Foto di Luca Tedeschi

 

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