Caro Maestro,
ha diretto un capolavoro della letteratura mondiale!
Grazie! Sono sempre molto felice di lavorare a Trieste, e questa volta in modo particolare. La Passione è tradizionalmente eseguita soprattutto nel mondo luterano nord Europeo in periodo quaresimale e di passione. Da noi non è così frequente sentirla.
Forse questa rarità di esecuzione è dovuta alle difficoltà esecutive?
Certamente il pezzo è estremamente complesso e sfidante; è anche questo a rendere così speciale questa partitura. Sono richieste forze importanti: coro, diversi solisti nei ruoli principali e secondari, un’orchestra ricca di soli strumentali e di colori. La parte del leone la fa l’Evangelista, che intona letteralmente il testo del vangelo in tedesco, ma tutti hanno un ruolo fondamentale.
Credo però che, al di là delle difficoltà di ordine pratico, il problema sia che in Italia manca una vera integrazione dell’arte, e della musica in particolare, nella vita quotidiana e spirituale delle persone. Le Passioni bachiane non sono solo dei grandi capolavori musicali; costituiscono, come tutte le numerosissime Passioni composte nella storia della musica, una potentissima riflessione sulla storia della morte e risurrezione di Cristo. In Germania, Olanda, ma anche in Svizzera, ad esempio, ascoltare una Passione è parte integrante del tempo di quaresima. Da noi, purtroppo, la musica sembra non avere più questo ruolo.
Ma le Passioni sono solo un fenomeno nord Europeo?
No, in pochi sanno che esistono anche passioni composte in Italia, non solo quella di Alessandro Scarlatti. Ad esempio, col mio gruppo, Coro Ghislieri, anni fa abbiamo partecipato alla riscoperta di Antonio Florio, con la sua Cappella Neapolitana, della Passio secundum Johannem di Gaetano Veneziano, un compositore napoletano vissuto tra Sei e Settecento, che ha fatto esattamente ciò che ha fatto Bach, mettendo in musica il testo evangelico, naturalmente in lingua latina. L’articolazione è simile quella bachiana, anche se con proporzioni più piccole; mancano, sostanzialmente, le parti meditative presenti in Bach nei corali e nelle arie. Veneziano si attiene solo al testo evangelico. Anche questo, un sintomo di differenza culturale.
Sicuramente l’impatto è diverso soprattutto pensando alla lingua: le passioni italiane sono in latino, che non è la lingua parlata da chi ascoltava, come accade invece in ambito luterano. Comprendendo direttamente il testo, espresso nella sua lingua madre, l’ascoltatore viene letteralmente travolto da una unione immediatamente comprensibile di testo e musica, con un effetto grande sull’animo umano.
Testo, musica e teologia quindi!
Bach è un fine conoscitore di teologia, e lo si vede nella cura con cui intona il testo. Ho già fatto un paio di letture con l’Orchestra della Fondazione del Teatro Verdi, con cui ho un rapporto di familiarità e anche di affetto: un’orchestra magnifica, con cui è molto bello lavorare. C’è un clima di grande impegno e serietà di tutti i professori; così è bello fare musica. E a proposito di questo lavorare insieme, abbiamo parlato coi professori proprio di ciò che questa musica dice, approfondendone direi anche la qualità teologica, spirituale e umana. È essenziale; senza comprenderne i significati, l’esecuzione diventa inautentica, impropria.
Ci sono degli esempi dappertutto. Il corale numero 5 dice “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra; dacci la pazienza nel tempo del dolore e rendici obbedienti, reggi e governa chiunque in carne e sangue agisca contro la tua volontà”.
Quando arriva alle parole “carne e sangue”, Bach segue un procedimento melodico e armonico sulla parola “carne” che va verso una cadenza frigia, una cadenza che suona patetica, dolorosa; ma quando invece, immediatamente dopo, arriva la parola “sangue” – che qui sembra essere visto come elemento vitale, contrapposto alla caducità del corpo – melodia e armonia cambiano strada, verso una cadenza è perfetta e consonante. Già in una frase così semplice, la musica dipinge il testo suggerendo diversi livelli di lettura.
Un po’ come accade nel gregoriano, in cui il testo è più importante.
Il testo è sempre centrale, anche nella polifonia e nelle composizioni più concertanti. Le passioni bachiane, poi, sono il frutto di una civiltà in cui la comprensione della Parola è fondamentale. Un livello di dettaglio e di tridimensionalità così grandi non è solo il frutto del genio di Bach e della sua comprensione del testo. Il genio di Bach, immenso, si innesta su una civiltà che è abituata a riflettere su ogni parola.
Pensiamo anche al modo in cui Pilato intona la celebre frase “Che cos’è la verità?”: con intervalli molto semplici ma su un’armonia di rivolto, instabile, come un uomo che non ha riferimenti per camminare su un terreno solido. Ma anche come un politico, che cerca di gestire una situazione imprevista di cui solo a poco a poco comprende la complessità. Livelli di lettura diversi, suggeriti dalla musica, che ispirano la sensibilità di chi ascolta in modo non verbale e che risuonano diversamente in ognuno di noi. I professori d’orchestra ed io, lavorando su tutto questa ricchezza, siamo spesso rimasti senza parole.
Ci fa ancora un esempio?
Il corale numero 28 mi ha sempre commosso fino alle lacrime: nel recitativo che lo precede Gesù affida la Madre a Giovanni poco prima della morte. Il corale dice, per far meditare gli ascoltatori: “Si è preso cura di tutto, anche nell’ora estrema: angosciato per sua Madre, Le ha dato un custode”. Poi il corale prosegue dicendo: “Uomo, fai il giusto (agisci correttamente): ama Dio e gli uomini; morirai, però senza rimpianti e senza afflizioni”. Una stella polare, espressa in pochissime parole. E anche qui Bach è grande. In un corale dal tono molto sereno, alla parola “morirai” c’è un accordo che è come un sospiro, una dissonanza, un istante di dolore, come l’attimo della morte, inevitabile elemento della nostra umanità, che si scioglie però subito nella consolazione. Una semplicità estrema per un messaggio senza confini.
Lei si sofferma molto sui corali: perché?
I corali sono parte essenziale della liturgia luterana e quindi la Passione ha forte presa soprattutto nell’ambito nordico, luterano perché il pubblico ne riconosce una grande familiarità. Sono i canti usati durante la celebrazione.
Il mondo nordeuropeo ha una cultura del canto che noi non abbiamo, purtroppo.
Nel mondo luterano la Parola di Dio non va solo ascoltata, va anche capita. Per questo bisogna saper leggere, per poterla accogliere personalmente. E per questo bisogna anche sapere decifrare la musica, anche se magari in modo elementare. In chiesa si trovano libri con testi e musica dei canti; melodie semplici perché chiunque possa leggerle e intonarle. Nel mondo luterano la musica non è ancella della liturgia, ma ne è parte integrante.
Le cattedrali di pietra si vedono, è difficile dimenticarsene; ma ci sono poi delle cattedrali di musica, che a loro volta delle cattedrali di pietra sono parte integrante quanto i fregi e le opere d’arte che le ornano. Ne sono lo spirito, in un certo senso (Fleisch und Blut, come nel corale). Queste, purtroppo, oggi tendiamo a dimenticarle, soprattutto in Italia.
Un’avventura quindi. E con professionisti di grande livello!
L’operazione culturale che abbiamo fatto è importante, a partire dal Coro del Friuli Venezia Giulia diretto dal Maestro Dell’Oste, che è semplicemente fantastico, molto solido ed esperto su questo repertorio e capace di grande espressività ed empatia. E poi l’Orchestra del Teatro Verdi, che non è abituata a questo Settecento musicale, ma che ci si sta tuffando con vero impegno, con grande serietà e partecipazione: tutta l’Orchestra interviene chiedendo dettagli, chiarimenti, elementi per studiare, ma anche proponendo soluzioni. Un’Orchestra formata da Professori davvero di altissimo livello, musicale ma anche umano e intellettuale. Anche i solisti sono di primissimo ordine: abbiamo uno dei migliori evangelisti disponibili al mondo, Robin Tritschler; poi Christian Senn, che è un Gesù di grande nobiltà, e che non vedo l’ora di ascoltare nelle arie del basso, dopo oltre due decenni di musica insieme. Anche i solisti più giovani sono bravissimi, sono molto felice di incontrare per la prima Vittoriana De Amicis e Manuel Amati, anche perché sta nascendo in Italia una generazione di artisti davvero qualificata e piena di grandi qualità, che va assolutamente fatta crescere con cura. Infine, Marta Fumagalli, con cui ho condiviso tanta musica e che ha una rarissima dote: quando canta, ogni sillaba che dice, nel suono e nelle intenzioni, è carica di senso e autentica umanità.
a cura di
don Lorenzo Magarelli
Foto di Massimo Silvano





















