1 ora e 48 minuti: è il tempo medio che, ogni giorno, trascorriamo sul digitale.
19 minuti: quello che impieghiamo a leggere.
18.570: le parole che pronunciamo in una giornata.
50 anni: per passare dal telefono all’Intelligenza Artificiale (AI).
La domanda chiave è: in questo quadro, noi, adulti, dove siamo? Cosa facciamo?
L’accelerazione tecnologica a cui assistiamo è così repentina che sta rischiando di allargare sempre più pericolosamente la forbice comunicativa tra i boomer – i nati tra gli anni ‘50 e ’60 – e la generazione Beta che sta nascendo adesso. Ciò che già risulta evidente oggi è che manchiamo di parole in grado di unire le diverse generazioni. Pur nella consapevolezza che siamo tutti immersi, attivamente o passivamente, dentro una cultura social, quale compito vogliamo assumerci come adulti? Abbiamo la consapevolezza che quel mondo va abitato anche da noi, perché non si tratta più di tecnologia ma di un vero cambio culturale, epocale? Ci stiamo assumendo questa responsabilità per evitare di lasciare soli i nostri figli o nipoti?
La rete, dobbiamo tutti esserne ben consci, presenta storture potenzialmente pericolose: pregiudizi, etichette, pornografia e violenza sono ormai all’ordine del giorno. Pensiamo, per esempio, che ci sono bambini che già a nove anni cominciano a visitare siti pornografici. Mentre il 42% dei giovani maschi italiani ritiene che la parità di genere sia discriminatoria verso gli uomini. A completare il quadro sono molti i ragazzi e le ragazze che affermano di aver trovato nell’Intelligenza Artificiale il proprio amico del cuore: sempre disponibile, gentile e in grado di rispondere a domande che spesso non sono sicuri di poter fare ai loro adulti di riferimento. Ci rendiamo conto del rischio che stiamo correndo? L’intelligenza Artificiale, che noi adulti stiamo “educando” (sigh!), contribuisce con le sue risposte distorte a creare i presupposti per la diffusione di una cultura pericolosamente inquinata sui temi sensibili.

In questo scenario, come adulti responsabili dobbiamo imparare ad abitare la cultura social, senza demonizzare né esaltare, per diventare anticorpi attivi della rete. Si tratta di un compito individuale, ma anche comunitario, che deve coinvolgere le nostre organizzazioni di volontariato, per far prevalere la dimensione del “noi” a quella dell’io. Molto passa attraverso le nostre parole che, non essendo mai neutre, necessitano di cura e attenzione. Dobbiamo imparare a trovare le parole giuste per raccontare il bene. Attivare percorsi empatici di ascolto, occasioni di incontro, dove non prevalga il giudizio, ma il riconoscimento del valore dell’altro con cui condividere parole e costruire dialogo e un linguaggio nuovo. Il nostro compito adulto, oggi, è quello che ci indicano il cardinale Matteo Zuppi e il Presidente Sergio Mattarella:
essere persone in grado di disarmare gli animi attraverso il disarmo delle parole. Diventare, quindi, costruttori di ponti per dar senso alla vita nostra e dei tanti altri che incontriamo nelle nostre azioni volontarie.
Questo vale in particolare per le generazioni più giovani, verso le quali dobbiamo esercitare tutta la nostra responsabilità educativa, ricordando che il nostro bene più prezioso, il cuore delle nostre vite, sono le relazioni buone che riusciamo a costruire e che non dobbiamo avere paura di buttarci dentro la vita facendo cose belle. Dobbiamo farlo abitando le domande che la realtà ci pone, senza la pretesa di trovare risposte preconfezionate. Ricordando sempre che ciò che vogliamo tutte e tutti è essere amati ed amate, perché è lì, in quel luogo, con quelle persone che ognuno desidera tornare.
Erica Mastrociani
FOTO: Erica Mastrociani
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