Un ritratto di Paolo Borsellino, magistrato e uomo di fede

Incontro con l'autore del libro "Paolo Borsellino, la toga, la fede, il coraggio": il ritratto dell'uomo e del giudice attraverso documenti e testimonianze

Poche ore prima di essere barbaramente ucciso dalla mafia Paolo Borsellino disse a un amico di essere cristiano e perciò di non poter non credere nell’uomo. Questo suo profondo senso di fiducia nell’umanità, oltre al coraggio di resistere in prima linea fino all’ultimo, la coerenza di pensiero e azione, la testimonianza di fede sono cardini essenziali su cui poggia il notevole ultimo lavoro di Vincenzo Ceruso “Paolo Borsellino, la toga, la fede, il coraggio”, presentato venerdì 30 gennaio a Trieste presso la Parrocchia Beata Vergine Addolorata di Valmaura.

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L’autore, che ha avuto come insegnante di religione al Liceo classico “Vittorio Emanuele II” di Palermo don Pino Puglisi – proclamato Beato e Martire della Chiesa cattolica da Papa Francesco il 25 maggio 2013 – cominciò proprio in quegli anni, tra la fine del 1980 e l’inizio del 1990, ad avvicinarsi alla Comunità di Sant’Egidio svolgendo opera di volontariato nel centro storico del Capoluogo siciliano. Gli insegnamenti di Padre Puglisi, divenuto in seguito Parroco a Brancaccio, dove trovò il martirio, hanno trovato in lui terreno fertile per far germogliare un forte impegno sociale e culturale, orientato alla concretezza di una battaglia nel contempo morale e spirituale contro il sistema della malavita organizzata predominante nel territorio. Dopo varie esperienze sul campo e numerose pubblicazioni all’attivo, la formazione di Ceruso è stata sempre più segnata da un legame solido con la figura di Paolo Borsellino, che ha studiato sia attraverso i documenti giudiziari che tramite le testimonianze di familiari, amici, colleghi e collaboratori.

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Il ritratto emerso, ben riportato nel suo volume, è sicuramente quello di un grande magistrato ma anche di un esempio di cristianità. Borsellino infatti ha legato il suo lavoro contro Cosa Nostra alla fede personale, perché in essa ha trovato la forza per resistere e non abbandonare la lotta soprattutto nei 57 giorni successivi alla morte del giudice Falcone, con la tangibile consapevolezza di essere il prossimo obiettivo.

“Il giudice Borsellino – ha detto Ceruso – non cercava il martirio, ma anzi ha tentato di tutelare la sua sicurezza protestando con le Autorità, senza venire però ascoltato. È rimasto saldo nella sua posizione, non rinunciando all’incarico né cessando il suo impegno, soprattutto nel crescente isolamento in seguito alla Strage di Capaci”.

La fede di Borsellino era sostanziale, vincolata in particolare modo al Sacramento dell’Eucaristia e alla lettura dei Salmi, con cui iniziava e finiva la sua lunga giornata di attività.

“Quando venne a sapere che in città era arrivato l’esplosivo per lui – ha riportato Ceruso nel libro – il giudice chiamò il suo confessore per riferirgli che doveva prepararsi cristianamente al drammatico trapasso”.

Oltre all’approfondimento su Borsellino uomo di fede nel suo testo lo scrittore non ha mancato di studiare e analizzare fonti importanti; sono particolarmente rilevanti, per esempio, le interviste a due magistrati: David Monti, che lo ha incontrato il 18 luglio 1992, il giorno prima che venisse ucciso, e Stefano Manduzio, che ci dialogò nel giugno dello stesso anno. Durante la sera prima del suo assassinio Borsellino parlò apertamente delle difficoltà riscontrate in Procura e delle investigazioni in svolgimento nelle zone interne della Sicilia (provincia di Agrigento), che lo rendevano fiducioso sul reperimento dei mandanti del massacro avvenuto a Capaci.

Ceruso ha ricostruito con dovizia di particolari le indagini che il giudice palermitano, massacrato in via D’Amelio, stava coordinando, in quelle settimane del 1992 precedenti la sua scomparsa, sull’assassinio del giudice Livatino (1990) ma anche sull’omicidio del magistrato Saetta (1988), mediante la ricostruzione di interessi e complicità di Cosa Nostra nel tessuto borghese imprenditoriale locale ma anche nazionale. Il volume in questione risulta quindi significativo anche per comprendere le motivazioni che hanno portato all’eliminazione fisica di Borsellino in quanto uomo dello Stato, fedele fino alla fine al suo Paese  e alla concretezza del suo lavoro in Magistratura.

“Se oggi possiamo discutere di mafia”, ha sottolineato Ceruso, “è anche grazie all’impegno e al sacrificio di Borsellino e di Falcone”. “In questi decenni”, ha aggiunto, “ci sono stati tanti depistaggi e molta disinformazione sugli eventi di quegli anni, ma oggi noi abbiamo la possibilità di far parlare i documenti, le carte; attraverso di essi è stato possibile rilevare l’entità dell’azione svolta da Borsellino”.

L’impressione è quella che ci sia ancora molto su cui lavorare per il raggiungimento di una verità storica, ma la lezione di Paolo Borsellino rimane un punto fermo ed è quella di un uomo che ha rifiutato ogni compromesso morale, difendendo la sua libertà ma non anteponendo la sua sicurezza a quello in cui credeva.

Virna Balanzin

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