Prima i bambini: l’unica scelta per aprire davvero al futuro

Dalle politiche familiari, alla denatalità, alla questione culturale, a colloquio con Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari

Il messaggio diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana per la 48esima Giornata nazionale per la Vita, intitolato “Prima i bambini!”, richiama l’attenzione su realtà, problematiche e proposte sulle quali abbiamo interpellato il presidente del Forum nazionale delle Associazioni Familiari Adriano Bordignon.

 

Presidente, cosa l’ha colpita del messaggio dei Vescovi italiani?

«È un messaggio di grande pregnanza che invita ad una seria riflessione e ad un cambio di passo a più livelli. Mettere prima i bambini, come ci chiedono i Vescovi italiani, può rappresentare in questo nostro tempo addirittura una scelta controcorrente, perché troppo spesso il loro bene viene subordinato agli interessi degli adulti, al loro edonismo mascherato, al punto che si rischia di considerare i figli un “optional”, in alcuni casi persino un ostacolo. 

“Invece occorre mettere prima i bambini: da una parte mettendo in atto politiche familiari più giuste, dall’altra con un cambiamento culturale, in modo che non ci si serva dei bambini in alcun modo. La scelta di mettere prima i bambini è l’unica capace di aprire davvero al futuro e di rendere la nostra società più giusta, responsabile e generativa. 

In considerazione di ciò, la capacità di riconoscere ai bambini attenzione, rispetto, cura, valore, può rappresentare un criterio per misurare la qualità umana, civile e politica di una società».

 

Al tema dell’accoglienza della vita, però, si contrappongono i dati preoccupanti sul calo delle nascite. Qual è la situazione?

«Il numero dei nuovi nati in Italia continua a scendere: nei primi nove mesi del 2025 sono stati 260.792 contro i 274.359 del periodo precedente. I nati continueranno a calare perché va diminuendo il numero di donne in età fertile. Nel 1995 erano 14,3 milioni e nel 2025 sono circa 11,4 milioni. Mancano, dunque, i potenziali genitori. Inoltre, abbiamo assistito al calo della fecondità. L’innalzamento dell’età media al parto – 32,6 anni nel 2024 – e in particolare del primo figlio – 31,7 anni – segnala un processo di posticipazione ormai consolidato, che limita la possibilità di avere figli successivi. Il tasso di fecondità è sceso da 2,4 figli per donna del 1970 al 1,18 figli per donna del 2024. Siamo dentro una fragorosa caduta che non sembra aver fine».

 

Nella Legge di Bilancio 2026 approvata in dicembre sono stati inseriti vari interventi a beneficio delle famiglie…

«Nella Legge di Bilancio 2026 ci sono vari segnali concreti di attenzione verso le famiglie, con una serie di interventi di natura economica, fiscale e di welfare a sostegno della genitorialità e dei figli: dal rafforzamento del bonus per le mamme lavoratrici a un lieve rafforzamento dei congedi parentali, dalle misure per il settore scolastico agli interventi sul sostegno al reddito e sulla fiscalità. Importante è il cambiamento delle regole sull’ISEE, che il Forum ha richiesto per molti anni e che oggi trova un primo, parziale riscontro, mentre non è stata accolta la nostra proposta di legare il taglio dell’Irpef in base ai figli a carico che sarebbe stato un paradigma dirompente in ottica di rilancio della natalità. Riteniamo comunque fondamentale che alle misure introdotte facciano seguito maggiori investimenti e politiche strutturali, stabili e di lungo periodo, in grado di incidere in modo più significativo e duraturo sulla qualità della vita delle famiglie. Serve, tuttavia, molto di più».

 

L’assegno unico e gli altri bonus e incentivi introdotti negli ultimi anni non hanno ancora fatto invertire la rotta del calo della natalità. Sono insufficienti gli interventi fin qui attuati oppure ci sono altri ostacoli?

«Il percorso dell’Assegno Unico sembrava molto promettente tanto da potersi definire la prima vera politica familiare nella storia repubblicana. Purtroppo, per questioni di ordine politico e per una procedura di infrazione aperta dall’UE, ha subito una battuta d’arresto nel suo processo di sviluppo.

Di fronte all’ampiezza della sfida demografica, tutti gli studiosi concordano che la strada non può essere quella dei bonus estemporanei mentre servono politiche strutturali, generose ed universali per contenere il processo di degiovanimento che sta segnando il presente ed il futuro del nostro Paese. 

Finché la questione della sostenibilità demografica e, quindi, il supporto alle famiglie e ai giovani, non diventerà la prima politica strategica del Paese con adeguate politiche di investimento, assisteremo a piccoli aggiustaForum nazionale Associazioni Familiari menti incapaci di invertire il trend».

 

Si ha l’impressione che i giovani oggi siano comunque restii – per difficoltà oggettive, per pigrizia, per paura, per impreparazione – a mettere al mondo figli. Lei cosa ne pensa?

«Il tema dei giovani è un altro nervo scoperto. Secondo un report del CNEL presentato a dicembre, sono 630mila i giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato il Paese tra il 2011 e il 2024. Solo nel 2024 abbiamo assistito all’emorragia di 78 mila partenze. Il valore del capitale umano perduto ammonta a quasi 160 miliardi di euro. Mettere i giovani nelle condizioni di essere protagonisti delle loro vite il più presto possibile è una priorità per non “perderli” è per non indurli ad una ipercautela. C’è, infatti, una questione culturale che vede un numero crescente di giovani più restii ad assumere la sfida di relazioni affettive stabili. La dimensione della coppia stabile coinvolge una percentuale di persone ridotta rispetto al passato e l’idea della responsabilità verso un figlio viene spesso procrastinata».

 

Secondo lei quali possono essere i passi per far comprendere ai giovani – e alla società tutta – l’importanza della generatività, del metter su famiglia?

«L’esperienza familiare resta la più significativa per le persone, perché lascia il segno più profondo nella storia di ognuno. Quasi sempre più della scuola, della chiesa, dell’associazionismo e della politica. 

Purtroppo, siamo soliti osservare come venga data una grande evidenza pubblica a tutto ciò che fa scalpore attorno alla famiglia, che viene raccontata come luogo della povertà educativa, di quella economica, di violenze. Dovremmo renderle invece giustizia dando evidenza di quanto sia capace di cura silenziosa dei fragili e degli anziani, di quanto sia luogo che apre al civismo e alla solidarietà, al dono e alla reciprocità. 

La famiglia è, però, anche primario attore economico: investe, consuma, risparmia e genera valore. Raccontare la famiglia uscendo dai clichè che la pongono in alternativa alla crescita personale e professionale è un aspetto determinante. Per fare questo servono scelte precise che cambino fattivamente l’ecosistema attorno alla famiglia. Un lavoro adeguatamente retribuito e che lasci spazio alla cura delle relazioni, ossia una reale conciliazione. La cessazione di discriminazioni verso le mamme nel posto di lavoro. Politiche fiscali non punitive verso chi mette al mondo dei figli. Abitazioni accessibili per le giovani coppie. Servizi territoriali per l’infanzia e le fragilità. Insomma si tratta di una vera e propria rivoluzione».

 

A cura di Franco Pozzebon

Foto in evidenza: Forum Famiglie

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