Creare casa: a Muggia uno spazio che custodisce la comunità

Don Andrea Destradi racconta la nascita della nuova sala polifunzionale della parrocchia: luogo pensato soprattutto per gli adolescenti, accogliente e versatile

Lo scorso 6 febbraio a Muggia è stata inaugurata e consegnata alla comunità di Muggia la nuova sala polifunzionale dell’edificio parrocchiale di via Tonello, 2/A, realizzata grazie all’importante contributo della Conferenza Episcopale Italiana (attraverso i fondi dell’8×1000 alla Chiesa Cattolica) e della Fondazione CRTrieste. La sala, situata all’interno dell’oratorio della Parrocchia e intitolata a Papa Francesco, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per il territorio comunale e per l’intera comunità locale. A margine dell’inaugurazione abbiamo incontrato il parroco, don Andrea Destradi, per farci raccontare qualcosa in più su questo progetto.

 

Quali sono le principali motivazioni che vi hanno spinto a creare questa sala polifunzionale? In che condizioni si trovavano gli spazi prima dell’intervento?

L’edificio nuovo, prospiciente via Tonello, comprende al piano terra un grande salone che sarà oggetto nelle prossime settimane di un intervento di restyling, soprattutto dal punto di vista acustico: attualmente presenta un forte rimbombo, che rende difficile lo svolgimento di incontri e dialoghi. Installeremo quindi pannelli fonoassorbenti per migliorare la qualità dell’ascolto e rendere l’ambiente più confortevole, non solo per le feste, ma anche per riunioni e momenti formativi.

All’ultimo piano si trova l’abitazione dei sacerdoti, anche se in origine non era prevista questa destinazione. L’edificio, infatti, nasceva come centro giovanile, con aule per il catechismo e attività per i ragazzi, non come canonica. Successivamente, con l’arrivo di don Silvano Latin, vista la situazione di degrado della canonica di Calle San Francesco, si decise di trasformare quegli spazi in abitazione per i preti. Al piano intermedio, invece, al mio arrivo nel settembre 2020, ho trovato una situazione incompleta: la struttura era al grezzo, con solai e infissi, ma priva di finiture. Si tratta di due grandi ambienti: uno, sotto gli uffici parrocchiali, è la sala che abbiamo inaugurato; l’altro è una cubatura importante, con pavimento spiovente, chiaramente pensata per diventare un auditorium. Tuttavia, per mancanza di fondi, il progetto si è fermato. Durante gli scavi per le fondazioni, infatti, si è scoperta la presenza di acqua nel sottosuolo, rendendo necessari interventi aggiuntivi e raddoppiando i costi rispetto al preventivo iniziale. La priorità è stata quindi completare lo “scheletro” dell’edificio.

 

Quali sono gli obiettivi principali di questo progetto?

La parrocchia di Muggia dispone di molti spazi all’aperto,

ma soffre la mancanza di ambienti interni adeguati per incontri, formazione e momenti di fraternità. Lo spazio sotto gli uffici era stato pensato come foyer dell’auditorium, con servizi igienici annessi. Tuttavia, osservando le necessità concrete della comunità, ho ritenuto più opportuno trasformarlo in una sorta di “soggiorno di casa”: un open space accogliente, con cucina, armadi per il materiale, una biblioteca con testi di carattere religioso, tavoli e circa quaranta posti a sedere.

Questo spazio può diventare aula studio per il gruppo degli adolescenti – che in parrocchia sono circa quaranta –, luogo per il consiglio pastorale, per pranzi con famiglie e genitori, per momenti comunitari. È dotato anche di attrezzature tecnologiche essenziali – schermo e impianto audio – per garantirne la massima versatilità.

Quanto all’auditorium, non abbiamo rinunciato definitivamente al progetto. Tuttavia, invece di attendere di avere tutti i fondi necessari per completare l’intero piano, abbiamo scelto di portare avanti ciò che era possibile realizzare subito.

 

La ristrutturazione riguarda solo un adeguamento strutturale o anche un ripensamento degli spazi in funzione delle nuove esigenze educative?

Non si è trattato solo di completare un’aula, ma di dare forma a un’idea precisa. L’obiettivo principale è offrire spazi interni, soprattutto per gli adolescenti, che a Muggia faticano a trovare luoghi di aggregazione al di fuori dell’ambito sportivo.

La parrocchia conta una quindicina di gruppi: una realtà viva e articolata, ma non sempre è facile creare occasioni di incontro tra tutti. Questo spazio vuole essere un luogo “franco”, dove i diversi gruppi possano ritrovarsi e sentirsi a casa. L’ispirazione nasce anche da Christus Vivit, al n. 217, dove si invita a “creare casa”, affinché le nostre giornate siano meno inospitali e ciascuno possa sentirsi parte attiva. Quel passaggio ha guidato il progetto: non un ambiente anonimo, ma uno spazio con un’anima, curato negli arredi e nelle finiture, capace di trasmettere accoglienza.

Fare “casa” in definitiva «è fare famiglia; è imparare a sentirsi uniti agli altri al di là di vincoli utilitaristici o funzionali, uniti in modo da sentire la vita un po’ più umana. Creare casa è permettere che la profezia prenda corpo e renda le nostre ore e i nostri giorni meno inospitali, meno indifferenti e anonimi. È creare legami che si costruiscono con gesti semplici, quotidiani e che tutti possiamo compiere. Una casa, lo sappiamo tutti molto bene, ha bisogno della collaborazione di tutti. Nessuno può essere indifferente o estraneo, perché ognuno è una pietra necessaria alla sua costruzione. Questo implica il chiedere al Signore che ci dia la grazia di imparare ad aver pazienza, di imparare a perdonarci; imparare ogni giorno a ricominciare. E quante volte perdonare e ricominciare? Settanta volte sette, tutte quelle che sono necessarie. Creare relazioni forti esige la fiducia che si alimenta ogni giorno di pazienza e di perdono. E così si attua il miracolo di sperimentare che qui si nasce di nuovo; qui tutti nasciamo di nuovo perché sentiamo efficace la carezza di Dio che ci rende possibile sognare il mondo più umano e, perciò, più divino».

 

Come è stato finanziato il progetto? La comunità ha contribuito?

Il progetto è stato finanziato attraverso tre canali principali. Il primo è stato il contributo dell’8xmille, pari a 94 mila euro, che copre il 70% delle spese ammissibili. La parte restante è stata sostenuta grazie al generoso intervento della Fondazione CRTrieste, con un contributo di 55 mila euro, dopo diversi sopralluoghi e un’attenta valutazione del progetto. Tale somma ha coperto anche la realizzazione dei servizi igienici, che non rientrano nei finanziamenti 8xmille.

Infine, la parrocchia ha contribuito con circa seimila euro per le dotazioni tecnologiche e alcuni complementi d’arredo. È stato quindi uno sforzo condiviso, che ha visto il coinvolgimento di più soggetti.

 

Che tipo di realtà sociale è oggi Muggia?

Muggia è una cittadina con tradizioni molto forti e una propria identità consolidata nel tempo, diversa da quella di Trieste. Tuttavia, sta vivendo una trasformazione molto rapida. I “vecchi muggesani”, che hanno costruito la Muggia del secolo scorso e vissuto la stagione del Concilio e del cattolicesimo sociale, stanno progressivamente scomparendo.

Oggi si registra un significativo insediamento di famiglie provenienti da altre regioni d’Italia, soprattutto dal Sud, e anche di cittadini sloveni che scelgono di acquistare casa in centro storico o nelle zone collinari. È una trasformazione che non sempre si traduce in integrazione: spesso si creano realtà parallele, “strati” che convivono ma faticano a incontrarsi.

Un altro fenomeno è la crescente vocazione turistica, con il rischio dello svuotamento del centro storico: molte abitazioni vengono trasformate in bed and breakfast, mentre i residenti si spostano altrove. Il centro vive soprattutto nei mesi tra Pasqua e la Barcolana; d’inverno, nel pomeriggio, appare spesso deserto. Questo può indebolire le dinamiche sociali e generare nuove fragilità.

 

Ci sono particolari fragilità o bisogni emergenti tra giovani e famiglie?

Sì, emergono situazioni di povertà e marginalità che non sempre sono visibili, anche perché in un piccolo centro si fatica a esporsi.

Come parrocchia, insieme alla San Vincenzo, accompagniamo circa un centinaio di famiglie al mese con la distribuzione della borsa della spesa e con un ascolto attento delle situazioni personali. Esiste una buona collaborazione con i servizi sociali del Comune, ma resta la difficoltà di intercettare i bisogni nascosti.

L’oratorio – o “ricreatorio”, come viene tradizionalmente chiamato a Muggia – ha un ruolo centrale. È collocato in posizione baricentrica e vuole essere un naturale crocevia di incontro. Cerchiamo di “dare un’anima agli ambienti”, perché possano a loro volta custodire la comunità.

Oltre agli adolescenti, c’è attenzione anche agli anziani: il mercoledì pomeriggio l’oratorio accoglie una trentina di persone per tombola, burraco, caffè e laboratori manuali (ceramica, ricamo, lavorazioni artistiche). Sono attività che contrastano solitudine e isolamento.

Sono attive anche collaborazioni con realtà del territorio, come la società sportiva Zaule per l’avviamento dei bambini al calcio e l’Università della Terza Età, per promuovere una presenza stabile e non occasionale.

 

Si sono spenti i riflettori sulla tragedia del piccolo Giovanni, ma continua il vostro impegno per la sua famiglia. Quale è stato il ruolo della parrocchia?

La vicenda del piccolo Giovanni è stata una ferita profonda per l’intera comunità, sia per l’età del bambino sia per il luogo in cui è accaduta, nel cuore del centro storico. La parrocchia ha scelto di reagire come comunità cristiana: anzitutto con la preghiera e la carità. È stata promossa anche una colletta che ha raccolto contributi non solo da Muggia, ma da varie parti d’Italia e dall’estero. Ora che l’attenzione mediatica si è attenuata, resta un accompagnamento più discreto ma costante. In collaborazione con il Comune, si sta organizzando un memorial sportivo annuale dedicato a Giovanni, rivolto ai bambini delle scuole e delle società sportive, e verrà realizzato un murale nei pressi dei campi sportivi in sua memoria.

La ferita rimane, ma la comunità continua a offrire ascolto, vicinanza e consolazione, in uno stile quotidiano e silenzioso.

 

A cura della redazione

 

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