La scomparsa di Dario Antiseri ha non solo gettato nel lutto il mondo della cultura, ma riaperto una questione assai importante: quella delle definizioni culturali, delle etichette, come “decadentismo”, “romanticismo” e nel caso della filosofia, “relativismo”: Antiseri, che era nato a Foligno nel 1940 (è morto lo scorso 11 febbraio), aveva messo in imbarazzo queste mode definitorie dichiarandosi, come nel titolo di una sua opera, “cristiano perché relativista, relativista perché cristiano”.
Il suo relativismo era non una professione di scetticismo assoluto, di negazione della verità trascendente, ma una presa di posizione molto simile a quella della fisica quantistica: si possono fare ipotesi, perché il semplice guardare non significa capire dettagliatamente; anzi, talvolta è il nostro sguardo a modificare ciò che osserviamo.
Non è un caso che il Novecento sia la stagione di questi presunti relativismi che hanno attraversato tutte le discipline dell’umano sapere, da Einstein e Heisenberg a Pirandello e Thomas Mann, da Picasso alla dodecafonia, che in musica spezza i legami con l’antica melodia. E il “relativismo” del compianto Antiseri stava proprio nel riconoscimento dei limiti dell’umano sguardo e quindi nella contrapposizione a quelle visioni totalitarie che prendevano spunto anche e soprattutto dal pensiero filosofico, in questo caso Platone, Hegel, Marx.
Ed è così che Antiseri si è inimicato una parte del pensiero dominante negli anni Settanta del Novecento, che vedeva nel comunismo l’unica modalità di cambiamento radicale di una società capitalista e “borghese”.
Il suo relativismo era libertà di credere, ma anche di stare distante dalle opzioni politiche totalitarie. E la politica aveva cercato, ottenendo un deciso no, di ottenere il suo prestigioso nome tra i candidati alle elezioni, quando Berlusconi scese nell’agone politico.
Antiseri era seguace di Popper, e quindi anti-dogmatico, perché riteneva che non si potessero teorizzare società perfette: le distruzioni della libertà nell’Urss prima di Gorbaciov e l’istituzione di totalitarismi dittatoriali in molte nazioni erano segnali che quella presunta perfezione aveva portato alla scomparsa di milioni di persone colpevoli di non essere allineate con quelle dittature.
Il suo insegnamento aveva attraversato autentiche roccaforti del pensiero, come La Sapienza di Roma, poi a Siena e a Padova per giungere alla Luiss di Roma, dove fu anche preside della facoltà di Scienze politiche.
Nonostante la sua libertà di pensiero, che non gli impediva di dichiararsi profondamente credente (e non a caso scrisse per molto tempo sulle pagine di Avvenire), venne insignito di prestigiosi riconoscimenti, come la laurea honoris causa nel 2002 dall’Università di Mosca.
E in realtà, oltre a Karl Popper e a Pascal, anche Rosmini rientrava nelle sue preferenze, e non è un caso che il grande pensatore beatificato da papa Benedetto XVI abbia osteggiato i dogmatismi politici ed ideologici del comunismo in un momento storico in cui non si erano profilate ancora le realizzazioni totalitarie di quelle ideologie.
Questo la dice lunga sui limiti di categorie che nascondono giudizi superficiali non in grado di cogliere la profondità di un pensiero, come quello del compianto Antiseri, che cercava certamente la verità lì dove è possibile trovarla: nella Parola della fede, una fede non assolutista e negatrice dello spazio altrui, nel confronto con le idee degli altri, alla ricerca della pace tra gli uomini.
Marco Testi



