Cosa fare per educare a una pace disarmata e disarmante?

Al secondo incontro della Cattedra di San Giusto il Vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi, ha offerto un’ampia e puntuale riflessione sul tema

Mercoledì 11 marzo 2026 si è svolto il secondo incontro annuale diocesano della “Cattedra di San Giusto” che ha visto la presenza, in qualità di relatore, di monsignor Michele Tomasi, Vescovo di Treviso. 

Quest’ultimo ha condotto una riflessione in merito alla Nota Pastorale “Educare  a  una pace  disarmata  e  disarmante”  approvata  il 19 novembre 2026 dall’81ª Assemblea  Generale  della   Conferenza  Episcopale  Italiana (CEI). 

Dopo un’introduzione musicale a cura della Cappella civica di Trieste, monsignor Tomasi – che ha contributo all’elaborazione del documento lavorando nell’ambito di una Commissione vescovile – ha esordito sottolineando la difficoltà di essere operatori di pace in un mondo complicato, in una fase “cattiva” della storia come quella attuale. Egli ha quindi richiamato il valore della fraternità e della beatitudine dei perseguitati a causa dell’amore di Dio, i quali hanno offerto una testimonianza che storicamente è giunta fino a “costare la vita”.   

Nel primo capitolo della Nota Pastorale, nell’ambito di una ricognizione delle caratteristiche del tempo presente, Papa Leone, ispirandosi a un’espressione di Papa Francesco, ha usato il termine “globalizzazione dell’impotenza”,

per descrivere quel fenomeno sociale e morale che rende le persone, pur consapevoli delle sofferenze altrui, incapaci di intervenire disponendole a rimanere silenziose e passive di fronte a ingiustizie e dolore innocente.

«Andando al cuore della nostra fede – ha affermato il relatore – dobbiamo impegnarci affinché la frase “Pace a voi”, pronunciata da Gesù ai suoi discepoli dopo la resurrezione – come riportato nel Vangelo di Giovanni (Gv 20,19-21) – non sia vissuta solo come slogan ma come convinzione profonda del cristiano. Secondo la prospettiva di una pace “disarmata e disarmante” si tratta di assumere un atteggiamento caratterizzato da questa duplice connotazione: disarmata, in quanto non c’è altra soluzione oltre alla scelta di strumenti di pace alternativi a quelli di conflitto; disarmante, poiché la pace può nascere da un contagio positivo operato dal credente in un circuito virtuoso di riscoperta della dignità umana. La relazione con l’altro ci chiede di “guardare negli occhi” chi usa violenza, seguendo le parole rivolte da Gesù ad un  ufficiale che gli aveva dato uno schiaffo “Se ho parlato male, rendi testimonianza del male; ma se bene, perché mi colpisci?” (Gv 18,23).

Il timore del rischio, in questa dinamica, si stempera nell’incontro con Cristo che ci rende testimoni e costruttori di pace».

Monsignor Tomasi ha sottolineato che, comunque, nelle Sacre Scritture il tema della pace non è una semplice “lista dei desideri”, ma è un argomento caratterizzato da una certa complessità pur essendo predominanti i concetti di “benevolenza”,”accoglienza”,”fraternità” così ben sottolineati da Papa Francesco in tutti i suoi interventi.

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«È innegabile che tutti i figli di Dio devono essere considerati e considerarsi fratelli e sorelle, tuttavia è anche vero che questa dimensione relazionale può diventare tanto un terreno di bene quanto di invidia, gelosia e altri sentimenti negativi. La vicenda di Caino e Abele ci insegna che il primo arrivò ad odiare il fratello perché lo riteneva il privilegiato agli occhi di Dio, anche se Dio non aveva mai detto di non amare Caino.

Nella dinamica in questione emerge questa rappresentazione mentale: “Se Dio ama te significa che non ama me”, quindi “per essere amato devo eliminare l’avversario”. Questa logica, purtroppo, permea il pensiero umano fino alla sua radice, conducendo verso l’uso della forza e della violenza».

L’analisi sin qui condotta si è estesa al capitolo IV della Genesi, in cui uno dei discendenti di Caino, Lamek, incarna addirittura la rappresentazione di una violenza spropositata affermando: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette!”(Genesi 4, 23-24).

Lamek non si accontenta della  legge del taglione, cioè dell’equazione “1 a 1”, propria della giustizia distributiva, che a ogni colpa impone una pena parallela «occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (Esodo 21, 24-25). Il passo della Genesi introduce, infatti,  – attraverso il ricorso al numero 7 che è indice di pienezza – una reazione spropositata, una ritorsione illimitata, il cieco furore che annienta il nemico (“Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette”)Purtroppo ritroviamo questa logica nel nostro quotidiano. Monsignor Tomasi ha descritto come esempio quei ragazzi –  tra i quali coloro che egli stesso ha avuto purtroppo modo di incontrare nei pressi del suo ufficio diocesano –  che uccidono per 30 euro di debito non pagato. 

In questo clima, secondo il relatore, noi cristiani non possiamo nasconderci in un mondo ideale, pur conservando i valori che possono essere rintracciati nel “Discorso della montagna”. 

Ciò significa che, per ciascuno di noi, l’impegno prioritario deve essere comunque quello di mantenere nel cuore il riferimento alla figura di Gesù Cristo, che è stato al centro di una vicenda di spropositata violenza che si è abbattuta su di lui, l’ha vissuta ed ha raggiunto la “shalom”, portando a radicalità la scelta di pace.

In questa prospettiva il Capitolo V, versetti 22-24, in particolare il Vangelo di Matteo, ci parlano del comandamento “non uccidere”: 

«Avete  inteso  che  fu  detto  agli  antichi:  Non  uccidere;  chi  avrà ucciso  sarà  sottoposto a giudizio. Ma io vi dico:chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio”;“Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa    contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e  poi torna ad  offrire il tuo dono».

«Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione».

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Se la parola d’ordine è la violenza, questa rischia di prendere il sopravvento qualora non si giunga, nel più breve tempo possibile, alla riconciliazione: è Cristo, nostra pace, a riconciliare cielo e terra con lui e con tutti noi.

Queste sono le leggi che devono regolare la vita del cristiano, il quale non può, tuttavia, ignorare che nella Bibbia si è parlato anche del “Dio degli eserciti”: in altre parole ciò significa che, pur essendo Dio contrario all’uccisione, la guerra, in alcune situazioni, è stata valutata nelle Scritture come necessaria e inevitabile. 

Secondo la mentalità ebraica del tempo il comandamento “non uccidere” (Esodo 20,13) non si estendeva, quindi, automaticamente alla guerra: “uccidere” si riferiva letteralmente all’omicidio premeditato e intenzionale di un’altra persona compiuto con cattiveria. 

Il riferimento alla legge del taglione, in questo contesto, respinge comunque l’idea di una vendetta spropositata indicando una regola, un contenimento e ponendo le basi del teorema della “giusta guerra” finalizzato a limitare il ricorso alla guerra stessa. La scelta di intraprendere una  “giusta guerra” veniva affidata alla competenza dell’autorità legittima che doveva essere guidata dalla valutazione della “giusta causa” e della proporzionalità nel tentativo di restringere al massimo il conflitto e le sue conseguenze: l’intenzione  di  chi dichiarava  la guerra  doveva  essere pura,  cioè la guerra doveva essere fatta non per odio, ma per evitare un male maggiore e ottenere un bene. Queste affermazioni sono in linea con il principio di “legittima difesa” teorizzato da Sant’Agostino come possibilità di agire quando si sia tentato senza successo ogni altro metodo.

Monsignor Tomasi ha posto, a questo punto, all’uditorio alcuni  interrogativi

«In un tempo come quello attuale, in cui si fanno strada strumenti letali drammaticamente sempre più evoluti, si potrebbe ancora parlare di criteri atti a valutare la necessità della guerra? Quale persona avrebbe i requisiti per essere chiamata a decidere? Quale ruolo potrebbe avere l’intelligenza artificiale nella valutazione in questione? Noi cosa possiamo fare, concretamente, per educare alla pace?»

Per poter  rispondere all’ultima domanda (che è quella che ci riguarda più da vicino) è stata quindi riportata l’attenzione sul III capitolo dell’Enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco, titolato “Artigiani di pace”, che invita a promuovere la pace come opera costante di riconciliazione, cura delle ferite e costruzione di relazioni concrete. 

Il richiamo agli “artigiani di pace” sposta l’attenzione dalla retorica alla pratica: la pace si costruisce con gesti quotidiani, con la formazione di relazioni fiduciarie e con scelte politiche ed etiche che privilegino la cura dell’altro e il bene comune. Tutto ciò richiede impegno personale e collettivo per avviare processi di guarigione, dialogo e giustizia sociale. 

Gli “artigiani di pace” sono coloro che possiedono una vocazione all’azione concreta: sono  persone e comunità disposte a lavorare con pazienza e creatività per ricucire relazioni spezzate, non limitandosi a parole ma promuovendo gesti e processi di riconciliazione. 

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La pace richiede percorsi che rimarginino ferite storiche e personali: non è un risultato immediato, ma un lavoro di lungo periodo che coinvolge ascolto, perdono e riparazione.  La pratica della pace passa attraverso il dialogo sincero, l’incontro con l’altro anche quando è diverso o avversario, nonché la capacità di costruire fiducia reciproca. Essere artigiani di pace significa anche impegnarsi nelle strutture sociali e politiche per promuovere giustizia, equità e solidarietà, contrastando logiche di esclusione e violenza. 

Le implicazioni pratiche (per operatori, comunità, istituzioni) consistono nel favorire spazi di ascolto e incontro nelle comunità locali e nelle istituzioni, promuovere iniziative di riparazione e giustizia riparativa dove esistono ferite sociali e sostenere politiche pubbliche che riducano disuguaglianze e creino condizioni per la convivenza. 

È stato, infine, ripreso il discorso programmatico di Papa Leone, pronunciato il 17  giugno  2025, che si è concentrato  su quattro priorità  fondamentali  per  la  Chiesa  di  oggi tra le quali –  accanto all’annuncio  del  Vangelo, alla  dignità  della persona e al dialogo – c’è sempre la pace, come educazione alla non violenza.

«La pace non è utopia, ma un intreccio tra il desiderio di andare oltre le condizioni sfavorevoli e la delegittimazione della violenza. È fatta di parole buone, gentili, “disarmate”. È disintossicarsi da condizioni negative come il razzismo, la violenza di genere, l’inimicizia che oggi si propaga attraverso i social. È seguire le orme  di San Francesco che, intervenendo nel conflitto tra Vescovo e Podestà, creò un pensiero che si inserì nel Cantico delle Creature : “Laudato sì Mio Signore per quelli che perdonano per il tuo amore».

Questo insegnamento deve portarci a stili di vita improntati alla non violenza e ad atteggiamenti attivi ispirati alla lettera enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII,  documento rimasto fondamentale per la regolazione della pace  e  della convivenza  umana che sottolinea  l’importanza di rispettare ‘ordine creato da Dio e di promuovere la pace tra le nazioni e tra le comunità  politiche attraverso il dialogo e la negoziazione tra tutte le nazioni, tralasciando ciò che divide e cercando  ciò che unisce.  

La lettera rimane ancora oggi un  messaggio  di speranza  e di rinnovamento, che mira a combattere  la paura  dell’avvenire e a promuovere un mondo senza confini e blocchi. 

Rita Manzara

Foto: Luca Tedeschi

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