Metodo, tempo e comunità per raccontare la pace

Al terzo incontro della Cattedra di San Giusto il direttore di Avvenire, Marco Girardo: "Vedere, dentro la guerra, ciò che la smentisce"

In una cattedrale “assediata” dai lavori stradali, in una chiara serata preludio di primavera, mentre il suono pieno dell’organo riempiva il silenzio con la musica di Bach, mercoledì 18 marzo, ci siamo ritrovati ancora a parlare di pace. Questa volta con Marco Girardo, direttore di Avvenire, che ha esordito così: 

«Se ci guardiamo intorno, a quello che succede in Medio Oriente, in Europa e nel mondo, fra polarizzazioni crescenti, conflitti che si saldano, sperequazioni che aumentano, possiamo comprendere come

narrare la pace, oggi, sia sempre più difficile. Viviamo in una stagione in cui le guerre non sono più percepite come una parentesi o una patologia eccezionale della storia, ma rischiano di tornare a essere considerate una sua grammatica ordinaria. E questo produce un effetto molto profondo nelle nostre coscienze: abbassa la soglia dello scandalo, abitua all’inaccettabile, rende plausibile ciò che fino a poco fa avremmo giudicato indegno dell’umano».

Una domanda inespressa ha accompagnato il suo intervento che, credo, abbia interrogato tutti: come vogliamo stare nel mondo, in un tempo di profonda trasformazione, segnato dall’avvento pervasivo dei social e del digitale con i loro clic immediati? In un ecosistema informativo profondamente trasformato nel quale «gli algoritmi hanno scoperto che l’indignazione genera coinvolgimento e (…) viene premiato ciò che divide, polarizza, scandalizza, non ciò che spiega e complica», quale postura, stile, differenza possiamo apportare?

E ancora: come raccontare la pace, che ha bisogno di sfumature, di mediazioni, di tempi lunghi, di memoria, di riconoscimento reciproco, in un mondo che premia l’accelerazione, la semplificazione, la tribalizzazione e l’indignazione? 

Metodo, tempo e comunità sono, per Girardo, le parole chiave per sottrarsi alla tirannia dell’immediato, riscoprire il gusto dell’approfondimento e per guardare e stare nel mondo tenendo assieme le differenze, senza ridurle a inimicizia. Parole capaci di aiutarci a guardare meglio quello che succede intorno e dentro di noi, per interrompere l’idea dell’ineluttabilità della guerra provando a riconoscere le ragioni dell’altro, superando un confine. 

«La pace non si narra solo raccontando i trattati o le tregue. Si narra anche sottraendo all’oblio le periferie della guerra, i conflitti senza telecamera, i popoli che il mondo lascia fuori campo. E si narra cercando, dentro il disastro, i semi minuscoli di ricomposizione, di fraternità, di ricucitura». 

Molto dipende da noi. E per rispondere alla domanda iniziale – come vogliamo stare nel mondo – Girardo indica alcune strade da percorrere per arginare le narrazioni tossiche che ci pervadono:

  • la guerra è sempre una scelta, quindi è evitabile;
  • la paura non è una condizione normale della convivenza
  • la violenza non è un passaggio inevitabile.

Ci sono altri modi di stare nel mondo: la nonviolenza, gesti di pace e di ospitalità sono modi per immaginare creativamente una via d’uscita, uno scarto di lato capace di sbloccare la situazione attuale e di attivare processi di pace.

«Raccontare la pace non significa chiudere gli occhi davanti alla guerra. Significa vedere, dentro la guerra, ciò che la smentisce. Significa dare parola a quei singhiozzi di fraternità che interrompono il respiro della violenza. Significa custodire il senso dei gesti che non fanno rumore ma tengono aperto il varco dell’umano».

Erica Mastrociani

Foto: Luca Tedeschi

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