Don Ciotti: “Diventare granelli di polvere che si affidano al vento”

Sabato 18 aprile, incontro con il mondo del volontariato e gli educatori: tanti gli spunti per impegnarsi e vincere "sonnolenza spirituale" e scoraggiamento

Nel fine settimana del 18 e 19 aprile, Trieste ha avuto la gioia di ospitare don Luigi Ciotti per una serie di incontri con i giovani, con gli educatori e le associazioni di volontariato e per un duplice appuntamento alla domenica sul Molo Audace, per invitare tutti alla pace e in Cattedrale a San Giusto, per concelebrare la Messa con il nostro Vescovo.

L’invito a don Ciotti è arrivato dalla Piccola comunità domestica di via san Francesco, nata per ispirazione di un uomo buono, Carlo Alberto Gioppo Rini, che si era preso cura nella sua vita delle persone sole e fragili, perché riteneva impellente fare qualcosa di concreto affinché nessuno fosse lasciato solo. A dieci anni dalla sua scomparsa, la figlia adottiva, Romana Gioppo Rini, con il supporto della Piccola comunità, ha voluto portare in città don Luigi Ciotti, che ha accolto l’invito.

Nel pomeriggio di sabato 19 aprile nell’Aula Magna della Scuola Interpreti di via Filzi, don Ciotti ha incontrato educatori e associazioni di volontariato.

Era presente anche il Vescovo Trevisi, che, portando il suo saluto, ha ricordato la  situazione di fragilità che accomuna tutti gli uomini.

“Siamo tutti fragili, destinatari di cure fin dalla nascita; ma nel tempo abbiamo sperimentato la libertà di spenderci per prenderci cura gli uni degli altri. Il segno della nostra umanità è proprio questo: il prendersi cura, anche di chi è colpito da tragedie, come quelle legate alle mafie. È necessario contaminarci di grandi valori per rilanciare grandi motivazioni sulle strade che attraversiamo, per ricevere e per donare speranza”.

È intervenuto poi il professor Francesco Cautero dell’Associazione Libera contro le mafie. Ha sviluppato il ruolo dell’educatore e dell’insegnante, nella sua esperienza con Libera, che

pone al centro della sua attività la formazione e l’importanza che viene data alla scuola, perché l’educazione dà libertà, soprattutto quella di pensare, di avere uno sguardo critico sulla realtà che ci circonda. I giovani ci sono se trovano un adulto, un insegnante appassionato. Le esperienze concrete, che Libera offre ai ragazzi, insegnano a imparare il bene comune, anche attraverso la visita a realtà difficili, come il carcere o i Centri di salute mentale.

Da questo punto di vista, sono sempre importanti i campi estivi dove, accanto al lavoro nei campi, c’è l’incontro con i protagonisti del territorio e l’ascolto delle loro testimonianze. L’incontro con tutte queste realtà, vissute in prima persona, danno la “carica” ai ragazzi.

È seguito l’intervento della professoressa Daria Parma, insegnante presso l’Istituto “Tiziana Weiss” di Trieste. Ha proposto la sua esperienza di insegnante, a contatto quotidiano con i giovani. Ha confermato la situazione di fragilità, di solitudine e di disagio presenti tra i ragazzi, che a volte vivono come in una bolla, lontani dalla realtà vera.

La risposta è la cura delle relazioni: costruire con loro relazioni solide e sicure per non lasciare indietro nessuno. La scuola, oggi, non tiene conto delle loro fragilità quando propone l’idea della prestazione, della performance, del merito. Questo crea paura di fallire e, quindi, genera ansia, paura del giudizio e, quindi, i ragazzi evitano rapporti con compagni, insegnanti e anche con i genitori.

Non si sentono all’altezza delle aspettative rispetto agli obiettivi prefissati: allora provano disagio, non tollerano la frustrazione, manifestano sofferenza psichica. I ragazzi finiscono per tirarsi indietro: si aspettano di essere considerati dagli adulti (“vorrei che mio padre mi guardasse come fa con il cellulare…”).

Anche qui una risposta possibile c’è: aiutarli a scoprire la forza interiore che c’è in ciascuno, insegnare a comunicare e a fare comunità.

In caso di mancanze più o meno gravi, la scuola applica il Regolamento di disciplina che contempla sanzioni per ogni caso. Viene in essere soltanto una giustizia retributiva, quando sarebbe importante attuare una giustizia riparativa: aiutare a confrontarsi con il dolore o il danno provocato attraverso l’incontro con l’offeso, insegnare a gestire i conflitti, presenti in tutte le società, anche in quella scolastica, per arrivare a concretizzare una politica dell’incontro, per costruire ponti e non divisioni tra i ragazzi.

Ha preso poi la parola il dottor Raul Pantaleo, membro del Direttivo nazionale di Emergency. Essendo un architetto, ha messo in luce un aspetto particolare della guerra, quello che riguarda gli ospedali. La guerra oggi crea vittime umane (per lo più civili), ma si può parlare anche di “urbicidio”: la distruzione di edifici, tra cui ci sono anche gli ospedali. Questi dovrebbero essere protetti dalla Convenzione di Ginevra (1949). L’art. 18, infatti, considera gli ospedali strutture che, in caso di guerra, non possono essere attaccate; ma l’art. 19 limita il portato del precedente art. 18, seppure in casi particolari e seguendo opportune regole, e questo articolo è stato ampiamente abusato nelle guerre recenti.

Alcuni dati significativi. Durante la Prima Guerra Mondiale è stato colpito il 5% delle strutture sanitarie; nella Seconda Guerra Mondiale dal 20 al 40% (nella statistica è compresa la sciagura di Hiroshima);

oggi assistiamo all’abbattimento del 50-60% delle strutture sanitarie in Siria, del 10-20% in Ucraina (ma la stima è in continua crescita), del 70-80% in Sudan, del 94% a Gaza. È una barbarie senza precedenti, che coinvolge anche le strutture scolastiche e questo impedisce il futuro alle persone, ai giovani soprattutto, che vivono in quei territori. Un tempo, le strutture ospedaliere erano generalmente distrutte per sbaglio: ora l’attacco è volontario.

Emergency – per la dichiarata neutralità dimostrata nei fatti e per le cure gratuite e di eccellenza somministrate – riesce ancora a garantire le proprie strutture avvertite dalla popolazione come un bene comune. Ma a causa della subdola applicazione dell’art. 19, non ci si sente più protetti: anche i nostri ospedali potrebbero diventare un possibile bersaglio. È di estrema importanza che tutti lavorino affinché il diritto internazionale ritorni a essere centrale nella vita dei popoli e che venga spiegato ai ragazzi, perché si tratta dell’unico baluardo contro la barbarie che sta avanzando. 

La parola è passata, poi, a don Luigi Ciotti.

1) Il Gruppo Abele

  • Inizia ricordando come la strada sia stata la sua grande maestra di vita e come la strada sia anche la grande protagonista nel gruppo Abele, dove è possibile incontrare i volti e le fragilità delle persone;

La fragilità è la condizione umana e prenderne coscienza ci rende tutti più forti;

  • Una società forte riconosce e accoglie la fragilità degli altri;
  • È importante unire le forze, così ci si aiuta, si passa dall’“io” al “noi”. Nel Gruppo Abele ci sono tanti “noi”, ciascuno con i propri limiti, ma con la forza che viene dal vivere assieme.

2) La legalità

  • L’esperienza del Gruppo Abele porta alla nascita di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Al nome di Libera è associato il tema della legalità, ma don Luigi ammonisce a non fare della legalità una bandiera, che tutti sventolano. Porta un esempio eclatante. Rosy Bindi, che ha presieduto per cinque anni la Commissione parlamentare antimafia, nella relazione finale aveva dedicato un capitolo alle associazioni antimafia con all’interno anche quelle fatte dai mafiosi stessi: assistiamo alla manipolazione della legalità, il suo utilizzo solo come forma per conseguire scopi ben diversi. Nel nome della legalità si sono fatte anche leggi illegali (ad esempio, nel caso di un reato commesso da cittadini straniere si sono maggiorate le pene!).

La legalità è una condizione importantissima, ma deve essere uno strumento, un mezzo per raggiungere il vero obiettivo: la giustizia, sia in campo sociale che in quello ambientale. Di fronte alle ingiustizie siamo chiamati a fare la nostra parte, con coraggio, anche alzando la voce; non possiamo tirarci indietro e dobbiamo difendere chi è oggetto di ingiustizia. 

  • Non possiamo tacere: tacere diventa una colpa, parlare è un imperativo etico.

3) Educazione

Oggi ci troviamo davanti ad una crisi ambientale senza precedenti, a povertà crescente, materiale, ma anche culturale. Si calcola che nella scuola dell’obbligo si raggiunga il 30% l’abbandono scolastico, provocando l’analfabetismo di ritorno. Sono situazioni che richiederebbero importanti interventi di sistema. Ma di fronte alla violenza minorile, il correttivo adottato è abbassare l’età per incriminare i ragazzi, causando la reclusione nelle carceri minorili oltre misura. Solo repressione, quindi, nessun investimento sull’educazione dei nostri ragazzi.

Non si possono scaricare le responsabilità solo sulla famiglia e sulla scuola, un mondo adulto è chiamato a prendersi le proprie responsabilità, la società intera deve mettersi in gioco, perché l’educazione è generatrice di vita.

Don Luigi richiama l’opera educativa di san Giovanni Bosco nella Torino del suo tempo, dove i ragazzi giungevano a frotte, spinti dalla miseria delle campagne. Non solo non li lasciava soli, ma aveva pensato che i giovani dovevano essere formati anche per affrontare il mondo del lavoro. Il suo metodo pedagogico era racchiuso in quattro parole: “Onesti cittadini e buoni cristiani”. Anche allora, con l’apertura del primo carcere minorile d’Italia, vigeva il sistema punitivo. Ma lui, con coraggio, promosse il sistema preventivo, basato su ragione e cuore, uno stile educativo che voleva sostenere la vita nei suoi valori, perché era convinto che la repressione poteva prevenire il disordine, ma difficilmente poteva rendere migliori le persone. Un pensiero valido ancora oggi, con i nostri ragazzi in difficoltà.

3) La scuola

Educare non è conformare a certi principi, ma è trasformare, dare a ciascuno gli strumenti per diventare se stesso. La cultura apre le porte al domani, lo rende più ricco e più entusiasmante dell’oggi.

La scuola autentica è, per certi versi, “sovversiva”, perché deve essere officina di pensiero critico, una spina nel fianco per il conformismo che ci circonda. Questo modello di scuola non si limita a trasmettere conoscenze e saperi, ma insegna a pensare, a porsi delle domande. La domanda è la base del pensiero e bisogna ascoltare le domande dei nostri ragazzi.

La società che non si interroga e che non interroga non può essere libera e democratica: la società e la scuola devono essere cantieri sempre attivi, luoghi di impegno, di responsabilità, di utopia.

4) La città

  • La città è un organismo vivente e per la salute della città è necessario il bene di tutti e l’apporto di tutte le sue componenti. È un luogo in cui mondi diversi devono confrontarsi per ritrovarsi in un’identità di base, fare i conti – oggi più che mai – tra diversità che si fecondano reciprocamente. Bisogna interrogarsi sul senso di essere cittadini, cosa significa abitare la città.

La città deve essere il luogo di protezione delle fragilità, delle vulnerabilità. Le città sono tessuti emotivi, il clima emotivo di un luogo ci offre informazioni su quel luogo, sulle risorse che mette a disposizione dei cittadini. Bisogna investire nella città su tutto ciò che può attivare energie e legami positivi.

Va considerata l’importanza delle relazioni e delle responsabilità (re-lazioni e re-sponsabilità: non ci può essere un re, una figura che domina), ma è necessario mettere in comune, agire insieme, rispondere alle domande per costruire tutti insieme. 

  • Va posta attenzione alle periferie, non solo geografiche, ma anche esistenziali. Si tratta spesso di territori abitati da paure, risentimenti, rabbia, che nascono dalla debolezza delle politiche sociali. Le persone non si sentono abbastanza protette, vivono nel degrado e questo comunica a chi ci vive un senso di abbandono, si scivola sempre più in basso e non ci sono appigli. Allora la paura prende il sopravvento e si trasforma in rabbia, cerca capri espiatori, anche umani, su cui scaricare malessere e impotenza. La città della rabbia…
  • Dobbiamo imparare a dialogare e riconoscere le criticità, i servizi insufficienti, le necessità. I contesti impoveriti costruiscono gabbie che imprigionano le esistenze, sottraggono la possibilità di costruire futuro.

È necessario, allora, agire con coraggio, responsabilità e cuore.

  • Le città sono tessuti emotivi. E la giornata di oggi è stata un momento pieno di emozioni.

5) Conclusione

  • Don Luigi cita un libriccino del filosofo Norberto Bobbio: “Le vie della pace”.

Nonostante in una certa situazione le probabilità di vincere siano piccolissime, occorre comunque prendere posizione, perché qualche volta è accaduto che un granello di polvere sollevato dal vento abbia fermato una macchina.

(Ha detto Davide Maria Turoldo: “Lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere”).

  • Dobbiamo vincere qualsiasi forma di pigrizia, di scoraggiamento, di sonnolenza spirituale che contraddistinguono questo nostro tempo.

Dobbiamo diventare granelli di polvere che si affidano al vento.

  • Anche se siamo piccoli, se ci sentiamo piccoli, forse lo Spirito (non si sa quando o per quali vie) si servirà proprio di noi per fermare la macchina infernale che ci circonda e costruire giustizia e pace. Un granello per volta. È possibile.
  • “Dobbiamo essere malati di pace” (don Tonino Bello): malattia da cui non bisogna mai guarire.

Eliana de Guarrini

Foto di Luca Tedeschi

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