È proprio nella nostra città, Trieste, che possiamo ammirare, nella Cappella dedicata alla Madre della Riconciliazione, un’intensa e commossa tela raffigurante lo Spirito Santo che discende su Maria e gli Apostoli. Oleg Supereco – artista russo diplomatosi in patria, ma poi anche a Venezia, appassionato della grande tradizione pittorica italiana – nel 2019 riprende il tema della Pentecoste, che aveva già affrescato dieci anni prima nella cupola della Cattedrale di Noto. Questa volta la tecnica è la pittura a olio e il supporto una tela rotonda del diametro di 350 cm, destinata a soffitto e centro dell’intera decorazione della cappella.
Colpisce immediatamente lo slancio ascensionale delle figure che si sporgono e si volgono verso la luce, dove rifulge la Colomba che illumina volti e braccia, corpi e vesti dei dodici Apostoli con la Madonna.
Di sotto in su osserviamo i loro movimenti quasi fossero una danza: Maria tende la mano sinistra all’apparizione divina con un movimento contrapposto secondo le figure di Michelangelo, ma ricorda, nel gonfiarsi delle vesti che si muovono libere nello spazio, l’Assunta di Tiziano ai Frari.
Intorno a Lei, tesi a quel punto di luce che a Noto era il culmine di una cupola e qui non è che perfetto trucco illusionistico, si muovono naturalmente scomposti i discepoli, per lo più levando le braccia come per toccare quel Fuoco, o sporgendo l’avambraccio, quasi per proteggersi.
Le vesti si dispiegano, si sollevano, a causa di quel “vento che si abbatte gagliardo”, come è descritto negli Atti degli Apostoli:
quel vento è segno dello Spirito Santo che li rincuora e li rende esperti di lingue diverse, abili a incontrare chiunque sul loro cammino. L’azione del Paraclito è volta a redimere quella logica di divisione che durante la costruzione della Torre di Babele aveva differenziato i linguaggi e allontanato i cuori.

Proprio di fronte alla Madonna, i due fratelli Giacomo e Giovanni sollevano le mani con gesto simultaneo e nei loro corpi in torsione sono evidenti i muscoli “scolpiti”, così a lungo e dettagliatamente studiati dall’artista. Ancora ci persuadono gli scorci prospettici, che sono costruiti a così breve distanza dai nostri occhi, tanto che guardiamo i volti a partire dal mento, ma oltre l’ombra del naso non ci sfugge il brillare degli occhi.
Grazie alle pennellate rapide e sicure, luccicano anche gli occhi di Tommaso che, più abbassato rispetto agli altri, ci mostra la mano, con quelle sue dita che avevano avuto bisogno di toccare Gesù.
L’alternarsi dei colori per le vesti e delle posizioni per i corpi, rende instancabile il percorso dell’occhio che si lascia attrarre in questo vortice; ma ritornando alla cornice lo sguardo nota i piedi che sporgono, in parte appoggiati su un immaginario bordo: sono dettagli preziosi che Supereco avrà ammirato nei soffitti di Tiepolo e assimilato, rendendoli propri. Con quest’ultimo particolare, l’artista ci ricorda che gli Apostoli, mentre ricevevano lo Spirito Santo, appoggiavano i piedi saldamente a terra, quella terra su cui Dio stesso aveva camminato, portandoci un anticipo di Paradiso.
Marina Gobbato
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