Italia, produttività e futuro: l’analisi del prof. Becchetti

Prof. Leonardo Becchetti commenta le Considerazioni di Bankitalia: produttività, IA, energia, disuguaglianze e sfide per la crescita dell’Italia.

«Tra gli aspetti positivi vedo la straordinaria capacità degli italiani di adattarsi e restare competitivi. Siamo un popolo creativo e innovativo e negli ultimi anni abbiamo imparato anche a valorizzare e vendere meglio le nostre eccellenze, soprattutto nel turismo» spiega Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, tra i principali studiosi italiani dell’Economia Civile e anima scientifica di NEXT – Nuova Economia per Tutti, think tank di finanza etica, sostenibilità e impatto sociale degli investimenti, commentando il quadro dipinto dalle Considerazioni Finali che il Governatore di Bankitalia Flavio Panetta ha offerto alla centotrentaduesima assemblea dell’Istituto lo scorso 29 maggio. «Tra gli aspetti negativi – continua Becchetti – metterei il ritardo nell’istruzione terziaria e quindi nella formazione del capitale umano. Non riusciamo a trattenere e ad attrarre giovani talenti in misura sufficiente. E a questo si aggiunge il problema demografico, che considero un segnale molto serio: perché non indica soltanto difficoltà economiche delle famiglie, ma anche una minore fiducia nel futuro e una minore propensione a investire nelle relazioni».

Professor Becchetti, parlando dell’Italia, il Governatore Panetta ha posto il tema dell’innalzamento della produttività senza il quale “l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti”. “Per innalzare la produttività – ha scritto ancora Panetta – occorre affrontare le debolezze che da decenni frenano l’economia italiana: la scarsa innovazione, i bassi livelli di capitale umano, la dipendenza energetica”. Su quale di questi fronti l’Italia può recuperare terreno più velocemente? E qual è la misura più urgente che Governo o Parlamento dovrebbero mettere in campo?

La dipendenza energetica è probabilmente l’ambito più semplice su cui intervenire. Oggi abbiamo circa 300 gigawatt di progetti in attesa e vediamo esempi di paesi come il Portogallo che producono oltre l’80% dell’elettricità da fonti rinnovabili mentre noi siamo intorno al 40%. 

Se aumentassimo questa quota, i prezzi dell’energia continuerebbero a scendere e le imprese diventerebbero più competitive.

Le altre sfide sono più complesse. Sicuramente bisogna accelerare l’adozione delle nuove tecnologie, ma occorre anche fare i conti con la struttura produttiva italiana, composta in larga parte da piccole e medie imprese. Questo modello funziona quando le imprese riescono a crescere oppure ad aggregarsi in forme consortili, come avviene con successo in molti comparti dell’agroalimentare, penso al Consorzio del Prosecco o a quello del Parmigiano Reggiano. Per questo, oltre a investire in infrastrutture e semplificazione burocratica, bisognerebbe premiare la capacità delle imprese di fare rete e collaborare.

Sempre in tema di produttività il Governatore Panetta ha scritto: “L’intelligenza artificiale può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana”. Condivide questa affermazione?

Assolutamente sì. L’intelligenza artificiale è un’innovazione trasversale che consente una vera e propria automazione cognitiva. In molti lavori basati sull’elaborazione delle informazioni il salto di produttività è enorme. Nel mio stesso lavoro accademico la produttività in termini di possibilità di scrittura di lavori scientifici è aumentata in modo impressionante. Lo stesso vale per la progettazione, la ricerca e numerose attività aziendali. Naturalmente esistono professioni in cui la componente manuale resta centrale, penso per esempio ai parrucchieri, e quindi l’impatto sarà minore. 

Ma in tutto ciò che riguarda l’acquisizione, l’elaborazione e utilizzo delle informazioni siamo entrati in una nuova era. La differenza la farà la capacità di adottare e utilizzare bene queste tecnologie.

Anche quest’anno le Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia presentano un quadro in cui la disuguaglianza economica continua ad aumentare, con una sempre maggiore concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Quali misure concrete suggerirebbe per ridurla?

Politicamente è un tema difficile. Anche proposte che riguardano una piccolissima quota di super-ricchi spesso non raccolgono consenso perché molti temono che possano poi estendersi a tutti. Credo però che si possa intervenire soprattutto sul fronte sanitario.

Nel recente rapporto sulla disuguaglianza sanitaria abbiamo evidenziato come l’attuale sistema delle detrazioni, con un 19% uguale per tutti, favorisca maggiormente chi ha redditi elevati, mentre chi è nella no tax area spesso non ne beneficia affatto. Sarebbe opportuno rendere questi strumenti più progressivi. Lo stesso vale per alcune prestazioni assistenziali. L’obiettivo dovrebbe essere ridurre il divario nella capacità di spesa sanitaria tra cittadini più ricchi e più poveri.

Nelle conclusioni delle sue Considerazioni, Panetta ha scritto che “L’Italia dispone di punti di forza rilevanti: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d’Europa, una solida tradizione scientifica e universitaria, un ampio risparmio privato”. E ancora: “L’Italia deve guardare al futuro con determinazione. Ha punti di forza importanti: conoscenze scientifiche all’avanguardia, risorse umane da valorizzare, un sistema produttivo con eccellenze riconosciute, una solida posizione finanziaria di banche, imprese e famiglie. È un patrimonio prezioso”. Se è davvero così, perché sembra che il Paese non riesca a esprimere pienamente il proprio potenziale?

Credo che gli italiani abbiano una certa tendenza a lamentarsi e dipende molto da come definiamo il benessere. Ma l’Italia, indicatori alla mano, resta uno dei Paesi in cui si vive meglio al mondo. Abbiamo certamente problemi importanti, come la stagnazione dei redditi reali, ma disponiamo anche di enormi punti di forza

Il rapporto tra ricchezza e reddito è tra i più elevati, segno di una notevole capacità di risparmio. Abbiamo un patrimonio sociale e culturale straordinario e una qualità della vita che, sotto molti aspetti, resta superiore a quella di molti altri Paesi sviluppati, a partire dagli USA.

Naturalmente è giusto concentrarsi sui problemi per cercare di risolverli, ma non dovremmo dimenticare ciò che funziona. È corretto evidenziare le criticità, ma bisognerebbe raccontare anche ciò che va bene. Esistono forme diffuse di benessere e una significativa coesione sociale. C’è anche un problema di comunicazione. Se accendiamo il telegiornale troviamo spesso una quantità enorme di cronaca nera, mentre si parla poco delle buone pratiche e delle esperienze positive. Raccontiamo sempre l’albero che cade e quasi mai la foresta che cresce. Sarebbe utile dare più spazio a ciò che migliora concretamente la vita delle persone.

Se dovesse rivolgere un appello alla politica nazionale e alle amministrazioni locali, quale sarebbe?

Chiederei di guardare con maggiore attenzione alle esperienze positive che nascono dalla società civile. Esiste un patrimonio di buone pratiche che può diventare la base di un nuovo modello di sviluppo. È quella che chiamiamo Economia Civile: un paradigma che punta ad aumentare generatività, felicità e fioritura della vita umana.

Significa mettere al centro la persona nella sua interezza, valorizzare la pluralità delle forme d’impresa, utilizzare indicatori di benessere che vadano oltre il Pil e promuovere una politica economica che renda i cittadini sempre più protagonisti, secondo il principio di sussidiarietà. Insomma, serve il coraggio di costruire politiche orientate non soltanto alla crescita economica, ma anche alla felicità e alla qualità della vita dei cittadini.

Fabio Poles

 

LE SFIDE PER L’EUROPA

Nelle Considerazioni Finali che il Governatore Flavio Panetta ha presentato alla recente Assemblea della Banca d’Italia, il Governatore stesso osserva che le sfide più urgenti per l'Europa riguardano sicurezza, energia e tecnologia. «Mi piace molto questo passaggio di Panetta perché lascia intendere che sarebbe auspicabile un impegno europeo paragonabile a quello visto durante la pandemia» spiega Leonardo Becchetti. Che continua: «In altre parole, si richiama implicitamente l'idea di strumenti comuni e di un'azione condivisa. L'Europa si sta muovendo sia sul fronte energetico sia su quello della difesa. Sull'energia mi sembra stia seguendo una linea coerente: agli Stati membri viene chiesta una maggiore indipendenza energetica attraverso l'aumento delle rinnovabili, non semplicemente misure tampone per abbassare le bollette. È un approccio che punta a curare la malattia e non soltanto i sintomi. Sul fronte della difesa si sta invece prendendo atto che gli Stati Uniti non sono più percepiti come un partner affidabile come in passato e che l'Europa deve dotarsi di una propria capacità di deterrenza e di difesa comune. In questo quadro si inserisce anche una crescente attenzione all'Ucraina e al suo possibile futuro ruolo nell'Unione» (F.P.)
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