Sarà la “Pokrova Lviv AmpFootball” ad ospitare il 13 e il 14 giugno il campionato nazionale della disciplina sportiva a cui partecipano giovani con amputazione o disfunzione di uno degli arti. La squadra della “Pokrova” è stata fondata due anni fa da un religioso salesiano, padre Mykhailo Chaban. L’idea di fondo che ha spinto il Centro Don Bosco di Leopoli a promuovere il progetto, era quello di dare una “risposta” agli sportivi che hanno subito la perdita di arti in guerra. Fu presentato a Roma nel 2024 per la “Corsa di Santi”. E da allora, l’iniziativa è andata avanti. Al torneo che si svolgerà nel grande stadio SKIF di Leopoli, parteciperanno 10 squadre provenienti da tutta l’Ucraina. Il 3 giugno, padre Mykhailo Chaban, ha ricevuto per questa iniziativa un premio dedicato a onorare “le persone che, attraverso il loro servizio, attività di volontariato e professionalità, supportano l’Ucraina in tempo di guerra” e a consegnarlo è stato Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuck, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina. Questi progetti – ha detto l’arcivescovo – mostrano che “anche in mezzo alla guerra, gli ucraini restano un popolo di speranza e resurrezione.
È difficile da spiegarlo a parole. Ma sappiamo che la morte non avrà mai l’ultima parola nella vita di una persona. Siamo un popolo che risorge ogni volta, come una fenice dalle ceneri”.

Padre Chaban, perché i salesiani si sono impegnati in questa iniziativa?
La guerra porta con sé sfide e difficoltà e ci spinge a riflettere su come aiutare questi ragazzi e ragazze, che tornano dal fronte con un corpo mutilato. Vediamo ragazzi arrivare da noi in condizioni psicologiche molto difficili, spesso segnati non solo dal dolore fisico ma anche da depressione e senso di perdita. Ci vuole tempo per riprendersi, capire che è possibile rialzarsi e tornare a vivere una vita dignitosa. Aiutiamo anche le loro famiglie ad affrontare questa situazione drammatica dal punto di vista psicologico, fisico e spirituale.

Le statistiche ufficiali parlano di oltre 100.000 mutilati di guerra in Ucraina.
Si tratta purtroppo di statistiche vecchie di almeno un anno. Al di là dei numeri, questa è una realtà con cui dobbiamo confrontarci: è il nostro futuro, a cui siamo chiamati oggi a rispondere e reagire. A Leopoli si fa già molto per la riabilitazione, ma manca spesso una fase di accompagnamento successiva: dopo la riabilitazione, quando la persona riceve una protesi e torna alla vita privata, è fondamentale continuare a starle vicino e sostenerla.
Non basta la protesi per far tornare a vivere una persona ferita e mutilata, soprattutto se è giovane.
Per questo come salesiani stiamo progettando la creazione di un grande centro per queste persone, qui vicino a Leopoli, dove potranno venire anche con le loro famiglie, fermarsi, allenarsi e ricevere supporto psicologico e cure fisiche.
Quanti ragazzi ci sono nella squadra di Pokrona?
Circa 50 ragazzi. Abbiamo formato due squadre: una in Serie A e una in Serie B. Le età dei giocatori va dai 18 ai 35 anni. E l’85% ha purtroppo subito una amputazione a causa della guerra.
Queste iniziative sportive dimostrano che nonostante la guerra, la vita è sempre possibile?
Sì, certamente: un futuro c’è. È importante non lasciarsi andare, ma credere in sé stessi, nelle proprie capacità, in ciò che si fa e anche nel valore della famiglia. Tutto questo aiuta a risollevarsi.
Lo vediamo concretamente: i ragazzi arrivano spesso segnati, tristi, provati, e con il tempo diventano persone completamente diverse, di nuovo piene di vita.

E lo sport che ruolo svolge in questo processo di rinascita?
Ha un ruolo fondamentale. Offre un punto di riferimento, qualcosa di concreto su cui contare. È uno spazio dove si può capire che non tutto è perduto. Molti di loro già amavano il calcio. Il fatto di poter continuare a praticarlo è fondamentale. Attraverso l’allenamento sviluppano non solo il fisico, ma anche la capacità di affrontare difficoltà profonde, spesso con ferite ancora molto recenti. È un percorso che passa anche attraverso il dolore, ma che può portare a risultati importanti.
Stanno per iniziare i campionati mondiali di calcio: che messaggio vorreste dare al mondo del calcio?
Credo sia importante che il calcio – e lo sport in generale – non si concentri solo sugli aspetti commerciali. Deve mantenere una dimensione educativa, capace di far crescere i giovani e trasmettere valori autentici. Non si tratta solo di guadagnare, ma prima di tutto di aiutare i ragazzi e i bambini a scoprire questi valori, a crescere come persone.
Lo sport dovrebbe riscoprire il suo ruolo come veicolo di principi importanti, anche in vista di un futuro di pace, che – ne siamo certi – arriverà.
Maria Chiara Biagioni (SIR)
Foto in evidenza: Leopoli, il campionato dell’AmpFootball (Foto Ugcc)



