«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Le parole di Gesù sembrano illuminare in modo particolare le vicende del Beato Miroslav Bulešić e del Beato Francesco Bonifacio, due sacerdoti che hanno vissuto e donato la propria vita nelle terre del nostro confine orientale.
Per questo il pellegrinaggio del prossimo 12 settembre, sui luoghi della loro testimonianza e del loro martirio, rappresenta un’occasione preziosa per riscoprire una pagina importante della storia della Chiesa e delle nostre comunità.
Miroslav Bulešić nasce in Istria nel 1920. È un sacerdote giovane, profondamente legato alla sua gente e innamorato della propria vocazione. Vive anni segnati da tensioni e violenze che attraversano il territorio.
Il 24 agosto 1947, nella canonica di Lanischie, al termine di una celebrazione delle Cresime, viene brutalmente assassinato. Poco prima aveva scritto una frase destinata a diventare il riassunto della sua vita: «La mia vendetta è il perdono».
Anche Francesco Bonifacio vive il proprio ministero nel medesimo clima di incertezza e paura. Nato a Pirano nel 1912, percorre instancabilmente le campagne del Buiese per raggiungere i fedeli affidati alle sue cure. È ricordato come un sacerdote mite, generoso e disponibile verso tutti.
Nel settembre del 1946 viene sequestrato e ucciso. Il suo corpo non sarà mai ritrovato, ma la sua memoria continua ancora oggi a vivere nel cuore delle comunità che ha servito.
Che cosa lega questi due Beati?
Anzitutto il territorio che li ha visti crescere e operare. Ma soprattutto una stessa fedeltà al Vangelo. Entrambi furono presi di mira non per ragioni personali, ma perché rappresentavano una presenza cristiana viva e credibile in un tempo in cui le ideologie pretendevano di dominare non solo la vita pubblica, ma anche le coscienze.
Non erano uomini di potere. Erano sacerdoti che celebravano i sacramenti, educavano i giovani, visitavano le famiglie e accompagnavano il popolo loro affidato. La loro libertà interiore e la loro coerenza evangelica apparivano intollerabili a chi voleva sostituire la fede con l’ideologia.
Per questo la loro testimonianza parla ancora al nostro presente.
Anche oggi viviamo in una società attraversata da contrapposizioni, incomprensioni e chiusure. Bulešić e Bonifacio ricordano che
il cristiano è chiamato a costruire ponti e non muri, a rispondere all’odio con il perdono e alla violenza con la forza mite del Vangelo.
Il loro messaggio può risultare particolarmente significativo per i più giovani. In un tempo nel quale il valore delle persone viene spesso misurato dal successo, dalla visibilità o dal consenso ottenuto, questi due sacerdoti indicano una strada diversa. Non hanno compiuto gesti spettacolari.
Hanno semplicemente vissuto con fedeltà la propria vocazione quotidiana, trasformando ogni giorno in un’occasione di servizio e di amore. La loro grandezza non consiste nell’aver cercato il martirio, ma nell’essere rimasti fedeli alla missione ricevuta anche nei momenti più difficili.
Il pellegrinaggio del 12 settembre non sarà dunque soltanto una visita a luoghi della memoria. Sarà un’occasione per mettersi in cammino sulle tracce di due testimoni che continuano a interrogare la nostra fede. Attraverso le loro storie potremo riscoprire le radici cristiane della nostra terra e comprendere come il seme gettato da questi sacerdoti continui ancora oggi a portare frutto.
Come il chicco di grano del Vangelo, la loro vita è stata affidata alla terra. E proprio per questo continua a parlare alle nostre comunità e alle nuove generazioni, indicando una via di speranza, di riconciliazione e di autentica libertà cristiana.
Erik Moratto

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