Evangelizzazione? Non sia mai separata dall’umano

A pochi giorni dal suo arrivo a Trieste, intervista a monsignor Christian Carlassare, missionario comboniano e Vescovo di Bentiu (Sud Sudan)

La sera di giovedì 1° ottobre la comunità diocesana di Trieste vivrà la Veglia Missionaria presso la chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, con inizio alle 20. In quell’occasione sarà ospite e porterà la propria testimonianza monsignor Christian Carlassare, missionario comboniano e Vescovo di Bentiu (Sud Sudan). Per conoscere qualcosa di più sulla sua vita e comprendere più a fondo alcuni aspetti della sua missione, nonché avere uno sguardo sulla realtà di quel Paese così martoriato dalla guerra, gli abbiamo rivolto alcune domande.

 

Monsignor Carlassare, ci racconta qualcosa di lei?

Sono un missionario comboniano vicentino, ordinato sacerdote nel 2004 e partito per il Sud Sudan. Ho iniziato nella pastorale di prima evangelizzazione tra i Nuer, una delle 64 etnie del Paese. In seguito sono stato in capitale, impegnato nella pastorale giovanile e nell’accompagnamento dei seminaristi. Nel 2020 sono stato chiamato a servire come vicario generale della diocesi di Malakal. Un anno dopo, papa Francesco mi ha nominato vescovo di Rumbek, una diocesi vacante da dieci anni. Nel 2024 ha eretto la diocesi di Bentiu, scorporandola da Malakal, e mi ha nominato suo primo vescovo.

 

La sua missione apostolica è iniziata con un momento di sofferenza. Che cosa ha imparato sulla missione da un’esperienza così radicale? E che cosa significa oggi, per lei, “dare la vita” per un popolo?

L’attentato è stato per me un’esperienza di morte e rinascita, quasi un battesimo. Ho capito cosa significhi fare causa comune con un popolo ferito da anni di conflitto, pregiudizi, ingiustizie e povertà.

Nel Vangelo Gesù parla del chicco di grano: quando cade nella terra, non decide come cadere. Possiamo scegliere di partire, di servire, di stare accanto a un popolo, ma non possiamo scegliere tutto ciò che incontreremo lungo la strada. A un certo punto la domanda non è più: “Che cosa farò nella mia vita?”, ma: “A chi appartiene la mia vita?”.

Con la consacrazione a Dio per la missione avevo già dato la mia vita, ma non immaginavo che potesse essere una consegna così radicale. La missione continua a ricordarmelo.

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Quando parliamo di missione pensiamo spesso a chi parte per l’Africa, mentre oggi anche le nostre Chiese sono terre di missione. Dopo tanti anni in Sud Sudan, che cosa pensa che un missionario possa testimoniare alla Chiesa italiana sul modo di essere Chiesa?

La missione non è fuori di noi: comincia nel cuore di ciascuno. Come amava ripetere papa Francesco: “Io sono missione. Tu sei missione”. La missione è prossima e, allo stesso tempo, non ha confini.

Non possiamo pensare di possedere il Vangelo senza condividerlo. E non dovremmo sorprenderci se sono i poveri e gli esclusi a insegnarci pagine di Vangelo dimenticate o mai considerate.

Oggi viviamo in un mondo sempre più interconnesso: l’economia, il degrado ambientale, il cambiamento climatico e le guerre raggiungono tutti. Anche i conflitti lontani hanno spesso radici che arrivano fino ai nostri Paesi, attraverso lo sfruttamento delle risorse. Come Chiesa siamo quindi chiamati a non evangelizzare soltanto un angolo di mondo, ma a superare le identità chiuse e riconoscere la nostra comune dignità umana.

 

Lei ha scelto come una delle parole chiave del suo episcopato “unire”: unire persone, clan, comunità, culture. In un mondo nel quale crescono polarizzazioni e contrapposizioni, che cosa può dirci una Chiesa nata e cresciuta dentro i conflitti?

Ho scelto come messaggio del mio ministero il brano della Lettera ai Galati 3,28 – “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” – per richiamare l’importanza di superare le divisioni antropologiche, identitarie e sociali, e vivere la fraternità per progredire insieme nel cammino della pace. Abbandonare questo cammino significa impoverire e, in qualche modo, tradire la nostra stessa umanità. Nonostante il grande progresso tecnologico, rimaniamo spesso analfabeti quando si tratta di vivere la fraternità e la condivisione.

Per questo la Chiesa è chiamata a essere un ponte che unisce, una famiglia che accoglie, una voce che evangelizza con la parola e con l’azione, promuovendo la riconciliazione con Dio, con se stessi, con il fratello e con il creato.

 

In una società occidentale nella quale spesso la Chiesa rischia di essere percepita soprattutto come un’istituzione che offre servizi, lei ha insistito sulla necessità che l’opera sociale non faccia perdere di vista l’annuncio di Cristo. Come si tengono insieme, concretamente, evangelizzazione e promozione umana?

È un grande rischio per la Chiesa in missione essere vista come un’agenzia che parla di Dio, ma la cui priorità sono le opere di promozione umana. Nella diocesi di Rumbek ho incontrato persone che non si definivano cristiane, ma beneficiarie della Chiesa. È un rischio anche per la Chiesa italiana, dove talvolta ci si dice cristiani più per cultura che per fede e si guarda alla Chiesa più per ciò che fa che per ciò che è: una comunità di fede e di speranza.

L’evangelizzazione non è soltanto predicazione, liturgia e sacramenti separati dalla promozione umana. La scuola, la cura della salute, la costruzione della pace e della giustizia, la cura dei poveri fanno parte della missione. L’evangelizzazione non può separarsi dall’umano: si concretizza in tutto ciò che umanizza.

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Se dovesse rivolgere una sola domanda a un cristiano italiano che pensa: “La missione riguarda altri, non me”, quale domanda gli farebbe? E che cosa gli direbbe per convincerlo che la missione comincia anche dalla porta di casa?

Gli chiederei: che cosa fai quando tuo fratello ti ferisce? Quando un povero bussa alla tua porta? Quando ciò che hai conquistato non ti dice più nulla, perché forse in una società dove vali in quanto consumi hai smesso di sentirti importante?

Lì comincia la tua missione: recuperare la tua umanità insieme agli altri.

 

Ci racconta qualche episodio, qualche aneddoto, una storia che più le è rimasta nel cuore?

Penso a Nyamuone, una donna poverissima. Il marito l’ha abbandonata e oggi vive grazie all’ospitalità di altre persone. Ogni mattina va nel bosco a raccogliere legna, che vende al mercato per procurarsi il necessario per vivere. A volte chiede anche l’elemosina. 

Un giorno venne da me in chiesa. Pensai che mi avrebbe chiesto qualcosa. Invece mi disse: “Mia figlia non sta bene. Puoi pregare perché guarisca?”. Aveva con sé due bambine. Una era sua figlia; l’altra era figlia di una donna etiopica arrivata al villaggio durante il conflitto. Le due donne, entrambe incinte, avevano partorito a pochi giorni di distanza. La donna etiopica morì poco dopo il parto e Nyamuone accolse la sua bambina come propria. Quando si accorse che la piccola non cresceva, la portò in ospedale. Le diagnosticarono la tubercolosi. Nyamuone, pur non avendo quasi nulla, era lì per curarla.

Quel giorno ho visto questa donna con occhi diversi. La sua fede si era fatta misericordia e la misericordia aveva superato ogni confine. Quella bambina era figlia di una straniera, ma per Nyamuone era semplicemente una vita da proteggere. In questo mondo nessuno dovrebbe essere straniero.

a cura di don Lorenzo Magarelli

Foto gentilmente concesse da monsignor Carlassare

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