Aria nuova e strade nuove: frutto di un lungo cammino

A margine delle iniziative realizzate in occasione dell’80° anniversario del martirio di don Francesco Bonifacio, una riflessione di Giuliana e Mario Ravalico

Dopo le tante iniziative realizzate (ma tante altre sono in divenire) per ricordare l’80° anniversario del martirio del beato don Francesco Bonifacio, viene spontaneo fare, non tanto un bilancio, quanto piuttosto alcune considerazioni sul significato di alcune scelte e di alcuni gesti compiuti. Sì, perché guardando alla nostra storia, alla storia di queste nostre terre e a quella delle nostre stesse Chiese, restiamo stupiti per quello che è avvenuto, specialmente negli ultimi tempi.

Il pellegrinaggio diocesano dello scorso 12 settembre, guidato dal Vescovo Enrico sui luoghi del beato don Francesco Bonifacio e, al pomeriggio, in quelli dove venne ucciso il beato don Miroslav Bulešić, come pure la celebrazione fatta a Pirano il 24 settembre scorso con la benedizione delle nuove vetrate del Battistero dedicate al Beato, sono state

esemplari occasioni nelle quali due Chiese sorelle che si sono incontrate, si sono riconosciute, si sono abbracciate e hanno pregato unite: vescovi, sacerdoti e popolo di Dio; italiani, croati e sloveni, assieme, perché la fede è unica, unisce, al di là e al di sopra di barriere linguistiche o di altro genere poste dagli uomini. 

Certo, solo qualche decennio fa tutto questo sarebbe stato impensabile, forse inimmaginabile, ma quanto avvenuto non è automatico né immediato: ha avuto bisogno di un lungo cammino.

Quasi quindici anni di ricerche, di sondaggi, di contatti individuali, prima di tutto, hanno prodotto tanti risultati sulla vicenda di don Bonifacio: oggi si sanno molte cose rispetto a diversi anni fa. Certo, manca un tassello importante di questa storia: non si conosce ancora il luogo in cui il suo corpo venne nascosto quell’11 settembre di ottant’anni fa. Può persino sembrare un paradosso. Eppure proprio questo fatto ha portato a cercare, ad incontrare persone, a parlare con molte di loro, a ricomporre con loro tante tessere nella ricerca della verità storica, vivendo esperienze uniche. 

Le tante collaborazioni con i sacerdoti dell’Istria, sloveni o croati che fossero, la loro sincera disponibilità per varie necessità (contatti, ricerche, apertura degli archivi parrocchiali), il sostegno logistico delle comunità degli italiani dell’Istria per i pellegrinaggi fatti in questi anni, l’ampia disponibilità delle diocesi di Parenzo e Pola e di Capodistria. Ma soprattutto il rapporto franco e collaborativo delle tante autorità incontrate. Tutti segni tangibili di tempi nuovi, di prospettive diverse e costruttive, i cui sviluppi sicuramente non sono ancora terminati. 

Dicevamo prima: tutto questo viene da lontano. E qui ricordiamo che agli inizi del 2000 la Caritas diocesana di Trieste muoveva i suoi primi passi verso le Caritas dei paesi vicini, quelli confinanti come le Caritas di Capodistria e di Fiume,  e verso quelle più lontane, della Serbia, della Bosnia. Di quelle Caritas, la Chiesa di Trieste si faceva prossima, gettava ponti, costruiva passo dopo passo progetti di fraternità e di prossimità, accolti e condivisi. Ed è bello ricordare che in uno dei tanti incontri con la Caritas di Capodistria, il vescovo di quella Chiesa, monsignor Metod Pirih, disse: “Voi delle Caritas avete avuto il coraggio di fare ciò che noi vescovi non abbiamo saputo fare”. Erano gli ultimi giorni di aprile 2004 e quel comune lavoro continuò per diversi anni. Poi questi rapporti si interruppero.

Dopo qualche anno, il seme gettato nella terra diede vita a nuove fioriture. La Chiesa di Trieste si aprì verso nuovi orizzonti: il vescovo  Enrico partecipò  a Capodistria alle celebrazioni per i 1500 anni dell’arrivo  del primo vescovo San Nazario. Poi, con un gruppo di sacerdoti andarono ad incontrare alcune Chiese dei Balcani, per conoscere la storia – anch’essa travagliata – di quelle Chiese , per capire meglio, per stringere amicizia, per pregare assieme. Perché per tutti 

l’obiettivo non è tanto la ricerca di una memoria condivisa, quanto piuttosto di una memoria riconciliata, che riconosca, cioè, le sofferenze e i reciproci torti fatti e subiti. 

Poi, all’inizio di quest’anno, un gesto forte compiuto dalla Chiesa di Trieste: quello della donazione alla Chiesa di Parenzo e Pola dei resti mortali del vescovo monsignor Juraij Dobrila, già vescovo di Trieste e Capodistria e prima ancora di Parenzo e Pola: un vescovo molto amato in Istria, per tutto ciò che egli ha rappresentato per le genti croate, in particolare rispetto al libro di preghiere in lingua croata.

E, tornando al pellegrinaggio legato all’anniversario del beato Francesco Bonifacio, quasi commuove il ripensare ai tanti piccoli ma significativi gesti compiuti dalle genti dell’Istria verso i pellegrini: l’organizzazione del cammino regolando il traffico lungo i sentieri, la messa a disposizione dei locali della comunità degli italiani per il pranzo e non solo, l’offerta dei dolci da parte delle signore del luogo, la preoccupazione di distribuire l’acqua all’arrivo dei pellegrini prima della celebrazione dell’Eucaristia e tante altre cose ancora. Per non parlare della squisita sensibilità del Vescovo, monsignor Ivan Štironja, per far sì che la ristrutturazione della Casa parrocchiale intitolata al beato don Francesco Bonifacio fosse benedetta in questa occasione.

Ecco, questi e tanti altri 

piccoli gesti – che, ripetuti nel tempo, diventano grandi – gesti di fraternità  umana, di comprensione reciproca, di vera amicizia tra le nostre Chiese stanno creando un nuovo clima, un nuovo modo per ritrovarsi ancora uniti, nella preghiera, prima di tutto, e nel riconoscersi tutti figli dell’unico Padre perché la fede ci unisce tutti. 

Certo, la strada è ancora lunga, ma è già tracciata. Sta a noi ora percorrerla con pazienza e con coraggio, nella consapevolezza che questa resta l’unica via per contribuire a creare una nuova società di pace, disarmata e disarmante, come ci insegna Papa Leone. 

Giuliana e Mario Ravalico

 

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