Un forestiero tra i forestieri: l’accoglienza che si fa incontro

Una riflessione al mese - a partire da "L'Idea del Mese" del Movimento dei Focolari - curata dalla Comunità del Movimento dei Focolari di Trieste

Ottobre 2026

«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20)

Le Parole della Scrittura sono alla base della vita cristiana. Parole che vanno messe in pratica nella realtà quotidiana, scoprendo così la felicità promessa dal Vangelo. In questa rubrica mensile, vogliamo proporvi brevi storie di come cristiani, ma anche non cristiani, hanno sperimentato tutto questo, con l’intento che possano aiutarci a fare altrettanto nella nostra vita personale e comunitaria.
Al termine potrete leggere il testo dal titolo “Idea del mese”, contenente il passo del Vangelo da approfondire e vivere in questo mese di Ottobre. È volutamente scritto in una forma adatta a tutte le culture ed è preparato da un’apposita commissione internazionale del Movimento dei Focolari.

Proponiamo un’altra breve storia che testimonia la vita che scaturisce dall’ascolto della Parola con l’intento che possa aiutarci a concretizzare il Vangelo nella nostra vita personale e comunitaria.

Annamaria opera come volontaria al dormitorio e ci scrive così:

Una mattina al dormitorio è arrivato Nadir, un giovane di origine orientale, che da alcuni mesi si era sistemato in città, con una tenda, in un rifugio molto precario. È gonfio in viso, parla e respira a fatica. Cerchiamo di capire cosa gli sia successo e ci racconta di essere scivolato e caduto. Ci guardiamo un attimo con gli altri presenti: suggerisco di farlo vedere da un medico e mi offro di accompagnarlo in ospedale. Al pronto soccorso l’addetta all’accoglienza gli rivolge qualche domanda in inglese. Mi viene l’idea di complimentarmi con l’infermiera per la conoscenza dell’inglese: lei si schermisce, ma sorride e si apre una breccia. Ora potrei anche andare via e lasciare Nadir: è nelle mani del Padre e nelle ottime mani dei medici e del personale. Al suo posto, però, sarei contenta che qualcuno aspettasse con me. Rimango, così, con una volontaria di un’associazione locale che, nel frattempo, mi ha raggiunta in ospedale. In attesa dell’intervento chirurgico di cui ha bisogno, viene trovata per lui ospitalità in una casa di accoglienza. Qualcuno va nella sua tenda per recuperare le poche cose, ma non è rimasto nulla, solo i documenti. Si mette in moto una catena di solidarietà e arrivano aiuti di vario genere. Un giorno, con la scusa di portare qualcosa, io e altri due volontari andiamo a trovarlo nella casa di accoglienza. Rivedo ancora la sua gioia:

aveva sistemato un tavolo per accoglierci come meglio poteva e, nonostante la sua difficoltà nel parlare a causa dei postumi del trauma, aveva raccontato di sé. Si era creato un clima di famiglia attorno a quel tavolo, con un viavai di persone.

Dopo l’intervento chirurgico sarebbe stata necessaria per lui una lunga convalescenza. Facciamo, quindi, qualche progetto per aiutarlo, ma Nadir mi comunica che vorrebbe andare dal fratello che vive e lavora in un’altra città. Questa sua intenzione mi preoccupa e glielo dico. Dopo qualche ora, però, mi comunica che è in viaggio: la sua decisione mi spiazza, ma la rispetto. Non so se tornerà, eppure sento che l’importante è che lui abbia sentito intorno l’amore di un Padre.

Dopo qualche giorno, Nadir rientra in città: noto la sua delusione e capisco che è sfumata la possibilità di un lavoro con il fratello, nel quale aveva riposto tanta fiducia. Passano diverse settimane di convalescenza con diversi controlli e un’attenzione particolare all’alimentazione. Sono varie le occasioni per incontrarlo e si approfondisce il rapporto fra noi: è un rapporto di amicizia e di condivisione dei suoi progetti. Sembra che le cose si stiano mettendo per il verso giusto, ma in realtà non è così: dopo qualche mese mi comunica che il suo permesso di soggiorno è scaduto. Ha perso il lavoro e anche l’alloggio. Lo ascolto, facendo mia la sua delusione e il suo sconforto.

Passato qualche giorno, mentre cerchiamo il modo per aiutarlo, arriva una telefonata, una di quelle che non avrei mai voluto ricevere: Nadir era morto per suicidio. È una realtà che faccio fatica ad accettare: sento un grande vuoto e una profonda tristezza e di fronte alla sua morte restano in me tante domande alle quali non so dare risposta. Capisco, però, quanto sia stato importante per me conoscere Nadir e aver fatto un pezzo di strada insieme a lui. Ci siamo incontrati e le nostre storie si sono intrecciate pur nella loro profonda diversità. Riconosco che, in poco tempo, è diventato per me uno di famiglia! Spero, insieme a tanti altri, di essere stata per lui un segno di speranza… non mi resta che affidare Nadir alla misericordia del Padre perché lo accolga tra le sue braccia e custodisca, come desidero fare io, i suoi sogni, i suoi progetti e anche il suo dolore e possa dare conforto ai suoi familiari.

Farsi compagni di strada di chi è nella solitudine e nella precarietà è una responsabilità cui tutte e tutti siamo chiamati: Nadir, con la sua vita, ce lo ha ricordato. E a noi resta il compito di non dimenticarlo, insieme a tutti gli altri che incontriamo e incontreremo.

Andrea Franco

a nome della Comunità del Movimento dei Focolari in Trieste

Foto in evidenza: Diocesi di Trieste

 

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