Inizierà domenica 18 gennaio la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Dietro alla serie di eventi che ogni anno in tutte le chiese del mondo vengono proposti dai gruppi locali, c’è la regia del Dicastero vaticano unitamente alla Commissione teologica internazionale “Faith and Order” che è espressione del Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC). Il movimento ecumenico infatti, ha in queste realtà dei punti di riferimento che fanno assaporare quel senso di unità, seppure ancora solo abbozzata, che soggiace ad ogni esperienza di fede cristiana. In un mondo tanto unito dai media quanto diviso in quella “terza guerra mondiale a pezzi” come diceva papa Francesco, in cui sembrano dominare le ostilità, gli interessi economici, i pregiudizi, le terribili disuguaglianze, i cristiani da oltre un secolo a questa parte (si data convenzionalmente al 1910 l’inizio del movimento ecumenico, con la “conferenza di Edimburgo”) tentano di proporsi come unico corpo di Cristo, e anelano a un‘unità che non sia uniformità alla propria esperienza, ma ricerca empatica di un incontro tra fratelli nel Signore Gesù che per questo ha pregato e ha consacrato sé stesso “perché tutti siano uno” (Gv 17,21).
Il tema del 2026 è proposto dalle Chiese cristiane dell’Armenia e prende le mosse dal testo di Paolo ai cristiani di Efeso (4,4) «Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati». Ha scritto recentemente papa Leone: «Condividiamo infatti la fede nell’unico e solo Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio Gesù Cristo e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo. Davvero quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide! Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace» (In unitate fidei, 2025). I cristiani, dopo secoli di inimicizie, divisioni e “confessionalismo”, impegnandosi oggi per l’unità visibile, testimoniano che è possibile riconciliarsi, perdonarsi, trovare vie possibili di pace a partire da un ideale comune e dalla convinzione che c’è un’unica pace possibile per chi condivide lo stesso pianeta: quella che non esclude nessuno.
La Chiesa “esiste per evangelizzare” (così S. Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi), e oggi questa convinzione è radicata nel Popolo di Dio, ma se il Vangelo non può che esser testimoniato “a due a due”, cioè insieme, è chiaro che, se non si coglie l’attuale compresenza di Chiese e confessioni cristiane diverse nelle stesse terre come occasione per un rinnovato slancio missionario, il rischio è condannare le nostre Chiese all’insignificanza. Viceversa, conoscere le altre tradizioni, come il culto delle Icone delle chiese orientali, o come l’approfondimento biblico e l’Evangelo della Grazia con le chiese evangeliche, e unire a esse la gioia dell’essere cattolici nel senso di anelare all’universalità e all’unità del Popolo di Dio, è un’opportunità da non perdere. Soprattutto si tratta di imparare a conoscere e pregare insieme con cristiani di altre tradizioni. Ogni Diocesi ha una Commissione per l’ecumenismo che propone, per la Settimana 18-25 gennaio, diversi appuntamenti: sia un tempo favorevole di apertura, conversione, fraternità per un’unità possibile. Con un obiettivo grande: la pace.
sac. Valerio Muschi
Delegato diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Diocesi di Trieste





