La fede? Un investimento diretto sulla salute

Nutrire la propria vita spirituale, anche per un medico, significa offrire una dimensione più completa nella cura delle persone

Daniele Peric, triestino, classe ’83, secondo di 4 figli, ha studiato Medicina a Trieste, e si è poi specializzato in Medicina d’Emergenza-Urgenza. Ha quindi prestato servizio per undici anni circa in vari Pronto Soccorso del Triveneto (da Lignano a Latisana, da Pordenone a Pieve di Cadore, da Monfalcone a Trieste). Ora lavora presso la Medicina Interna di Trieste e sta coltivando un interesse in Ecodoppler e malattie trombotiche. La sua vocazione medica risale ai tempi dell’infanzia, perché fin da piccolo voleva fare il medico: affascinato dalle materie scientifiche, dal corpo umano e dal suo funzionamento e gli piaceva l’idea di rendersi utile e risolvere i problemi ed i quesiti delle persone, in modo molto pratico. Nato in una famiglia cristiana, ha coltivato negli anni la Fede.

In occasione della Giornata Mondiale del Malato lo abbiamo intervistato.

 

Cosa significa per lei “prendersi cura” di una persona malata, oltre all’aspetto clinico?

Per me la cura coinvolge la persona a 360 gradi, per questo motivo ho scelto sempre discipline molto vaste e con dinamiche ospedaliere. I bisogni vanno dall’aspetto puramente clinico diagnostico terapeutico, alle necessità pratiche-assistenziali, all’aspetto psicologico e spirituale e alla sfera familiare; ovviamente nel setting dell’urgenza prevale innanzitutto la clinica rapida, nel cronico invece è poi più facile gestire e avere più tempo per gli altri aspetti. Ogni persona, poi, è unica, ha una storia a sé, un background familiare e bisogna curarla in modo personalizzato come un unicum.

Prendersi cura può voler dire anche una stretta di mano, un saluto da lontano, un sorriso, dare un buon consiglio, porgere un bicchier d’acqua, offrire una coperta o mandare un messaggio per chiedere come va, perdere del tempo per risolvere un problema, cambiare i tuoi piani della giornata.

 

In che modo il rapporto con i pazienti ha cambiato il suo modo di vedere la vita e la sofferenza?

Sicuramente sperimentare quotidianamente malattia, sofferenza e morte mi ha portato, nel tempo, a valorizzare la vita, a non sprecare il tempo, a ridimensionare e dare giusto peso alle mie difficoltà della quotidianità, agli ostacoli giornalieri, saper rinunciare a qualcosa. Apprezzo di più il valore degli affetti e meno degli oggetti.

 

C’è un incontro con un paziente che l’ha segnata particolarmente e che porta ancora con sé?

Di pazienti ne ho visti tanti e tutti diversi e perciò ho molti ricordi.

Posso raccontare un aneddoto: un giorno vado alla macchinetta del caffè e una signora mi arriva davanti e mi dice: “Lei non si ricorderà, ma quella notte mi ha salvato la vita…mi ha diagnosticato un’ embolia polmonare”. Sicuramente fa molto piacere quando incidi sulla vita di una persona. A ciò si alternano fatti tristi come una morte bianca o di un giovane adulto per trauma, ineluttabili, che mi hanno posto degli interrogativi sulla fragilità ed effimerità della nostra esistenza.

In ultimo, ricordo un amico affetto da grave neoplasia che ho seguito negli ultimi anni della sua vita, tra telefonate e visite. Mi è stato detto poi: eri il suo riferimento come clinico e come confidente. Ecco l’importanza della sola presenza o di un colpo di telefono o di un suggerimento, a cui magari sul momento non pensi.

 

Quanto conta l’ascolto nella relazione medico-paziente, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità?

Moltissimo. Le persone hanno un assoluto bisogno di parlare, innanzitutto, e di mettere sul tavolo tutti i loro problemi e necessità, i loro desideri e le loro paure,  ciò a cui non possono rinunciare e i loro paletti. Aborrono la fretta e la superficialità di chi li cura.

Avere, da parte mia, una propria cura spirituale migliora, poi, la capacità di assistere. È facile, altrimenti, mettere barriere.

 

Qual è secondo lei il bisogno più grande dei malati oggi, oltre alle cure mediche?

L’essere ascoltati, compresi e valorizzati. Chiedono il tempo e l’attenzione. Vogliono essere rincuorati. Non sentirsi soli. Hanno bisogno di qualcosa o qualcuno in cui credere, che li faccia iniziare la giornata. Per alcuni questo è dato dalla Fede; per altri può essere un nipotino o un amico o il caregiver.

 

La sofferenza pone spesso domande profonde: come la vede emergere nei suoi pazienti?

Spesso, molti, e tra i più anziani, mi chiedono di morire e di finirla con la sofferenza. Dicono che non serve raggiungere l’età anziana senza autonomia e qualità. Molti discorsi sono centrati sul fatto che il paziente in esame non meritava tali sofferenze e diagnosi: qui, il giudizio e la comprensione al solo livello umano si sospendono.

 

La fede (personale o dei pazienti) ha un ruolo nel percorso di cura? In che modo?

Alcuni pazienti, invece, nonostante tutto, sono più sereni, chi per caratteristiche individuali di resilienza, chi per fede. E così i parenti. Al giorno d’oggi molti anziani sono soli e abbandonati. Le comunità religiose offrono reti di sostegno e riducono il senso di solitudine. Pregano l’uno per l’altro, specie nelle difficoltà.

Per quanto mi riguarda, la fede è una risorsa psicologica e spirituale, con la quale posso offrire conforto, pace e speranza. Sono passato negli anni con la fede a una diversa prospettiva: dal vedere il mio lavoro come semplice lavoro di diagnosi e terapia, alla cura degli altri intesa come alzarsi al mattino e mettersi al servizio con le proprie conoscenze ed il proprio tempo. Dal vedere lo studio non più come un esame da passare, ma come una conoscenza da utilizzare. Questa, però, è una sfida talvolta contro la pigrizia e la stanchezza che vanno combattute. La fede, invece, va alimentata.

 

Che cosa può imparare la medicina dal mondo della spiritualità e viceversa?

Tante volte corriamo frenetici a fare diagnosi e terapie e non diamo spazio ad altro.

La malattia spesso non è solo fisica, ma tocca paure , significati esistenziali e disequilibri emotivi. La Medicina può imparare a non limitarsi ad esami e farmaci, ma considerare l’intera esperienza del paziente. Viceversa la Medicina insegna che la spiritualità non è solo “nella testa”, ma influenza aspetti fisici reali (interazione tra psiche e sistema nervoso, endocrino e immunitario), ed è un investimento diretto sulla salute.

A cura della redazione

 

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