Il coraggio di cambiare l’educazione scientifica

Dal metodo ISLE, elaborato da Eugenia Etkina, una didattica delle materie scientifiche che offre una maggiore inclusione delle donne nelle discipline STEM

Vi siete mai chiesti come mai così poche ragazze scelgono la carriera nelle discipline STEM? Una risposta fugace, forse basata su una lettura superficiale della realtà, direbbe che la professione scientifica è strutturalmente maschile: dedizione piena e totale per la scienza, per i suoi tempi, per i suoi processi “publish or perish” (o pubblichi o muori). Una lettura invece più attenta potrebbe suggerire qualcosa di più, una struttura culturale radicata nella costruzione delle professionalità basate sulla scienza che favorisce l’assunzione del maschile piuttosto che del femminile, privilegia alcuni schemi per sintassi ripetitiva piuttosto che per ragionata visione di integrazione. Politiche di pari opportunità e di equità di genere sicuramente stanno orientando il sentire comune verso una revisione di schemi e stereotipi culturali, ma…è sufficiente? È sufficiente ascoltare la storia di chi ce la fa a percorrere eroicamente la via, come se fosse un “esemplare straordinario della specie umana”? L’essere donna e l’essere scienziata non è un atto di eroismo e non può ridursi a essere trattato come tale. È nell’ordinarietà dei processi di costruzione delle carriere che dobbiamo guardare con attenzione e cercare lì, di avere una possibile, plausibile risposta alla domanda che ci siamo posti. 

Iniziamo quindi a cercare dei campanelli d’allarme nel sistema di istruzione, nei processi che costruiscono il senso di appartenenza alla comunità scientifica, nel perché “mi sento in grado di pensare scientificamente”. Per rispondere a queste domande abbiamo chiesto un parere a Eugenia Etkina, professoressa emerita presso la Rutgers University del New Jersey, fisica di formazione, insignita nel 2015 della medaglia Millikan, uno dei più prestigiosi premi dell’American Association of Physics Teachers (AAPT) per l’insegnamento della fisica. Rileggendo la sua storia, comprendiamo come lei stessa abbia cercato di rispondere a queste domande nella sua vita di ricercatrice. 

Eugenia è cresciuta nell’Unione Sovietica, in una famiglia dove la scienza era di casa: il padre era un fisico, la madre una matematica come pure la sorella. Così dopo la laurea in didattica della fisica e la decisione di lasciare una possibile carriera come ballerina – su insistenza della madre che le diceva sempre “devi guadagnare i tuoi soldi usando la testa e non le gambe” – inizia ad insegnare fisica e astronomia in una scuola superiore, corrispondente al nostro liceo.

Siamo nel 1982. La fisica viene insegnata per il 75% da donne, perché viene ritenuto un lavoro mal pagato. Il sistema di istruzione sovietico non differisce molto, da quello italiano (odierno!): didattica trasmissiva, l’insegnante spiega, assegna un esercizio, chiama alla lavagna, poi fa una domanda su tutto quello che si deve sapere e, l’assenza di risposta implica la denigrazione pubblica. Un sistema così umilia e genera paura. Eugenia non vuole fare così. In tutta la sua vita da insegnante non ha mai chiamato qualcuno alla lavagna a subire una tale tortura emotiva e cognitiva. Eppure, il sistema, ancora oggi, purtroppo, funziona così. È questo il nostro primo campanello d’allarme. 

Nel 1995, Eugenia arriva negli Stati Uniti, inizia a lavorare alla Rutgers University, insegnando fisica agli “studenti a rischio” e nel frattempo consegue il suo dottorato di ricerca in Russia sull’insegnamento della fisica per gli studenti “gifted”, plusdotati. Il suo lavoro è rivoluzionario, ma ha bisogno di confrontarsi e raccontare le sue idee a chi da anni si occupa di ricerca in didattica della fisica. Inoltre, si trova davanti una situazione diversa da quella che ha lasciato:

l’insegnamento della fisica è prevalentemente maschile, c’è una percezione culturale diversa rispetto al suo ruolo nella società. Così, in punta dei piedi, studia e cerca di mettere in pratica i modelli didattici che respira in questo nuovo contesto. La ricerca soprattutto proponeva l’adozione dell’approccio denominato POE, Predict-Observe-Explain, ancora oggi diffusamente utilizzato nella pratica didattica.

Eugenia prova ad utilizzarlo, nei suoi corsi universitari per la formazione dei docenti.

Ma quando percepisce che questo approccio suscita la costruzione di barriere cognitivo-emotive invece di facilitare l’apprendimento, le risuona un altro campanello d’allarme: non possiamo mettere gli studenti davanti a richieste che invece di farli sentire capaci, li fa sentire incapaci, perché “non dicono la previsione (predict) che l’insegnante vuole che venga detta davanti al fenomeno in osservazione”. 

Questa barriera per l’apprendimento è presente sia nelle ragazze che nei ragazzi, ma l’effetto al femminile è molto più dirompente (in termini di rottura con il proprio senso di adeguatezza e di auto-efficacia) ed è molto più interiorizzato (in termini di auto-stima). L’approccio didattico all’insegnamento della fisica che voleva proporre non poteva e non doveva mai mettere tutti gli studenti nella condizione di sentirsi inadeguati a rispondere. 

A questo si aggiunse un altro campanello d’allarme:

le ragazze sono invisibili agli occhi degli insegnanti. Prendete una classe quarta primaria: la maestra fa una domanda, alcune mani alzate, la maestra chiama solo i bambini. Succede, purtroppo, molto spesso. E così è accaduto anche sotto gli occhi di Eugenia, lavorando con gli insegnanti della scuola primaria. La maestra non chiamava mai le bambine. Solo i bambini. E non si era nemmeno accorta di fare, sempre, così: le veniva automatico e così facendo minava quel po’ di fiducia che le bambine avevano in loro stesse. 

Questi tre campanelli d’allarme – l’umiliazione in classe, la costruzione di barriere cognitivo-emotive e l’invisibilità – hanno guidato Eugenia a investire tutta la sua vita alla costruzione e alla diffusione di un approccio didattico per l’insegnamento della Fisica denominato Investigative Science Learning Environment (ISLE). Da trent’anni, l’ISLE rivoluziona il modo di stare in classe, di insegnare e apprendere la fisica, superando gli ostacoli che la didattica tradizionale purtroppo ancora oggi costruisce.

Le storie delle ragazze che hanno sperimentato l’ISLE parlano di integrazione, senso di appartenenza, creatività, fiducia nelle proprie capacità. Questo non è un caso, sta accadendo in tutto il mondo, in tutte le classi dove docenti, ispirati dal lavoro di Eugenia  – di suo marito, il fisico sloveno Gorazd Planinšič e di tantissimi altri ricercatori – e di fisici esperti formati all’ISLE, provano a costruire una nuova scuola.

A questa nuova scuola dobbiamo credere: quando suona un campanello – lo sentite? – quello che ci sta dicendo è che è ora di cambiare. 

Valentina Bologna

professoressa a contratto presso l’Università degli Studi di Trieste

phD in Fisica

 

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