Avvicinarsi alla storia della Salvezza attraverso la pittura e l’arte in generale ha un sapore antico. Già le prime chiese rupestri, delle quali in varie parti d’Italia resta un’ampia testimonianza, erano, di fatto, veri e propri “libri” di catechesi che narravano – e continuano a narrare ancora oggi – episodi biblici, pagine del Vangelo, vita degli Apostoli e dei Santi che nei secoli hanno testimoniato con la vita la fede in Cristo e dai quali, anche chi non era istruito è stato toccato. La Quaresima è anche un tempo in cui provare a ricavare degli spazi franchi da impegni e attività per sostare in contemplazione del Mistero Pasquale. Due insegnanti di storia dell’arte ci aiuteranno in questo percorso alla scoperta dei tesori dell’arte che tanto hanno da comunicare alla nostra vita di cristiani in cammino.

La guarigione del cieco nato
Domenico Theotokòpulos detto “El Greco” è l’autore di un olio su tela che si conserva alla Galleria Nazionale di Parma e porta come titolo “Cristo guarisce il cieco”. Gli storici dell’arte collocano la datazione di quest’opera tra il 1570 e il 1575, nel periodo in cui il pittore, dopo uno spostamento da Venezia a Roma, passava nuovamente per la città lagunare prima del suo ritorno in Spagna; alcuni azzardano per la nascita del quadro una data più precisa nel 1573, quando il maestro aveva trentadue anni.
Bisogna ricordare che il nostro artista era nato nell’isola di Creta, allora dominio veneziano, e si era formato alla scuola bizantina, divenendo prima di tutto iconografo (pittore di icone sacre), e che le sue opere giovanili si inseriscono perfettamente in quella tradizione.
La stilizzazione bizantina era destinata a sciogliersi alla luce del colorismo veneziano, delle forme rinascimentali plastiche e ormai libere dal contorno che caratterizzavano la pittura di Tiziano, di cui El Greco divenne discepolo prima del 1570.
Infatti, osservando questa tela, notiamo l’ambientazione architettonica prospettica e teatrale, nella quale un pavimento quadrettato conduce l’occhio in profondità verso una serie di arcate in rovina, affiancate a destra da un cielo denso di nuvole e a sinistra da una serie di edifici classici. Gruppetti di figure appena abbozzate riempiono lo spazio di questa lontananza.
In primo piano, appena un po’ a lato del centro geometrico della tela, Gesù sembra avanzare verso di noi e curvarsi con movimento elegante sulla condizione drammatica del cieco, mettendo con decisione le sue dita e il fango che racchiudono sugli occhi dello stesso.
È un momento colto come in un’istantanea dal pittore, è il momento decisivo del miracolo compiuto da Cristo, che in seguito il giovane nato cieco descriverà così: “Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo”(Gv 9,15).
Con quelle semplici parole l’uomo risponderà alle obiezioni e agli interrogatori dei farisei, increduli davanti alla realtà e decisi solo a cogliere in fallo il Cristo, adducendo anche l’infrazione della regola del sabato .
El Greco descrive con grande energia e vigore il subbuglio creatosi di fronte a questo miracolo e lo rende attraverso i due gruppi di figure che affiancano i protagonisti: figure agitate, in movimento, che indicano il gesto di Gesù con tono sorpreso e stupito ma al contempo sdegnato e quasi accusatorio. In entrambi i gruppi vediamo una figura di spalle, che fa da perfetto contrappunto a quella frontale di Gesù, secondo una composizione molto usata dagli autori del Rinascimento tardo e del Manierismo come Tintoretto; proprio a Tintoretto, nel 1600, era stata erroneamente attribuita questa tela. Durante le sue permanenze italiane il nostro pittore si era ispirato senza dubbio a Jacopo Robusti, ma anche a Paolo Veronese e a Jacopo Bassano.
Tra i personaggi che animano la scena, quasi fermati o rallentati dalle figure di schiena, sembra che El Greco abbia ritratto due membri della famiglia Farnese (per la quale l’opera fu realizzata): probabilmente si tratta del principe Alessandro e del cardinal Ranuccio. L’opera che abbiamo guardato non rappresenta ancora lo stile compiuto e deformante, quasi espressionistico dell’ultimo El Greco, ma grazie alla teatralità dinamica che abbiamo provato a descrivere riesce a farci entrare in quello spazio
dove vediamo Cristo incontrarci nelle nostre miserie e , fra le critiche e lo stupore di molti e di noi medesimi, guarire il nostro sguardo e darci una luce nuova sulla realtà.
Marina Gobbato
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