In un tempo in cui assistiamo tristemente a una riabilitazione della guerra, sempre più spesso considerata strumento legittimo e necessario, o inevitabile realtà umana e storica, parlare di pace appare quanto mai urgente e attuale. La Cattedra di San Giusto, dedicata quest’anno proprio a tale tema, si è conclusa mercoledì scorso con l’intervento del professor Adriano Roccucci, docente di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre ed ex Responsabile per l’Italia della Comunità di Sant’Egidio.
La guerra, ha affermato Roccucci, sta entrando in maniera graduale ma sempre più pervasiva nei modi di pensare, nei gusti, nelle mode e nel linguaggio odierno. Essa porta con sé una semplificazione del pensiero da complesso a binario e polarizzato ed una sua militarizzazione per cui tutto è buono o cattivo, amico o nemico. Questo tempo di guerra si presenta come una grande sfida etica, civile, politica, culturale e spirituale.
Come cristiani non possiamo rimanere indifferenti, abituarci e ritenere il conflitto armato inevitabile: serve coltivare un’inquietudine feconda di pensieri e visioni, una tensione spirituale di ribellione alla guerra, che trova espressione innanzitutto nella preghiera per la pace.
Il professore ha invitato i presenti a “guardare la guerra negli occhi”, cioè a considerare il punto di vista degli inermi, vittime della violenza bellica. Questo metodo fondamentale è stato indicato anche da Papa Francesco nella Fratelli Tutti: “Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come ‘danni collaterali’. Domandiamo alle vittime”. In questo senso Roccucci, già Coordinatore degli aiuti umanitari per l’Ucraina della Comunità di Sant’Egidio, ha maturato una profonda esperienza diretta del conflitto russo-ucraino, che ha condiviso con l’assemblea attraverso il racconto dei suoi incontri con numerose vittime.
Nel contesto di uno scontro bellico, è stato ricordato,
l’impegno umanitario è essenziale, non solo per salvare le vite in pericolo ma anche per salvaguardare l’humanum, messo in discussione dalla guerra che disumanizza tutti coloro che vi partecipano. La solidarietà umanitaria è, infatti, un inizio di guarigione dalle ferite del conflitto, un percorso che può liberare dalla spirale dell’odio, così pervasiva in tempo di guerra.
A questo proposito sono state riportate le toccanti parole di una donna sfollata dal Donbass partecipe delle iniziative di solidarietà di Sant’Egidio: “L’odio e la voglia di vendetta si prende a poco a poco la parte migliore di noi, tutto quello che siamo. […] È come un tarlo, da fuori sembri la stessa persona ma sei succhiata dentro. […]
Per questo provo a pensare che nessuno è mio nemico. Che il mio nemico è l’odio. Si può odiare l’odio? Si deve odiare l’odio. […] Il mio nemico non sono le persone è la guerra”.
Roccucci ha sottolineato, infine, l’importanza di “osare la pace”:
proprio mentre si fa la guerra bisogna negoziare, costruire ambiti di disponibilità all’ascolto, investire nel dialogo e nella diplomazia e trattare anche con chi fa la guerra. Non possiamo rassegnarci alla guerra e alla violenza.
Come ha affermato Papa Leone nell’Incontro di Preghiera per la Pace nello Spirito di Assisi: “Il mondo ha sete di pace: ha bisogno di una vera e solida epoca di riconciliazione, che ponga fine alla prevaricazione… Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli! […]
Non possiamo accettare… che ci si abitui alla guerra come compagna abituale della storia umana. Basta! È il grido dei poveri e il grido della terra. Basta!”.
Benedetto Modugno
Foto: Luca Tedeschi
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