Nella famiglia per vivere nella felicità occorre fare spazio a Gesù

Intervista a don Salvatore Di Martino, nuovo parroco della parrocchia San Giovanni Bosco a Trieste.
Domenica scorsa, 10 maggio, don Salvatore Di Martino, con l’ingresso e la presentazione del Vescovo, ha assunto ufficialmente l’incarico di parroco della parrocchia San Giovanni Bosco a Trieste, subentrando a don Germano Colombo. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa sulla sua vita e su come sta vivendo questo nuovo incarico in diocesi.

Don Salvatore, ci racconta qualcosa di lei e della strada che il Signore l’ha portata a percorrere fino ad oggi?

Tante esperienze con e senza Dio…. Ho risposto al Signore dopo aver combattuto duramente con Lui, perché i miei desideri erano altri e non coincidevano con la sua volontà. Posso affermare, rivedendo la mia vita, che tutte le esperienze vissute sia positive che negative sono stati dei passaggi obbligati per raggiungere la consapevolezza nel rispondere di sì al progetto di salvezza che Dio Padre misericordioso ha riservato per me. Lo ringrazio per essere stato con me molto paziente, clemente e misericordioso.

Tornare a Trieste ha sicuramente un sapore speciale: quali sentimenti porta nel cuore?

Tornare è sempre un ricominciare… I tempi cambiano, la vita segna col suo divenire i cuori delle persone rendendole sempre nuove. Volti conosciuti e volti nuovi si incrociano in questa realtà di cui ho già fatto parte e ti chiedono di superare le tue certezze e le tue paure. Rifugiarsi nel passato non credo aiuti a vivere bene il presente; ciò che importa è un compromesso tra il passato e il presente per aprirsi al futuro. Il passato rappresenta una pedana di lancio per comprendere il presente, carico di novità, e aprirsi con coraggio al futuro.

Ha vissuto con emozione il suo ingresso come parroco? C’è un momento di quella giornata che custodirà in modo particolare?

L’emozione è sempre al centro ed è come se fosse sempre la prima volta, anche se ho rivestito il ruolo di parroco in varie occasioni della mia vita: in Germania, a Magonza, per 4 anni, a Pordenone per 9 anni, a Gorizia per 4 anni come co-parroco dell’Unità Pastorale “San Giovanni Bosco” con sei parrocchie. 

Di questa giornata porto con me il caloroso abbraccio dei miei confratelli da cui mi sento protetto e della comunità parrocchiale. Porto con me l’augurio del Vescovo di lasciarsi illuminare dalla presenza dello Spirito per essere pastori secondo il cuore di Gesù senza rinnegare il proprio carisma, per comprendere, discernere e agire. 

Ho affidato al Signore la comunità salesiana perché la fraternità intessuta dalla presenza di Gesù sia il centro del nostro vivere e delle nostre relazioni. 

Ho affidato al Signore la nostra comunità parrocchiale, perché ci aiuti a camminare assieme per cogliere le sfide e i bisogni del popolo di Dio che ci è stato affidato, nel dialogo, nel rispetto reciproco e nella fraternità scaturita dalla presenza dello Spirito elargitore di beni e di luce.

Come sta don Germano? E cosa sente di voler raccogliere del cammino che lui ha lasciato in questa comunità?

Don Germano prosegue le terapie che sembrano dare buoni frutti, la sua fede e il suo ottimismo e la sua voglia di vivere sono di grande aiuto, il suo sorriso è sempre contagioso. Il seme sparso nella realtà e nel cuore delle persone da don Germano possa germogliare e diventare un albero di cui tutti possiamo beneficiarne. Il bene seminato lo scoprirò col tempo nel cuore dei collaboratori con cui don Germano ha condiviso la sua permanenza qui a Trieste. 

Da salesiano, quale pensa sia oggi il dono più importante che una comunità possa offrire ai giovani? 

I giovani hanno un grande desiderio di valori veri, umani e cristiani, è una constatazione che nasce dall’ascolto personale e dalle esperienze comunitarie vissute insieme. Il loro è un cuore che pulsa di emozioni, bisognoso di relazioni vere, autentiche. Anche quando sembrano distanti, volubili o disorientati, in realtà cercano autenticità e verità. I bisogni che emergono sono profondi: bisogno di essere ascoltati, di essere presi sul serio, di non essere considerati un problema da affrontare ma una risorsa da valorizzare e a cui dar fiducia.  

Don Bosco diceva che bisogna cogliere nei giovani il germe di bene che Dio ha seminato in loro per poterli amare. La risposta per noi salesiani e per la comunità parrocchiale non è complicata ma esigente: presenza, ascolto, quotidianità.

Don Bosco parlava di “stare in mezzo ai giovani”: condividere, accompagnare, camminare insieme nel sentiero della vita, e a noi adulti (preti, educatori, genitori, catechisti) chiederebbe di essere più credibili, più coerenti, più umili perché “l’educazione è cosa di cuore e le chiavi del cuore le possiede solo Dio”. 

C’è un invito o una parola che desidera rivolgere alle famiglie, ai ragazzi e a chi magari si sente un po’ lontano dalla Chiesa?

Nella famiglia per vivere nella felicità occorre fare spazio a Gesù, il solo che ci permette di dilatare il cuore e guardare oltre l’apparenza, per poter dire all’altro la tua gioia è la mia gioia, il tuo dolore il mio dolore.  

Per Papa Francesco vivere nella felicità vuol dire dirsi l’un l’altro prego, scusa, grazie:

Prego… tu sei più importante di me.

Scusa… perdonami per i miei errori.

Grazie… per tutte le attenzioni che hai per me. 

Ai ragazzi, ai giovani auguro il desiderio che portava don Bosco nel cuore: “camminare con i piedi per terra e col cuore abitare il cielo”. Don Bosco direbbe loro di non accontentarsi del minimo, a non ridurre la vita a consumo e superficialità. Li inviterebbe a coltivare amicizie vere, a non isolarsi, a credere che dentro di loro c’è un desiderio grande che vale la pena ascoltare. Mi auguro che i giovani possano trovare nella nostra opera una grande famiglia capace di ascoltarli e di volergli bene senza pregiudizi, senza precomprensioni accettandoli per quello che sono, evitando di considerarli un problema da affrontare ma una risorsa da valorizzare a cui dare fiducia.

Se dovesse descrivere con una parola il suo ritorno a Trieste, quale sceglierebbe? Perché?

Più che una parola evoco un’immagine… quella del “pentagramma con le note musicali”, per poter gustare melodie antiche, attuali e poterne creare di nuove.

A cura della Redazione

Foto in Evidenza: messaggeroveneto.it

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