Segue dalla 1a parte
Il Vangelo e la fragilità sociale. Dove vede che il Vangelo può diventare una forza di cura nelle fragilità sociali che attraversiamo?
Nella comunità eucaristica cristiana, afferma l’apostolo Paolo, “non vi è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,28). E questo lo fa fondandosi sulla pratica di umanità coraggiosa, libera e aperta di Gesù che, in un contesto in cui lo straniero era spesso identificato con un nemico o un idolatra, ha incontrato stranieri e riconosciuto che la loro fede era ben più grande di quella di tanti figli d’Israele (Mt 8,10; 15,28; Lc 17,18-19); che, all’interno di una società rigidamente patriarcale, ha incontrato donne samaritane e cananee osando fermarsi con loro, incontrarle e dialogare con loro (Mt 15,21-28; Gv 4), ha incontrato peccatori, prostitute, persone segnate da stigma come i pubblicani e ha condiviso la tavola e la fraternità con loro (Mc 2,13-17; Lc 7,36-50; 15,3), ha incontrato lebbrosi, ovvero persone emarginate e stigmatizzate come peccatrici, se ne è preso cura contraendo impurità rituale, ma annunciando anche a loro la vicinanza amorosa di Dio (Mt 8,1-4; Mc 1,40-45; Lc 5,12-16).
Gesù supera confini e abbatte tabù sul piano sociale e culturale e questo non per ribellismo o piacere di trasgressione, ma perché l’orizzonte che muove il suo pensare e il suo agire – l’orizzonte del regno di Dio – va ben oltre gli orizzonti istituiti dalle culture, dalle tradizioni e dalle credenze umane. In nome della conoscenza del cuore di Dio, del suo volere, Gesù istituisce un orizzonte di respiro universale per orientare l’agire umano e per dilatare il cuore dell’uomo e renderlo sensibile alle ferite (discriminazioni, emarginazioni, respingimenti) che le società infliggono agli umani.
Pensiamo a come in tanti ambienti ecclesiali così come in tante fette di società vi sia ancora un atteggiamento di ostilità e rigetto verso gli immigrati, di sospetto, superiorità, giudizio e discriminazione verso le donne, di diffidenze e timori verso categorie di persone come chi è segnato da disabilità, ecc. L’umanità sovversiva di Gesù narrata dai vangeli è potente stimolo che sollecita la traduzione nell’oggi dell’attenzione e della cura che Gesù ha accordato a poveri ed emarginati.
La speranza credibile. Che cosa rende credibile la speranza cristiana in un tempo che teme il futuro?
La speranza cristiana, nata attorno a una tomba è chiamata a toccare il tragico dell’esistenza umana attestando che questo tragico non ha il potere di interrompere il cammino della vita.
La speranza credibile, che non ha nulla In comune con il banale ottimismo, tocca il tragico della vita. La speranza poi impegna il credente: è una sua responsabilità.
La prima lettera di Pietro esorta a essere “sempre pronti a rispondere a chiunque vi chieda conto della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Questa risposta è la responsabilità. Responsabilità del cristiano nei confronti di ogni uomo: si tratta di una diaconia che solo i cristiani, che confessano la resurrezione, possono (e devono) dare al mondo. L’autentica speranza cristiana chiede di declinare la vita cristiana come prassi di resurrezione. Come si può fare della resurrezione una prassi quotidiana? Declinandola nell’oggi come agire alternativo all’agire mondano costruendo un noi alternativo ai disvalori mondani: perdono vs rancore, giustizia vs vendetta, dolcezza vs crudeltà, bontà vs cattiveria, inclusione vs discriminazione, ecc. Le comunità cristiane come “comunità alternative”, come il Cardinale Martini le chiamò nella lettera pastorale Ripartiamo da Dio del 1995. Dove la comunità cristiana si fa ricettacolo accogliente e promotore di istanze di alternatività rispetto alla mondanità accordando il primato a valori disattesi nel mondo: il servizio, l’inclusività, l’accoglienza, il perdono, il riconoscimento, la condivisione, il primato accordato ai piccoli.
Prassi di resurrezione è il passare dall’io al noi nei nostri tempi di esasperato individualismo. Ed equivale a costruire comunità: questo è il grande segno di speranza che i credenti possono dare agli uomini e alle donne del nostro tempo.
In un momento di sfaldamento dei legami sociali, di perdita di rilevanza delle appartenenze, il grande segno di un mondo altro, redento, lo si trova proprio nella comunità, nell’essere insieme gratuitamente, in quella comunità in cui le differenze di genere e etnia, di censo e status sociale sono superate in Cristo perché tutti ci si sottomette alla legge del portare e servire l’altro, il piccolo, che è un fratello, una sorella in Cristo. Vivere nel concreto di una piccola realtà comunitaria ciò che si spera proprio del Regno dei cieli: la fraternità e sororità universali. Utopia? Chiediamoci: che cos’è un’utopia? “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare” (Eduardo Galeano). E la speranza agisce nell’oggi aiutandoci a camminare verso il Regno, grazie anche a quelle eu-topie che sono appunto le realizzazioni concrete, del sogno del Regno in cui si dà forma e realizzazione concreta a quel bene che è il significato del prefisso greco eu-. Si tratta di segni piccoli? Che sembra non incidano sulle sorti della storia? Non ci si dimentichi che la logica del Regno è quella del granello di senapa che è il più piccolo di tutti i semi, ma diventa un albero così grande che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido tra i suoi rami.
La comunità come luogo di guarigione. Che cosa impara dalla vita comunitaria che potrebbe aiutare le comunità cristiane ferite o divise?
La comunità può essere luogo di guarigione ma anche luogo che ammala. E in essa si verifica uno scambio continuo tra individuo e corpo comunitario per cui il comportamento di ogni singolo membro ha ripercussioni sull’insieme e viceversa: il clima comunitario influisce sul singolo. La vita comunitaria fa emergere con spietata efficacia le negatività di ciascuno e mette il singolo faccia a faccia con le proprie zone di ombra.
In questo essa svolge un utile servizio al singolo che dal riconoscimento delle proprie ferite e mancanze può iniziare il processo di guarigione, o almeno di addomesticamento del proprio caos interiore per non farsene dominare. Riconoscere la propria divisione profonda è essenziale non tanto per giungere a un’unificazione che normalmente è chimerica, ma per quella conoscenza autentica e accettazione di sé che genera umiltà e che non proietta sugli altri le cause del proprio male interiore. Questo infatti sarebbe operare divisione nella comunità incrinando le relazioni. E la qualità di una comunità dipende dalla qualità della comunicazione e delle relazioni. L’esperienza insegna che l’unità della comunità la si costruisce o la si incrina quotidianamente. In una comunità divisa o ferita il più delle volte occorre armarsi di infinita pazienza, agire con dolcezza, rispettare i tempi di ognuno, fare un grande lavoro di ascolto di tutti e di ciascuno, cercando di ricreare un clima di fiducia.
La guarigione comunitaria passa attraverso la fiducia. Che tuttavia deve anche andare di pari passo con il doloroso e rischioso compito di fare la verità, ovvero di far emergere la cause della divisione. Perché solo così la comunità potrà riprendere il cammino.
Il silenzio che apre. In che modo il silenzio può diventare un luogo dove il Vangelo si fa ascoltare?
Già nell’Antico Testamento il silenzio appare come luogo di rivelazione di Dio. In un momento di grave crisi Dio si rivela a Elia nella “voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12 secondo il testo ebraico). Il silenzio è poi essenziale per l’ascolto e dunque per la preghiera cristiana che sempre nasce dall’ascolto del Dio che ha parlato per primo e che nel Figlio Gesù Cristo ha rivolto all’umanità la sua parola definitiva. Potremmo dire che il nome del credente è anche “colui che ascolta”. L’ascolto scava uno spazio interiore all’altro, alla sua parola e alla sua presenza. Dunque il silenzio interiore è essenziale affinché la parola evangelica diventi presenza personale nell’intimo della persona. Avviene così il passaggio dalla pagina evangelica alla presenza personale. E questo silenzio è un vero lavoro, che non coincide con il mero tacere. Esso si declina come silenzio delle immagini interiori che possono abitare e dominare il cuore; come silenzio della memoria nel senso di custodire una discrezione sul proprio e altrui passato; come silenzio delle conversazioni interiori; richiede il silenzio degli occhi, cioè l’umiltà e il pudore del corpo.
Il silenzio è dunque un’azione spirituale che tende a condurre il cuore all’essenziale purificandolo e rendendolo dimora degna della presenza del Signore.
La testimonianza discreta. Che valore ha oggi una testimonianza che non si impone, ma resta discreta e fedele?
Ha il valore e il sapore del vangelo che non si impone, ma sollecita la libertà dell’uomo. Parlando della testimonianza cristiana la prima lettera di Pietro chiede che sia fatta con “mitezza e rispetto “ (1Pt 3,16), sulle tracce di Gesù “mite e umile di cuore” (Mt 11,29). La forma dell’annuncio non può smentire il contenuto. E se il cuore dell’annuncio cristiano è il Regno di Dio, la sua logica è quella della piccolezza (come nella parabola del grano di senape: Mt 13,31-32) e del nascondimento (come nella parabola del lievito nascosto nella pasta: Mt 13,33).
Logica che chiede al credente di non temere la piccolezza quasi fosse sinonimo di insignificanza o di impotenza e di non temere neppure la non visibilità, la non rinomanza, quasi che queste dimensioni significassero insuccesso o inesistenza o irrilevanza. O compromettessero il cammino del vangelo nella storia.
“Le due parole nascondimento e piccolezza ci trasmettono il tratto mite di Dio, che non viene a noi per atterrirci con la sua grandezza o per imporsi con la sua magnificenza, ma si rende presente nel modo più comune possibile, facendosi uno di noi” (papa Francesco). Nascondimento, discrezione, piccolezza della testimonianza dicono della verità della testimonianza stessa e dell’autenticità del testimone che non mette se stesso al centro, non si pone come protagonista che cerca l’approvazione e l’applauso, ma si rende presenza simbolica che rinvia al Signore stesso. Il modo umile e nascosto, discreto e silenzioso del farsi presente di Dio sconfessa chi vive la fede cercando visibilità, perseguendo grandezza, mendicando audience. Questo atteggiamento va rivelato per ciò che è: la firma di chi non crede nel Dio che “è nel nascosto” e che “vede nel nascosto” (Mt 6,6). Non si deve rincorrere la visibilità, l’apparire, il numero di like, spacciandoli per annuncio efficace: sono forme banali di idolatria. Del resto: come testimoniare il Cristo mite e povero con modi autoritari e dispiegamento di mezzi potenti e ricchi?
Accompagnare senza dirigere. Come si accompagna qualcuno senza sostituirsi alla sua libertà spirituale?
Avendo come fine e bussola che orienta il proprio agire la soggettività e la libertà della persona accompagnata. Avendo chiaro che il compito di chi accompagna è di educare e non di sedurre. Se la libertà della persona accompagnata è il fine dell’accompagnatore, egli deve essere libero dalla tirannia che il proprio ego può esercitare. Il rischio dell’abuso è in agguato. Si tratta di assumere una postura di servo nei confronti dell’altro, di uscire dagli atteggiamenti paternalistici, di non sostituire le proprie parole alle sue, di accettare che l’altro esprima ciò che sente senza mai neppure sognarsi di giudicare, di procedere attraverso domande e riformulazioni di quanto espresso dall’altro per essere sicuri di aver ben compreso, di non pretendere di consigliare o di indicare il da farsi, di non imporre i propri tempi ma di attenersi ai tempi dell’altro, di lavorare sulle parole che l’altro consegna e di ascoltare attentamente anche il linguaggio del corpo, perché, a differenza delle parole, il corpo non mente mai. Questo significa che l’accompagnatore potrà fare decorosamente (cioè, senza fare danni) il proprio lavoro se avrà lavorato su di sé, se avrà conosciuto le proprie profondità e addomesticato i propri fantasmi. E se da questo lavoro avrà imparato un po’ di empatia.
Custodire le parole. Quali parole pastorali sente che oggi vanno custodite con più attenzione?
Tre parole che papa Francesco ha lasciato in eredità e che devono essere custodite, non lasciate cadere nel dimenticatoio e valorizzate sono sinodalità, fraternità e riforma. La sinodalità è la pratica ecclesiale della comunione che deve impegnare i cattolici a pensare, progettare, agire al noi; la fraternità vissuta nello spazio ecclesiale è profezia di un’umanità redenta; la riforma è la responsabilità ecclesiale che intende porre sempre di nuovo il cammino del singolo credente e del corpo ecclesiale sulla via di una maggiore conformazione al vangelo. Ma
la parola a cui vorrei che si accordasse particolare attenzione è “essenzialità”. Occorre esaminare ciò che è essenziale secondo il vangelo all’interno della vita e dell’azione pastorale della chiesa e discernere ciò che può e deve essere abbandonato e quanto può e deve essere custodito.
Che cosa tenere? Che cosa lasciare? E accanto a questo, cosa innovare? Cosa creare? E come? La ricerca dell’essenziale ci pone di fronte a numerose domande che interrogano la fede dei cristiani e ne stimolano il discernimento.
Educare alla profondità. Come si può aiutare le persone a scendere in profondità senza sentirsi giudicate o inadeguate?
Ricordando loro che è nella superficie e non nel profondo che si annega. E ricordando a se stessi che l’aiuto che si può dare è un servizio alla soggettività dell’altro, una valorizzazione dell’altro che lo liberi dallo sguardo troppo spesso negativo o sminuente e svalutante che ha su di sé mostrando che egli ha in se stesso le risorse per toccare le proprie profondità e reggere questa scoperta.
Certo, vedere e nominare ciò che abita nel proprio profondo è spesso motivo di grande dolore e noi preferiremmo evitarlo, ma è il dolore del lavoro di verità, il dolore con cui la nostra verità si palesa a noi. Un dolore vitale che assomiglia alle doglie di un parto. Chi aiuta una persona al lavoro di conoscenza di sé, deve apprestare un alveo di accoglienza, di empatia che metta l’altro in sicurezza.
Deve comportarsi come fece Gesù quando, di fronte all’uomo ricco, prima di rivelargli la sua povertà e mancanza, gli apprestò un grembo di amore: “Lo amò e gli disse: ‘Una cosa ti manca’” (Mc 10,21). I Padri del deserto, quando ricevevano qualcuno che confidava loro i propri errori e peccati mostrandosi sfiduciato e deluso da se stesso, si ponevano sul suo stesso piano, presentandosi a lui come anch’essi peccatori e mancanti, e così non solo non lo giudicavano, ma lo aiutavano a liberarsi dal giudizio che egli stesso dava su di sé. Un giudizio interiorizzato che spesso è radicato profondamente e molto impietoso.
Il Vangelo nelle ferite del mondo. Dove vede che il Vangelo può ancora aprire strade nelle ferite del nostro tempo?
Credo che il contributo che il vangelo può dare sia quello di scuotere e destare le coscienze, di ricordare a tutti che la persona umana viene prima di ogni altro interesse economico, nazionale o di qualsiasi altro tipo. Quindi il vangelo suscita la responsabilità verso l’altro nel bisogno e lo conduce a prendersene cura. La regola d’oro contenuta nel vangelo (“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”: Mt 7,12), ma presente anche nella sua forma negativa in molte altre tradizioni religiose e sapienziali, è principio applicabile ovunque e condivisibile da tutti. E indica un atteggiamento da assumere anche verso il creato, che è il primo prossimo da amare e che è la dimora delle generazioni future. Amare l’altro implica l’assunzione della responsabilità della cura nei confronti dell’ambiente. La regola d’oro va estesa a ogni vivente e a tutto il vivente ma non chiede semplicemente il rispetto, bensì l’attivo prendersi cura, l’assumersi direttamente la responsabilità del trattamento reciprocamente armonico tra gli umani ma anche con tutte le creature. Si vengono così a incrociare inestricabilmente responsabilità verso l’altro, verso la terra e verso il futuro.
La pace come cammino. Che cosa significa oggi essere artigiani di pace in modo concreto?
Penso che per essere artigiani di pace occorra sviluppare una cultura della cura. Questa infatti è l’esatto contraltare della cultura della guerra. Nella guerra l’altro è nemico da eliminare, l’habitat viene distrutto, alla logica della riparazione e della custodia si sostituisce quello della distruzione, la solidarietà è scalzata dall’inimicizia. Purtroppo il terribile amore per la guerra rende la cultura bellica decisamente preponderante rispetto alla cultura della cura, come si è visto durante la pandemia, quando la metafora bellica è stata universalmente usata mentre l’unica immagine rispondente alla realtà era quella della cura. Né si deve dimenticare che la pace va costruita interiormente. La pace riguarda anche la qualità umana delle persone. Se io sono abitato da difese, da paure che mi distanziano dagli altri, non agirò in modo solidale, sentirò estranee a me dimensioni come la condivisione, l’accoglienza, la compassione, la solidarietà e tenderò a rigettare il male sugli altri demonizzandoli. E così costruiamo il noi contro loro che è la logica della guerra: l’altro come nemico. Se non vediamo e riconosciamo l’ombra che è in noi, la vedremo sempre e solo negli altri. Una bella e autorevole testimonianza del lavoro di creazione di pace nel cuore ci viene dal patriarca Ecumenico Atenagora: “Per lottare efficacemente contro la guerra, contro il male, bisogna volgere la guerra all’interno, vincere il male in noi stessi. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stesso. … Bisogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l’ho fatta. Per anni ed anni. Ma ora, sono disarmato. Non ho più paura di niente perché ‘l’amore scaccia la paura’. Sono disarmato della volontà di spuntarla, di giustificarmi alle spese degli altri. Non sono più all’erta, gelosamente aggrappato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti. Se me ne vengono proposti altri migliori, li accetto volentieri. O piuttosto, non migliori, ma buoni. … Ciò che è buono, vero, reale, dovunque sia, è sempre il migliore per me. Perciò non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura”.
Se poi è vero che viviamo tempi in cui è sdoganato e ha libera circolazione la legge del più forte e la guerra è ormai assunta come forma normale della politica, tuttavia esistono semi di esperienze di pace e di convivenza che sono semi di speranza e di futuro. Si pensi all’esperienza di Nevè shalom – Waahat as-salam, villaggio di pace fondato negli anni ’70 da Bruno Hussar a ovest di Gerusalemme, che mostra la concreta possibilità di convivenza pacifica di ebrei e palestinesi, o a Rondine, Cittadella della pace, vicino ad Arezzo, che facendo convivere giovani appartenenti a nazioni in guerra tra loro attua un lavoro di educazione alla pace. Questi esempi ci mostrano che solo l’amore per il nemico (non semplicemente per il prossimo) può sconfiggere il terribile amore per la guerra. E ci dimostrano che operare concretamente per la pace è possibile.
Il futuro della comunità cristiana. Quali segni di futuro intravede nella vita delle comunità?
Bernardo di Chiaravalle, rivolgendosi con il trattato De consideratione a papa Eugenio III gli ricorda che suo compito è “realizzare quello che i tempi richiedono (quod tempus requirit)”. E per questo suggerisce che è necessaria la “considerazione” che è attività di pensiero e riflessione, ricerca e investigazione, studio e laboriosa analisi. “La considerazione riguarda l’indagine delle cose … è il pensiero intensamente proteso alla ricerca della verità”.
Senza riflessione e pensiero non ci può essere discernimento. Preparare il futuro esige l’analisi dell’oggi, ma poi chiede anche immaginazione e creatività.
Nell’epoca del cambiamento di epoca il lavoro di studio e riflessione è fondamentale per sapere con che cosa si ha a che fare, per conoscere la realtà, per nominare i cambiamenti antropologici. E poiché si presentano realtà e situazioni inedite occorre anche sforzo di immaginazione, perché l’immaginazione è potenza di realtà. L’immaginazione dà forma mentale a ciò che non c’è, ma quando ciò che non c’è abita nella mente umana diventa qualcosa che non c’è ancora: nasce la categoria profetica del non-ancora. E l’immaginazione si esprime nella creatività che è la capacità di vedere la realtà, accettarne le sfide e abbozzare delle risposte. Pensiero, immaginazione, creatività necessitano poi di coraggio, di uscire dal “si è sempre fatto così”, dalla pigrizia di chi continua a guardare la realtà con occhiali ormai inadeguati per paura del cambiamento. I segni di futuro li vedo nei tanti che non si arrendono al senso di impotenza, in coloro che non cedono alla tentazione della stanchezza e del grigiore, in coloro che sono abitati dalla convinzione di fede irremovibile che li spinge a perseverare nel fare il bene perché questo ha valore in sé anche se non sembra cambiare granchè circa le sorti del mondo. I tanti che si prodigano per aiutare e sostenere migranti, che visitano e seguono detenuti nelle carceri, coloro che accompagnano ammalati e assistono anziani, chi si spende per i poveri, i senza casa, chi lavora in ambito ecumenico perché l’unità delle chiese non sia solo una pia illusione ma diventi realtà, chi si prodiga nel dialogo tra le religioni … Qui come in tanti altri ambiti vedo una santità spesso nascosta, che non fa notizia, ma che fa risplendere il vangelo e che è seme di futuro.
a cura di don Sergio Frausin
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