Nel pomeriggio di sabato 26 settembre, in occasione di “Famiglie Insieme”, l’appuntamento di incontro, riflessione, confronto e preghiera promosso dalla Commissione diocesana per la Famiglia e la Vita, sarà presente a Trieste Suor Marzia Ceschia, della Fraternità della Trasfigurazione, docente di teologia, che terrà un intervento. L’abbiamo raggiunta in questi giorni per rivolgerle alcune domande.
Il suo intervento alla giornata delle famiglie della diocesi ruoterà attorno al tema del corpo: ci può dire qual è il rapporto emozioni, vangelo e matrimonio?
Il tema del corpo è strettamente legato alle emozioni di cui il corpo è l’immediata risonanza (pensiamo a come i gesti sono veicolo di emozioni: una carezza, un bacio…). In particolare vorrei mettere in evidenza un aspetto del corpo che è la sua fragilità, suggerendo proprio di questa caratteristica tutto il potenziale positivo, a partire dall’esperienza di Gesù. Dio ha scelto la dimensione della corporeità e dunque della fragilità per condividere la vita degli uomini, per fare di quello spazio un luogo di relazione, attenzione, compassione, alleanza (basti pensare all’importanza del “toccare” nel modo di porsi di Gesù). Credo che
il Vangelo solleciti a un’attitudine di cura nei riguardi della realtà dell’altro, a non idealizzarla, ad amarla nelle diverse fasi della vita. Nel matrimonio l’alleanza non è tra esseri invincibili e imperturbabili, ma è una tessitura di accoglienze, perdoni, riconciliazioni.
Gesù, venuto nel mondo con un corpo di bimbo disarmato e morto sulla croce con un corpo ferito dischiude proprio nella fedeltà dell’amore la possibilità di vivere ogni contatto come grazia.
Quali le fragilità che oggi più ostacolano l’annuncio della bellezza della vita matrimoniale?
Come ho suggerito nella risposta precedente io vorrei, a partire dal corpo, provare a condividere una prospettiva positiva sulla fragilità. Oggi uno dei problemi è, a mio modo di vedere, l’idealizzazione dell’altro/dell’altra, la pretesa (anche inconsapevole) che soddisfi le attese, talora le pretese e la fatica a reggere il limite, vivendolo come delusione e non come possibilità di incontrarsi e sostenersi in maniera più radicale. A monte credo ci sia anche una perdita di contatto con il proprio mondo interiore, il venir meno di una formazione all’interiorità che fa sì che le persone cerchino il perno della propria esistenza fuori di sé, talora esigendo che sia un altro o un’altra a sostenere ogni bisogno affettivo, ogni desiderio.
Il Signore Gesù non si esonera dal toccare le fragilità: cosa dice questo alla vita ecclesiale?
A riguardo, richiamerei quanto già affermava papa Francesco esortando i cristiani a contrapporsi alla cultura dello scarto: la vulnerabilità appartiene all’umanità e potremmo dire anche alla sua dignità.
Questo provoca a prendere posizione nei confronti della cultura dell’efficientismo e di una distorta visione di “perfezione” che si traduce in logiche di potere e di esclusione di quanti sembrano non corrispondere a determinati “canoni”. La perfezione evangelica è nell’ordine della carità e della misericordia: è in questi ambiti che l’uomo può veramente “superare” se stesso, la propria misura.
Nella Magnifica Humanitas papa Leone XIV dichiara con forza: “edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli. […] La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli” (n. 12). Mi pare che qui ci sia una indicazione di stile molto concreta, che può richiamarci, ad esempio, sull’atteggiamento da tenere nei confronti di chiunque viva situazioni di disagio o di marginalità e, in questo contesto, penso anche all’accoglienza delle coppie ferite, in difficoltà, senza “categorizzarle”.
Cosa direbbe ad una giovane coppia di fidanzati per presentare l’avventura del matrimonio cristiano?
Anzitutto parlerei con timore e tremore, con molto rispetto e con umiltà, poiché io non ho l’esperienza della vita matrimoniale, ma vivo un’esperienza di vita consacrata. Condividerei, però, ciò che io stessa ho sperimentato: la fede è la possibilità di andare oltre il proprio particolare, di dilatare lo sguardo, di accogliere continuamente futuro. Credo molto nella forza di una preghiera condivisa e sicuramente indicherei questa come una priorità da far crescere nella vita di coppia, per sentire la bellezza e la solidità di un’alleanza che si fonda su Colui che fa alleanza con noi, amandoci, perdonandoci, attendendoci con fedeltà.
Il matrimonio cristiano è uno “spazio teologico”, un luogo in cui Dio si fa vedere, dove in maniera del tutto speciale può prendere carne lo stile del Signore che sempre promuove la vita. Ma occorre imparare da Lui, ascoltarlo insieme, essere l’uno per l’altra il richiamo a qualcosa di più grande.
Credo che sia un’ esigenza ecclesiale far conoscere e approfondire la spiritualità matrimoniale, che non è una spiritualità di “serie b”, ma può essere molto feconda per ricomprendere le relazioni all’interno della comunità cristiana.
a cura di don Lorenzo Magarelli
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