Novembre, tre giornate e tre modi per non dimenticare

I santi, i nostri defunti e San Giusto: le giornate che ci invitano a rallentare e l’invito a coltivare la memoria di una vita che non finisce

Ci sono giorni dell’anno nei quali il calendario sembra invitarci a fermarci un po’ più del solito. I primi giorni di novembre sono tra questi. Paradossalmente forse a Trieste ci si ferma meno, causa il ponte dovuto alle festività ravvicinate. Anche in questo caso però si vivono giorni fuori dalla routine. Tempo speciale: non soltanto perché le giornate si accorciano, l’autunno entra nel suo tempo più – romanticamente – malinconico e i cimiteri si riempiono di fiori e di persone. C’è qualcosa di più profondo: la liturgia della Chiesa ci accompagna a guardare la vita da una prospettiva diversa, mettendoci davanti alla santità, alla morte e alla memoria.

La festa di Tutti i Santi, la commemorazione dei fedeli defunti e, per la Chiesa triestina, la solennità di San Giusto il 3 novembre, non sono semplicemente tre ricorrenze ravvicinate. Possono diventare tre finestre attraverso le quali osservare una stessa realtà: che cosa rimane di una vita? E, soprattutto, che cosa significa vivere davvero?

 

I santi: non persone fuori dal mondo, ma vite riuscite

La solennità di Tutti i Santi ci presenta una moltitudine. Non soltanto i santi che conosciamo, quelli dei calendari, delle chiese e delle immagini sacre, ma anche quella moltitudine silenziosa di uomini e donne che hanno attraversato la storia senza lasciare necessariamente un nome nei libri. La santità, in fondo, non è una categoria riservata a persone eccezionali o lontane dalla nostra esperienza. È la possibilità, offerta a ciascuno, di vivere la propria umanità in pienezza. I santi non sono persone che non hanno conosciuto fragilità, dubbi o contraddizioni (i santi del Novecento incarnano proprio la complessità del secolo breve, i tormenti, i dubbi, le incertezze). Sono persone che hanno lasciato spazio a Dio dentro la propria vita, trasformando il quotidiano in un luogo di amore.

Ecco allora una rinnovata possibilità per noi: non considerare i santi come figure da ammirare a distanza, ma come persone che ci ricordano ciò che possiamo diventare. 

Questa riflessione non deve rimanere generica esortazione. Abbiamo troppo facilmente derubricato la conoscenza della vita dei santi come devozionismo: e invece era una cosa da mantenere della spiritualità dei secoli passati.

 

I defunti: la memoria come forma di amore

Il giorno successivo ci porta nei cimiteri, davanti alle fotografie, ai nomi incisi sulle lapidi, ai volti che continuiamo a riconoscere anche quando non possiamo più incontrarli. La morte introduce una frattura reale. Non serve addolcirla con parole di circostanza: la separazione fa male, l’assenza pesa, la nostalgia appartiene alla nostra esperienza umana. Eppure, 

per il cristiano, la memoria dei defunti non è soltanto il tentativo di trattenere ciò che il tempo ci ha sottratto. È anche un atto di speranza. Noi ricordiamo i nostri cari perché li abbiamo amati, ma li affidiamo a Dio perché crediamo che il suo amore sia più grande della morte. La fede cristiana non ci chiede di dimenticare, ma di imparare a vivere l’assenza dentro una promessa. 

In questo senso, il cimitero non è soltanto il luogo di ciò che è stato, ma anche quello di ciò che attendiamo. La memoria cristiana guarda indietro con gratitudine e avanti con speranza. 

La dispersione delle ceneri, quindi, a lungo andare potrebbe rivelarsi come una pericolosa deriva perché porterebbe alla chiusura di quegli spazi squisitamente cristiani che sono i cimiteri (dal greco “dormitori”, luoghi dove i fratelli e le sorelle sono posti provvisoriamente nell’attesa della risurrezione). Una città senza cimitero diventa un alveare senza storia, senza memoria, senza affetti, senza futuro: un luogo piegato in un presente distopico.

 

San Giusto: una testimonianza che appartiene anche alla città

Ed ecco che, il 3 novembre, Trieste celebra il proprio patrono. San Giusto ci permette di compiere un ulteriore passaggio: dalla memoria personale alla memoria di una comunità. Di lui ci è giunta una testimonianza antica, legata al martirio e alla fedeltà a Cristo. Non conosciamo ogni dettaglio della sua esistenza, ma conosciamo ciò che la sua memoria ha generato: una comunità che, nei secoli, ha continuato a riconoscersi attorno alla sua testimonianza. San Giusto non è soltanto un nome nella storia religiosa di Trieste, né soltanto una figura legata alla cattedrale che porta il suo nome. È un richiamo a domandarci quali siano le convinzioni, i valori e le ragioni per cui una comunità è disposta a spendere la propria vita.

E questo interrogativo riguarda anche la Trieste di oggi. 

Una città di confine, di incontri, di culture e sensibilità differenti, una città che porta nella propria storia le tracce di appartenenze diverse. Quale testimonianza può offrire oggi il suo patrono? Forse proprio quella di una vita che non si misura sulla convenienza, sul successo o sulla durata, ma sulla fedeltà a ciò in cui crede. Avere come patrono un martire, essere affidati alla custodia di un martire significa essere pronti a quella testimonianza che è martirio quotidiano di fedeltà al Vangelo ricevuto. 

Il martirio di Giusto ci ricorda che ci sono valori per i quali vale la pena vivere e, talvolta, persino morire. Non per contrapporsi agli altri, ma per non rinunciare a ciò che dà senso alla propria esistenza.

 

Una memoria che diventa futuro

I primi giorni di novembre ci consegnano, dunque, una sorta di grammatica della speranza. I santi ci mostrano ciò che possiamo diventare; i defunti ci ricordano che l’amore non si esaurisce con la morte; San Giusto ci insegna che una testimonianza autentica può attraversare i secoli e continuare a parlare a una città.

Forse è questo il significato più profondo di queste celebrazioni: non lasciarci prigionieri del passato, ma imparare a guardare al futuro con maggiore consapevolezza, per abitare il presente con resilienza. 

In un tempo che sembra misurare tutto sulla velocità, sull’efficienza, sulla visibilità e sulla capacità di produrre risultati, la liturgia della Chiesa ci invita a riscoprire il valore di ciò che rimane. Non i successi accumulati, non le immagini che lasciamo di noi, ma l’amore donato, la fedeltà vissuta, il bene seminato nelle persone e nelle comunità.

E forse, proprio mentre portiamo un fiore sulla tomba dei nostri cari o saliamo sul colle di San Giusto per celebrare il patrono, possiamo riscoprire una domanda semplice e impegnativa: quale traccia della nostra vita vorremmo lasciare?

Perché la santità non è soltanto una promessa per il cielo. È anche il modo in cui scegliamo di abitare la terra. 

don Lorenzo Magarelli

 

Foto in evidenza: Luca Tedeschi

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