Nel pomeriggio del 28 ottobre, la comunità universitaria triestina ha celebrato l’avvio dell’Anno Accademico 2026-27.
Prima della Santa Messa, presieduta dal Vescovo Enrico, si è svolto presso la Sala “Bachelet” (Sede di Piazzale Europa) un incontro con la professoressa Teresa Scantamburlo, ricercatrice informatica presso l’Università di Trieste, sul tema “Lo studio ai tempi dell’IA”.
Partendo dall’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone, la relatrice ha offerto un’analisi del ruolo dell’Intelligenza Artificiale in base a tre criteri che dovrebbero orientare il comportamento di coloro che vivono nell’ambiente universitario:
- studiare;
- conoscere;
- diventare umani.
In questa prospettiva – ha continuato la Scantamburlo – gli strumenti forniti dal progresso tecnologico devono essere utilizzati senza far venir meno la prospettiva umana nello studio, con particolare riferimento al fatto di porre domande senza “lasciarsi trasformare”.

La ricercatrice ha introdotto alcuni dati emersi da una recente indagine da lei condotta sul tema della percezione e dell’uso dell’IA, rivolta a studenti, docenti e personale dell’Università di Trieste. In un campione di 700 risposte, la frequenza dell’impiego dell’IA nelle attività di studio e di lavoro è risultata variabile: il 13% dichiara di usarla sempre, il 30% quasi sempre e il 33% occasionalmente. Nel 76% dei casi, l’utilizzo deriva da esigenze di comprensione e di spiegazione dei concetti; si è inoltre evidenziata la necessità di avere un supporto alla soluzione dei problemi.
I vantaggi vengono definiti in termini di spiegazioni individualizzate, aiuto nella preparazione e risparmio di tempo. Non è sfuggita, tuttavia, la percezione dei rischi che si esplicano in una possibile riduzione della capacità critica, nella perdita di originalità e in una dipendenza eccessiva dallo strumento impiegato.
Al termine di questa riflessione è stato posto all’uditorio un interrogativo: «Come si pone un credente di fronte a queste informazioni?». La chiave di lettura della trasformazione in atto va ricollegata alla Dottrina Sociale della Chiesa che, come ribadisce la recente Enciclica del Pontefice, ci guida a una visione cristiana. La questione va letta in termini di “sfida antropologica” e di “filosofia della tecnologia”, come interpretazione della visione dell’uomo in termini di persona che si pone di fronte alle “promesse” dell’IA. Quest’ultima innovazione può appiattire la valutazione dell’individuo identificandolo esclusivamente in base a dati, a misure. La spinta a raggiungere standard sempre più elevati di precisione nel più breve tempo possibile, che definisce l’efficienza come misura del valore, può condurre a una visione antiumana che richiede di ridurre o superare le proprie fragilità uniformandosi a un modello di vita in cui non trovano spazio le relazioni propriamente “umane”.
Rispetto a queste tendenze la comunità accademica è chiamata a compiere una scelta etica diversa dalla logica del “tutto subito”, trovando nello studio un equilibrio tra accelerazione e rallentamento che consenta di recuperare momenti di riflessione e condivisione.
L’omelia pronunciata dal Vescovo alla Messa, celebrata nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, ha preso spunto dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,19), che così recita: “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti”. Monsignor Enrico Trevisi ha sottolineato il fatto che oggi molti cercano soluzioni facili a problemi complessi, trovando nelle tecnologie risposte immediate ai propri bisogni.
L’Intelligenza Artificiale può offrire conoscenza e supporto, ma il Vangelo ci ricorda che ciò che guarisce veramente la persona è l’incontro con l’altro, la relazione, l’amore e la speranza. Le macchine possono ampliare le nostre capacità, ma non sostituire quel “tocco” umano e spirituale che dà significato alla vita.
La massa di persone fragili che si affollava intorno a Gesù cercava la speranza. La nostra società stanca, triste, dubbiosa, rassegnata, caratterizzata da alti indici di denatalità e da proteste nelle piazze – anche con uso di violenza – ha bisogno di speranza, perché la folla sia “risanata” ritrovando disegni esistenziali che possano mettere in gioco le intelligenze, le capacità, i talenti.

Nella comunità universitaria, in particolare, il Cristianesimo ci orienta a mettere in gioco l’intelligenza critica per ricercare la verità e prendersi cura della propria (e altrui) coscienza, recuperando quella interiorità che consente di dare un senso profondo alla vita, spesso frammentata e confusa.
Attraverso la metafora della “cassettiera” il Vescovo esorta a non concepire l’esistenza come un mobile che divide le esperienze in compartimenti, ma a tenere insieme tutte le “parti” di noi, ad accettare anche le nostre ferite (che ci rendono unici) e ad avere coscienza dei valori anche di fronte a fenomeni sociali negativi. Ogni uomo – anche colui che sbaglia – è destinatario della cura di Gesù, che lo considera unico e lo chiama per nome.
Il Vangelo di Matteo ci ricorda che i cristiani sono chiamati a
- essere luce del mondo, illuminando le scelte – anche quelle che riguardano l’Intelligenza Artificiale – con la verità, la speranza e il rispetto della dignità umana;
- Come sale della terra, hanno il compito di dare sapore al progresso tecnologico attraverso valori etici, responsabilità e attenzione alle persone.
- Con la loro presenza discreta, ma costante possono contribuire – come il lievito nella pasta – a rendere l’innovazione sempre più umana e orientata al bene comune.
Coloro che fanno parte della comunità universitaria portatrice di valori cristiani non devono sentirsi migliori degli altri, ma dare valore alle relazioni e far “fermentare” un anelito di bellezza nella quotidianità, lungo la quale Dio ci accompagna.
Per questi motivi l’IA deve essere utilizzata con saggezza, come uno strumento che aiuta a servire la persona, senza dimenticare le relazioni fondate sulla dignità, sulla cura e sulla fraternità.
Rita Manzara
Foto: Pastorale Universitaria
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