27 febbraio 1942, venerdì mattina

Sulla scia della Giornata della Memoria pubblichiamo uno scritto di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943

Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro la scrivania come quelli che venivano interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l’atteggiamento interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminava su e giù con un’espressione palesemente scontenta, assillato e tormentato. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: “Mani fuori dalle tasche per favore …”, ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti.

Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: “Che ci trovi di ridicolo?”. Avrei risposto volentieri: “Niente, tranne lei”, ma per diplomazia m’è parso meglio lasciar perdere. “Lei ride tutto il tempo” continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: “Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale”. E lui: “Per favore, non dica scemenze. Vada fuori” con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l’ho capito troppo in fretta.

In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza?

Aveva un’aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle. Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fintanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull’umanità. È solo il sistema usato da questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male nell’uomo, non l’uomo stesso.

Un’altra cosa ancora di quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti.

Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possano crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, si innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci.

Etty Hillesum

(scritto tratto dal suo “Diario”, pubblicato dopo la sua morte)

Foto in evidenza: Wikimedia Commons

 

Etty Hillesum nasce a Middelburg nei Paesi Bassi il 15 gennaio 1914 in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Il ricordo di questa giovane donna ci è arrivato attraverso le parole del suo Diario, iniziato sabato 8 marzo 1941 e conclusosi lunedì 12 ottobre 1942. Sono 583 giorni durante i quali le sue parole ci accompagnano, pagina dopo pagina, dentro la sua vita. La quotidianità di una giovane donna appassionata e in ricerca che si innerva con le vicende storiche della persecuzione nazista verso gli ebrei. È questo il perimetro entro cui si snoda, per Etty, un percorso di riflessione, di interiorità, di conversione, ma anche di scelte dolorose e difficili, che la condurranno a decidere di accompagnare volontariamente il suo popolo fino alla fine. Scrive: “La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte; presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi”. Ma più il cerchio si restringeva più la sua anima sembrava acquistare forza. Più la violenza dilagava e più Etty respingeva ogni forma di odio, maturando una invincibile disposizione all’amore, arrivando a scrivere due giorni prima della sua deportazione: “Eppure arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti “orrori” e dire ugualmente che la vita è bella”.
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