Padre Maccalli: la sua vita, la sua storia, la sua missione

A colloquio con padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, rapito in Niger nel 2018 da miliziani jihadisti

“Catene di libertà” non è solo il titolo del libro che Padre Pier Luigi Maccalli ha scritto nel 2021, dopo due anni di prigionia nel Sahel nelle mani degli jihadisti, ma ben sintetizza il suo pensiero: anche da un’esperienza estrema e drammatica come la privazione della libertà può nascere una motivazione fondamentale. La sua storia dolorosa ha prodotto in lui, attraverso il processo spirituale del perdono, un uomo determinato innanzitutto a testimoniare la pace.

Nato nel 1961 in provincia di Cremona, Maccalli è entrato giovanissimo nel Seminario della Diocesi di Crema e, una volta ordinato sacerdote (1985), la sua decisione è stata quella di diventare missionario. Dopo un anno di preparazione in Francia e poi a Genova con la Società delle Missioni Africane (SMA), il suo primo impegno è stato in Costa d’Avorio, dove ha trascorso ben sei anni. Richiamato in servizio in Italia, dopo essere rimasto a Padova per quattro anni, ha fatto ritorno in missione nel continente africano, sempre in Costa d’Avorio ma in una regione più a nord, vicino al confine con il Burkina Faso, precisamente nella Diocesi di Bondoukou. Al suo arrivo in Africa, da giovane prete, la prima impressione avuta è stata quella di una grande accoglienza, una genuina ospitalità, in cui “lo straniero è ben accetto perché porta qualcosa da un mondo diverso”. Il rito dell’accoglienza verso il forestiero prevede che gli si dia da sedere e da bere, poi che gli si chieda la notizia, la novella che porta con sé ed infine gli si porgono i saluti di benvenuto. Questo, secondo Padre Pier Luigi, è un grande insegnamento, perché

“anche oggi la persona andrebbe accolta e ascoltata, in quanto porta e dà qualcosa alla comunità”.

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Alla permanenza decennale in Costa d’Avorio ha fatto seguito (dal 2007) quella in Niger, dove è rimasto per undici anni con un incarico nella Missione di Bomoanga, vivendo appieno la dura realtà, povera, arida, rurale ma umanamente molto forte del Sahel. La sua attenzione era rivolta particolarmente ai bisogni primari della popolazione: l’acqua, la salute, la scuola. Il suo principio di lavoro è sempre stato quello di umanizzare le relazioni, cercare di viverle al meglio, pur nella diversità religiosa (lì il 98% è costituito da musulmani dell’Islam). Il suo rapimento è avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2018 da parte di miliziani jihadisti, senza particolari fini politici né religiosi, né colpe da parte sua, ma in quanto facile obiettivo perché bianco e occidentale in un paese agitato dai venti del terrorismo fondamentalista islamico. In tempi diversi e con ruoli differenti sono stati presi con la forza anche altri tre ostaggi insieme a lui, con la finalità di contrattare lo scambio di altri prigionieri.

All’inizio del sequestro è stato incatenato ad una caviglia per ben ventidue giorni di seguito, mentre nell’ultimo anno è stato legato “solo” dal tramonto all’alba. Trovandosi in quella terribile condizione ha confessato di aver sofferto molto e pianto tanto, sentendosi fallito nel suo ruolo e nel suo compito umanitario.

“I piedi erano incatenati, ma il cuore no”, ha detto, “e il cuore si è aperto”. Grazie alla preghiera, mettendosi nelle mani del Signore, ha scoperto un’altra motivazione dell’essere missionario. Quei due anni di segregazione, che erroneamente aveva creduto “buttati via, sprecati”, si sono rivelati in realtà i più fecondi, perché la notizia della sua cattura ha creato un’ampia mobilitazione, tanta partecipazione e solidarietà che si è propagata come un’eco su vasta scala fino ad arrivare in Italia, alla sua Diocesi di Crema. “Gli strumenti di Dio sono diversi dai nostri”, ha spiegato Padre Gigi (come viene affettuosamente appellato).

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I suoi carcerieri erano perlopiù ragazzi, giovani analfabeti, indottrinati dalla propaganda e verso di loro ha cercato di nutrire sempre un sentimento di fratellanza, scegliendo la relazione umana che scorre sul binario dell’incontro e non su quello dello scontro, in una dimensione altra rispetto a chi propugna la guerra. Il giorno 8 ottobre 2020, dopo due anni e tre settimane, è stato liberato ed il giorno dopo è arrivato in Italia, a Roma. Il 17 settembre 2024 è però ritornato in Niger, là dove aveva vissuto per tanti anni, invitato dal Vescovo e dalla Comunità locale per l’ordinazione di alcuni giovani sacerdoti, provando una sensazione di pura gioia mista però alla tristezza per la situazione di insicurezza della zona sottoposta a forti tensioni politiche e sociali. Dopo il soggiorno della durata di circa un anno nel Benin, Stato relativamente più tranquillo, da agosto 2025 è rientrato a Genova, in qualità di Vice-provinciale SMA.

“Non siamo missionari solo perché andiamo altrove. La missione è la realtà della Chiesa”, ha sottolineato Padre Maccalli, “e la Chiesa è aperta a tutti, e deve trovare strade di fraternità, accogliendo soprattutto chi è costretto a lasciare la propria terra dove non gli è permesso un futuro”.

Virna Balanzin

 

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