Dal Kenya al Marocco ecco ciò che conta: imparare a SO-STARE

L’esperienza di un giovane che ha studiato all’Università di Trieste e ha frequentato il gruppo della Pastorale Universitaria: semi piantati che fioriscono, poi, altrove

Mi chiamo Matteo Ceola, vengo da Treviso e sto svolgendo un servizio di sei mesi in un centro di accoglienza per migranti in Marocco gestito dai missionari della Consolata. Questo periodo rappresenta una tappa importante di un percorso avviato alcuni anni fa, quando ho iniziato a interessarmi al mondo della missione e del volontariato.

Il mio cammino è cominciato nel 2019, quando ho conosciuto “Casa Milaico”, una casa dei Missionari della Consolata in cui laici e preti collaborano per portare avanti diversi progetti, tra cui l’animazione missionaria. Normalmente chi partecipa inizia le attività in quarta elementare per proseguire il cammino fino al periodo universitario, ma

io mi sono unito a un gruppo in terza superiore: le “Angurie Wasafiri”. Gruppo che mi ha accolto e fatto capire sin da subito il significato di essere ad gentes, andare verso l’altro.

Il percorso a Casa Milaico culmina con una piccola missione che noi “Angurie” abbiamo svolto ad agosto 2024 a Likoni, Kenya. Lì ci siamo impegnati nell’animazione dei bambini per le attività estive in parrocchia e nel fare servizio in un piccolo ospedale all’interno della parrocchia stessa. Nonostante tutta la preparazione, non è stato facile immergersi in un contesto completamente nuovo per poi comprendere che i principali beneficiari di questa esperienza eravamo noi stessi, piuttosto che le persone che eravamo andati a trovare.

Abbiamo capito quanto fosse importante il nostro gruppo per ciascuno di noi e abbiamo imparato soprattutto a stare. Quando ribalti il contesto intorno a te devi prima imparare a stare e poi puoi pensare a fare.

Tornati a casa, la voglia di fare è rimasta e con alcuni amici delle “Angurie” abbiamo preso in mano una buona parte dell’animazione a Casa Milaico e non solo. Durante il 2025 io e Paola, la mia ragazza, abbiamo sentito il desiderio di cercare una missione in cui poter miscelare al meglio lo stare e il fare, questa volta per un periodo di 6 mesi. Quindi, dopo esserci laureati, da settembre a dicembre abbiamo raccolto un po’ di fondi per vivere questa esperienza e dal 15 gennaio di quest’anno ci troviamo a Oujda, Marocco, nella chiesa di Saint Louis d’Anjou, unica della città, gestita da padre Edwin e padre Patrick, anche loro Missionari della Consolata.

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La chiesa ospita le attività parrocchiali, frequentate soprattutto da studenti universitari subsahariani, e il progetto Accoglienza Migranti Oujda (AMO). AMO è il primo luogo dove i migranti possono sentirsi accolti una volta passata la frontiera tra Algeria e Marocco. Presso il Centro si riceve un posto dove riposare, mangiare, lavarsi e curarsi.

La maggior parte delle persone restano qui un paio di giorni, ma tanti altri sono malati o hanno qualcosa di rotto, quindi, restano qui fino alla conclusione del ciclo di cure. Per guardare ad alcuni dati, sono 4800 le persone malate o ferite sulle 6894 ospitate nel corso del 2025.

AMO offre anche corsi di alfabetizzazione, corsi di formazione professionale, assistenza al rimpatrio volontario e un posto sicuro per donne e bambini gestito da S. Rosa e S. Montse.

Io e Paola ci stiamo impegnando in tutti questi ambiti, soprattutto sostenendo i corsi di formazione, ma

alla fine ci stiamo rendendo conto che anche qui ciò che conta è semplicemente stare di fronte all’altro, parlargli, fare una partita a carte con lui. Serve a ritrovare la dignità, serve a rimettere in pari l’umanità.

Si fa amicizia facilmente con i migranti, ma loro sono in transito e a volte è complicato andare al Centro il giorno dopo e non trovarli più.

Si deve imparare a restare.

Concludo, ricordando un versetto della Prima Lettera di Giovanni: “Se non ami il tuo prossimo che vedi, come farai ad amare Dio che non vedi?” (1Gv 4).

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Matteo Ceola

Foto di Matteo Ceola

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